11 ottobre 2019   Alcuni di noi hanno il compito di aprire sentieri

Buongiorno.

La ricapitolazione che sto facendo, rileggendo e sistemando le pagine di questo diario, mi dà prospettiva.
In questi giorni, in attesa di una partenza che, per quanto sta succedendo in Ecuador, dovrà essere spostata, dovrei approfittare per fare un punto della situazione, tuttavia non riesco.
Sono impastoiato, sento la spinta a tornare in foresta, e continua a presentarsi l’idea di fermarmi laggiù per un lungo periodo.
Don Enrique l’aveva detto chiaro: se vuoi guarire devi venire a vivere qui.
Sarà un nuovo scenario che si presenterà?

 

11 aprile.

Ho un tumore, mi è stato diagnosticato la scorsa settimana, alcuni giorni dopo la mattina in cui è uscita l’ernia, mentre facevo un esame per quest’ultima: un doppio colpo che non ha trovato resistenze.

 

E oggi è il dodici e non ho voglia di cambiare foglio.

Stanno affiorando sprazzi di consapevolezza: è venuto in primo piano un avvenimento più forte e tremendo di quel che prima vivevo e molto è andato a finire sullo sfondo.
Da un giorno all’altro uno slittamento ha creato una differente prospettiva nel mostrare la sostanza stessa delle cose.
Così un tumore è un tumore, qualcosa che regala al settanta per cento dei casi una sopravvivenza a cinque anni, e la certezza di ripresentarsi.

Ed il pensiero va immediatamente a quei cinque anni, esce dal qui ed ora, si proietta in un futuro incerto quanto prima ma più ristretto: ‘ora devo sopravvivere al meglio con uno scenario cambiato al peggio’ è già un articolare pensieri, come movimenti dopo una caduta, lenti e esplorativi: mentre elaboro, vedo cosa si può fare nel frattempo, ed è la parte saggia e noiosa.

24 aprile.

Alcuni di noi hanno il compito di aprire sentieri: vengono chiamati esploratori.
Sul loro cammino sta l’affrontare rovi e spine, e l’arrivare in luoghi meravigliosi e inesplorati ai quali pochi accederanno; gli esploratori sentono il bisogno di condividere, e questo sarà uno degli attaccamenti cui dovranno far fronte.

Mi sono definito un esploratore: è sempre stata l’atmosfera in cui mi muovevo; il cercare è stato il primo movimento, senza vedere, per lungo tempo, che il punto sta nel come.   

Avrei dovuto convogliare l’energia della cerca in una sorta di strategia, visione o intento, ma la cerca ha in sè il pericolo di bastare a se stessa, di diventare autoreferenziale: ha da essere illuminata.

Così i rovi e le spine diventano medaglie, e vanno a far parte del biglietto da visita, componenti della maschera e parte integrante del Concetto di Sè; bisogna porre attenzione a questo, e io non l’ho fatto.

Accanto alle ferite che la vita arreca, tocca mettere anche quelle che ci si procura da soli: si nascondono in anfratti dove mai andresti a cercare, camuffate da imprese, immagini di trionfo, conquiste, dalla meraviglia dello scoprire.
Tutte hanno la caratteristica di rivelarsi nel tempo: a volte ci si ritrova a difendere qualcosa che è evidentemente un corpo estraneo.

Così prendo atto di una realtà: ho sette ernie vertebrali, di cui tre hanno intaccato il canale midollare, e una è riuscita a sviluppare una necrosi: forse è questa la causa di una parestesia che dura ormai da tre anni, invalidante e progressiva, sia nell’intensità che nella diffusione, e che ormai ha invaso ogni parte del corpo; sono evidenti i danni alla mielina; ho di fronte una seconda operazione di ernia inguinale ed un’altra per un tumore alla vescica, che per sua natura concede, al settanta per cento di coloro che scoprono di averlo, di arrivare a una sopravvivenza di cinque anni, con la quasi certezza di una recidiva entro questo termine; nel giro di poco tempo ho visto diminuire la mia autonomia fino ad essere dipendente praticamente in tutto, e ciò è stato accompagnato da un progressivo aumento del dolore, sia fisico che psichico.

Come sono arrivato, in tre anni e da una situazione fisica più che buona, a questo punto?
Come mai non riesco a fermare questo discendere, di cui continua a sfuggirmi il senso?
Questa malattia, che in realtà è un insieme di malattie, si comporta come un vortice che aggancia qualcosa di profondo.   

Sono consapevole di un movimento: lasciare che la parte più solida venga attirata nell’abisso, e che un’altra, come strizzata fuori dalla consapevolezza, esca dai pori per poi alzarsi al di sopra della tragedia e arrivare a strati più leggeri e luminosi.
Il tempo è davvero una questione di prospettiva.

