11 settembre 2019 Frammenti, veloci come stelle cadenti

Buongiorno.

Dopo sei viaggi in due anni, i periodi passati a casa assumono connotati differenti, così come ‘essere in viaggio’ diviene una definizione relativa.
Rileggendo queste pagine, scritte appunto fra due viaggi, mi sembra evidente il bisogno di elaborazione di tanto materiale: se viaggiare apre la mente, tocca accettare la confusione che ne può derivare, in successione cronologica, nel rimettere ordine, fare spazio al nuovo, eliminare l’inutile, stabilire nuovi parametri di interpretazione di quanto va ad accadere, e rendersi infine conto dell’inutilità del controllo.

Diceva don Juan che la stregoneria va ad essere un tentativo di ristabilire la conoscenza dell’Astratto, e riguadagnarne l’uso senza soccombere ad esso.
In quel periodo di un paio di anni fa, stavo assimilando, senza rendermene conto, frammenti di una conoscenza di cui non si può parlare, passata attraverso molteplici atti quotidiani impregnati di intento.
I viaggi in foresta, le cerimonie che si inanellavano inseguendo una guarigione, le ricapitolazioni di quanto succedeva, i pochi discorsi, i silenzi, tutto stava lavorando per modificare un terreno che avevo strutturato in una vita intera, e che mi aveva portato dov’ero.
È un processo ancora in corso: a pochi mesi da quei giorni di dicembre, avrei scoperto di avere un tumore, e sentito con chiarezza quanto fosse stato importante aver compiuto quei primi passi.

14 dicembre 2017.

Non posso decidere le regole, solo fare proposte: chi decide è l’Infinito.
Sembra che io debba imparare questa lezione, che porta con sè l’evidenza del doversi arrendere.

Il potere personale sta dunque in un luogo diverso: nell’infrangersi contro una regola non desiderata, una per tutte il dover morire, la testa dice che il mio potere perde di fronte all’ineluttabile, e così mi fa credere di dover contrastare ciò che accade.   Forse non è così, forse il mio potere come essere umano sta in un luogo in cui posso decidere solo alcune cose: il resto è fraintendimento, scambiare il voler interferire con il decidere, e l’intestardirsi a non aprire gli occhi con l’essere sicuro di qualcosa.
Il mio potere sta nel preparare attorno perchè un evento che il mio spirito sta chiamando possa trovare il luogo in cui collocarsi: gli affannati affari esterni, colorati dalle proiezioni delle ombre, appaiono difficili o impossibili a causa di queste ultime.
In questo spazio sta il mio potere, qui posso decidere, ma la scelta non può pretendere di essere anche quella dell’Infinito; vi sono cose che non sono di mia spettanza: tocca essere impeccabile, e questo è tutto.

19 dicembre 2017.

L’ayahuasca mi dà la possibilità di arrivare al nocciolo delle cose, o per meglio dire, di vederne la parte astratta, di essere più sobrio nelle manifestazioni e, al tempo stesso, più penetrante e incisivo.
Quando questo succede, arriva un senso di bellezza: forse l’arte aspira ad un’estasi di questo tipo.
Vi sono molti tipi di estasi, se per estasi si intenda un arresto del dialogo interiore, il silenzio attraverso cui passano sentimenti e verità: lì c’è una chiave, una apparizione, che lascia una traccia come profumo nell’aria, non diversamente dai sogni.

Non sono sempre così consapevole da poter andare in quel luogo, tuttavia vedo che ciò è entrato nel quotidiano, inizio ad avere consuetudini nuove, faccio esperimenti con le piccole cose interiori di ogni giorno, e soprattutto ho la sensazione dell’effetto cumulativo: il fatto che questa diversa consapevolezza sia entrata più volte, per tempi sempre più lunghi, ha innescato un meccanismo virtuoso in cui risulta più facile scivolare in altra dimensione.

20 dicembre 2017.

In questi giorni sto meglio, l’Astratto è di nuovo un compagno di viaggio.
Qualcosa si è ricostruito, non sono più nella situazione di essere senza pelle, con i nervi scoperti.
Sono momenti, certo, tuttavia benvenuti.