Quanta parte ho, o dovrei avere, in questo processo di sdoppiamento?
Forse è questo il morire, e quindi tocca portare più luce possibile: tocca attraversare lo specchio spesso.

Un esploratore sa cosa è una tribù, proprio per il fatto che spesso deve starne lontano, e ha tempo e agio di affiancare le proprie esperienze e guardarle, per aprire la mente, avere la saggezza che deriva dall’aver esercitato il Toccare: non c’è comprensione senza coinvolgimento.
L’orizzonte più vasto rivela nuovi aspetti e preziosità uniche: un’immagine della tribù che egli è tenuto a specchiare, e questo movimento fa parte dei rovi e delle spine, perchè crea ruvidezze.

Sto pagando un prezzo salato, mi viene da dire, ma in questo momento sono triste, arrabbiato, la paura tiene le spalle tese, il senso di impotenza ha a che fare con tutto ciò che non riesco più a fare, ed il dolore non molla un attimo.
Una nuova personalità deve farsi strada.
È solo il mio corpo che sta pagando un prezzo salato, in verità, ma se vado un poco più in profondità, trovo due parti sempre più in contrasto fra loro: due colori, due anime, due profumi; due entità.

Forse mi è stata data questa situazione e tolto il movimento perchè stia fermo a guardare questa crescente contraddizione, per poter accedere a qualcosa intorno a cui sto girando da sempre.

Ancora più in profondità, e vengo circondato da calore e morbidezza che si stempera in quel che mi trovo attorno, negli affetti, nelle premure, nel senso delle cose: si presentano valori un tempo offuscati da altri che ora non significano molto, e spostano l’attenzione verso l’Astratto; la realtà oggettiva e quella soggettiva smettono di fare a gara, e ciò disattiva, per qualche istante breve ma che lascia traccia di sè, l’agganciarsi all’anima degli uncini dell’ego.

Sono fermo nella mia casa, ne esco solo per recarmi in ospedali o da terapisti, e questo succede una o due volte la settimana, per cui sono dietro le grandi vetrate, nella luminosa veranda che entra nel verde e nel paesaggio, per gran parte del giorno e spesso anche della notte.
Guardo, o comunque ho sott’occhio, boschi, colline e alberi lontani o che toccano i vetri, uccelli che arrivano, cantano, litigano; un cielo lungo, un grande orizzonte, tante e tante nuvole e colori di albe e tramonti e un arcobaleno di varietà di silenzi.
Insetti e piccoli animali, lucertole, coleotteri iridescenti, le mie api, sono presenze quotidiane che mostrano concomitanze, assonanze e ritmi.
I rumori della casa ed il suo reagire; il falco che traccia una rotta e vedi da come vola che sa dove sta andando; il nitrire dei cavalli.
Anche senza volerlo ci si accorge di essere dentro ad un dialogo, parte di esso, e l’eterno rumore di fondo inizia a divenire una lingua che si può comprendere.
La qualità della mia vita si è alzata.
Ho ridotto i contatti umani, già sempre sobri se non scarsi, e ciò mi ha permesso di entrare maggiormente nelle relazioni che mantengo: intervengo meno di prima, e, forse grazie a questo, l’armonia riesce a riposare più spesso sulle poltrone di casa.
La qualità delle mie relazioni è cambiata.
I miei neuroni specchio stanno da tempo lavorando con la natura, gli animali, il clima: vedo un albero, un animale, un tipo di erba agire o reagire, far sentire il proprio non esserci e so cosa significhi, entro in un sentimento che mi mette in sintonia, la comprensione passa attraverso una porta autonoma dalla parola.
Io sono cambiato.

Ho smesso di fumare, da un giorno all’altro, solo perchè ho letto che il fumo di sigaretta è il principale agente di tumore alla vescica: ma non posso smettere di fumare marijuana, per cui ho associato il tabacco in sè al tumore, e fumo solo erba pura, con più consapevolezza, come chiedeva Carlos.
Vedo come sia facile decidere di modificare le routine: ecco la sagoma dell’agguato.

Sono all’interno di una trappola: capita spesso di chiedermi se riuscirò a far sì che diventi un agguato, perchè per ora mi vedo topo che cerca l’uscita.

Quanto mi resti da vivere non è un lamento, se non rare volte: è una considerazione che mi aiuta a mettere in prospettiva le cose che succedono e a quanto sia adeguata, o meno, la mia azione.

Il cancro ha preso il palcoscenico in modo diverso da quello con cui sono apparsi gli altri problemi, e tutti, attori e regista, direttori d’orchestra e manovali, stan danzando al ritmo della sua apparizione; tuttavia oggi ho scritto, e forse è segnale di ripresa: prendo in considerazione il rialzarmi dopo due settimane steso al tappeto.
Non ho capito un accidente, visto mi ricapita la stessa cosa, negli stessi giorni, aggravata da un tumore.
Sento un arrendersi dentro, una eco di un allentarsi, e non distinguo: potrebbe anche essere l’uscita che sto cercando.
Come sarà, fra tre anni: sarò riuscito a rompere uno schema che ancora non ho visto o arriverà il momento in cui dovrò restituire il corpo?

Venerdì dovrei entrare in ospedale, per una prima operazione di ernia inguinale, e sabato dovrei essere di nuovo a casa. 

29 aprile.

Non mi vedo, ho bisogno di un’immagine: quella che avevo non serve più, non è più adeguata.
A volte la percezione spazia, le mani esagerano quel che sentono; gli umori degli altri, e spesso anche i loro pensieri, entrano come folate d’aria, esercitano pressione come mani che si appoggino, e le persone fanno e dicono quel che sto pensando di sentir dire o di veder fare, e questo mi atterrisce.
Se sono le nuove capacità, vengono offerte su di un vassoio alieno, deforme, fragile.
Anche gli altri mi guardano con occhi diversi, è evidente che le piccole cose di ciascuno che mi agganciavano ora scivolano, e questo crea sconcerto.
Entro ed esco dai digiuni come da momenti privati, come labirinto in cui, procedendo, sempre meno si vanno ad incrociare sguardi, parole, odori, lacrime.

Pavento il creare realtà dal pensiero, o dallo spostamento del punto di unione, e una voce dentro sussurra che non è così, non sono i miei spostamenti che creano nuove realtà, ma il sentirle in anticipo e venirne attratto come da un gorgo.
Sia come sia, è dunque in mio potere andare verso scenari definiti, con la certezza di essere a mia volta in mano all’Astratto.

Vedo i momenti in cui potrei osare sfilarmi davanti come vetrine che espongono beni di cui posso anche fare a meno; ho lavorato una vita per vedere quel che vedo ora.
Quando si sprecano troppe energie, come certamente io ho fatto, l’obiettivo raggiunto raramente soddisfa il cercatore, cambiato nella cerca stessa: vivo in questo una parte di verità e lo svilimento di qualcosa.
Credo sia la sensazione della presenza della morte a sfumare le inerzie, a togliere interesse: la parte di me che ancora insiste ad esplorare allarga le narici e annusa, ed è qualcosa che riscalda il desiderio, tuttavia appare in quanto andrà ad accadere una spietatezza che lascia senza fiato.

C’è una parte di me umiliata: nel momento in cui scrivo le dita della mano sinistra rifiutano l’agilità con la quale giocavo al computer: ora due si rifiutano di muoversi, e le altre paiono timide, esitanti.
Fin dove arrivi l’autocommiserazione e dove inizi l’accettazione, non so, in questi giorni, dire: sento il pericolo del lasciarsi andare a quanto sta succedendo, ma al contempo la necessità di farlo.
Mi è stata negata l’opzione che avevo scelto: arrivare da qualche parte camminando ancora sulle mie gambe, cioè a dire scegliendo.

Ho iniziato oggi un altro digiuno, e mentre cercavo dentro che spirito avevo attaccato all’idea del sospendere il cibo, ho scoperto che era un digiuno di protesta: mi sono messo a ridere, come mi fossi fatto da solo una battuta; invece poi mi è piaciuta l’idea.
Digiuno per protestare, sento ingiustizia: adesso il mio ego gira lì, mi serve da innesco; nel corso dei giorni questa cosa si chiarirà, e la fame ed il dover resistere in qualche modo cambieranno l’attuale prospettiva.
Protesto contro i cretini che vanno in giro con la targa di dottori, e contro un tonal che non favorisce il lavoro degli uomini di medicina, che indossino un camice bianco o un perizoma; protesto perchè mi sento ingannato, perchè ho paura, perchè qualcuno mi ha rubato il senso di gratitudine.
Protesto perchè non riesco a dissipare la nube che ho sulla testa, perchè vorrei essere sereno ma non mi si dà tregua: protesto perchè un tempo la protesta è stata una conquista, e aveva il sapore della sfida.

Non mi do un termine: inizio a non mangiare e vedo dove arrivo; ho davanti, presumibilmente, un mese prima dell’operazione alla vescica, dato che quella all’ernia, a meno di interventi divini, si perde nei fogli del calendario.
Un altro motivo per il digiuno è che ho la sensazione di non fare nulla per me, e digiunare significa   rimettersi alla cerca: abbinerò ayahuasca, e cannabis, alternandole per come mi verrà, togliendo divieti e consuetudini, sia per quanto riguarda i tempi che i modi.
Ho voglia di sentire addosso che qualcosa si muove.
Mi mancano le interazioni con il magico.

Forse, appena scoperto il tumore, avrei dovuto andare in Ecuador, e probabilmente lo avrei fatto se non ci fosse stato l’impedimento fisico dell’ernia; d’altra parte, senza le ecografie fatte per quest’ultima, non saprei di avere un tumore.
È un labirinto che tocca guardare dall’alto.

Il cammino dell’ayahuasca è ancora l’unico che si apre davanti, assieme al kambo, ma non più soltanto come percorso di guarigione: quel che mi ha chiamato laggiù, che mi ha fatto scivolare così pulitamente davanti a Carlos, aveva una densità troppo elevata perchè non gli dia credito, e ancora non ho usato i doni ricevuti.

Coniglio chiede una Danza, che ancora non gli ho tributato.
L’alternativa è attendere, ma senza star fermi: da qui il digiuno.
Mi preparo.

L’attenzione è sospesa, fluttua fra le sensazioni e le le percezioni nette che ho di ogni cosa, persona o fatto entri nel mio campo energetico: non ho la capacità, tuttavia, di distinguere sempre la causa dall’effetto.

La forbice fra il malessere fisico e l’aumento della percezione, iniziato tre anni fa, continua ad aprirsi.

30 aprile.

È notte, il vento soffia forte, da ieri, e pare abbia intenzione di continuare; il bosco attorno casa manda onde sonore come di oceano, e apre alla mente paesaggi.
La consapevolezza incrementa il nervosismo del lupo in gabbia.
Ogni cosa sta mostrando la propria impermanenza, disegnando crepe.
La discesa non è ancora terminata, sono molto sbilanciato.

L’angolatura dalla quale vedo la realtà è terribilmente deformata, me ne rendo conto.
Una lotta interna si sta svolgendo, e gli scenari sono, di volta in volta, le insonnie, le giornate vuote, e ogni episodio in cui si evidenzia la mia impossibilità a fare quel che avrei fatto fino a due mesi fa.
L’immagine è dello strapparsi di tessuti spessi e fibrosi, non dissimile dalla visione che ho avuto in ayahuasca, in cui qualcuno stava sbucciando il mio corpo.
Torna alla mente anche la prima toma in autunno: la visualizzazione immediata è stata di un guerriero urlante che cercava di uscire, di strapparsi di dosso un’armatura fibrosa del colore del diaspro, mentre il mio corpo si contorceva e si afflosciava, privo di volontà. 

Sono quasi costantemente sotto effetto della cannabis: fumo grandi quantità di erba pura, con l’interruzione di poche ore di sonno qua e là: non ho ritmicità, attirerebbe l’attenzione del mostro sacro.
Così mi sottraggo al sonno, al ritmo; guardo le notti passare e mi perdo nelle sfumature del cielo che, in questi giorni di vento da ponente, vira dal blu profondo della notte senza luna verso un azzurro così lucente che si sposta nel verde, e chiudo gli occhi a pezzi di giornata uguali ad altri, ripetizioni che in questi giorni respingo: cerco di sfuggire a ciò che sta arrivando, mi riempio di immagini e di silenzio, ascolto il lavorìo interiore.

È spuntato il sole: la luce taglia le ombre e il vento continua a muovere gli alberi e alza rumore di onde; c’è luce, e i caprioli dimostrano, abbaiando, che l’oceano, qua fuori, ora non esiste.

Fra una o due ore qualcuno inizierà a svegliarsi, e non ho ancora voglia di preparare un the.

Una rabbia stizzosa e cocciuta cerca di coprire la ferita, e le visioni, ora che ci penso, hanno tutte in comune fibre squarciate all’altezza del petto: forse il guerriero urlante non cercava di uscire, ma di riaprire la ferita, di rimettere in movimento la grande cicatrice.
Il mio nagual sta lavorando, pare, e cerco di usare gli strumenti che ho per stabilire ponti, aprire porte, ma il corpo è debole, e umiliato: deve ritrovare dignità.
Continua a venir colpito il secondo chakra, il pianeta Venere, il chakra che si apre di fronte alla Bellezza, il centro portatore dell’energia che, nel mondo animale, è sorretta dall’Ape: suona ironico, per un apicultore.

Secondo giorno di digiuno, non ho fame: bevo spesso the, tisane, un succo di mela.
Il corpo inizia a reagire: oggi regala una sensazione di compattamento.
Sento il vento, freddo nonostante il sole, perchè è una bella giornata di primavera, e le folate sono dense:  viene da lontano, e durerà.

 

Che Bellezza sia sempre accanto.

Adriano. 

By |2019-10-25T00:46:02+00:00ottobre 25th, 2019|Blog|0 Comments

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