La scala di valori della mia vita è cambiata parecchio, ed anche questo credo faccia parte della guarigione.   Ho ancora paura a pronunciare questa parola, perchè in questo momento non è reale, e rifuggo dai labirinti mentali: il pensare positivo non è una strada, casomai una conseguenza.
Tuttavia il concetto di guarigione muta con il mutare del concetto di malattia: in questo momento, per me è soprattutto vedere che questi anni sono essi stessi la vita, ne fanno parte.

Il curarmi da solo instilla l’idea di protezione; in realtà, da quando ho iniziato questo cammino con l’ayahuasca, ho già ricevuto parecchi doni, compresi quelli che so di aver ricevuto ma che non riesco per ora a recuperare: ad esempio, il canto di medicina durante la terza cerimonia, che ho cantato per lungo tempo,  e che mi è servito a risalire.
E’ uscito da solo, ne ho un ricordo nitido; poche note, in diverse combinazioni: indubbiamente un icaro, regalato dalla liana.
Tornerà, prima o poi.
Invece mi è rimasto un altro canto, e pensavo fosse quello di Carlos memorizzato per averlo sentito su di me, ed invece non è così: diverso, si è costruito a poco a poco nei giorni seguenti, ed è anch’esso semplice, due strofe che si ripetono, con poche note ciascuna, e qualche variazione possibile.
L’ho già usato, e mi piace: entra piano, chiede forza e tempo, per dispiegarsi; non ne abuso, nè lo maneggio con leggerezza, perchè esige sacralità, ed è fragile quanto me.

E’ iniziato un rapporto con i suoni che non ho mai avuto prima; sono stati la prima cosa che mi ha colpito.
Gli uccelli, soprattutto di notte, straniano la percezione con canti nuovi e mai sentiti; l’eco della grotta  distorceva la percezione dei rumori della limpia, dell’acqua che gocciolava, dei sottili canti di Carlos: il silenzio stesso era diverso.
E non mi sono mai piaciute più di tanto le maracas, per quanto spesso le abbia usate, in qualche serata di canzoni; a Tena mi è preso desiderio di comprarne una che mi stesse bene in mano, che facesse un suono particolare: l’ho trovata, e ora, così come il canto, la uso pian piano, poche volte, per pochi minuti.
Ma i sonagli proprio non li avevo mai presi in considerazione, perchè mi sembravano troppo tribali per quel che mi sono sempre sentito di essere.
In Ecuador li ho invece osservati, per trovarne di adatti a me: non capivo che avrebbe dovuto essere il contrario.   Ne ho comprati due, uno fatto di unghie di lama, pesante, con un suono che può diventare assordante; l’altro, invece, leggerissimo, fatto con bucce di semi a forma di campanula, emette un suono come di pioggia.
Durante l’ultimo seminario qui a casa, li ho scossi timidamente intorno al mio canto, fischiato leggero, e in quell’unica occasione anche Bianca si è inserita nel fischiare, con le maracas in mano.
È stato emozionante: l’apertura di cuore nel momento in cui mia figlia sceglie di partecipare e mi sostiene, senza esserne stata richiesta in alcun modo; la modalità stessa con la quale è avvenuto quel breve icaro di pochi minuti, come l’avessimo provato per mesi; la libertà che ho sentito nel danzare intorno a chi era seduto in centro, cosa che mai avrei pensato di fare prima, scuotendo piano i sonagli, fischiando e sentendo Bianca che faceva la stessa cosa, seduta nel cerchio esterno, con altri che suonavano i tamburi, finalmente leggeri e seguendo un intento comune: magìa girava nell’aria, ed io l’avevo, in qualche modo, evocata, senza averne l’intenzione: tutto è accaduto senza  dialogo interiore. La sensazione è netta: entra e diventa pietra di paragone.

21 dicembre 2017.

L’unico potere che in realtà abbiamo, in quanto esseri umani, è la Scelta, ci dicono gli Anziani; quel che tacciono, perchè da un certo momento in poi è necessaria una visione ampia, è che la Scelta, in sè, non ha potere: il potere sta nell’arrivare alla Scelta.
La scelta è qualcosa che ci riguarda, ma nei confronti dello Spirito è solo una proposta, una dichiarazione: sarà l’Infinito a decidere, all’interno di uno scenario nel quale ci sarà la nostra scelta, e questo orienterà le conseguenze.
Quel che possiamo fare è preparare, al meglio possibile, il terreno perchè qualcosa possa arrivare: comprendere questo aspetto della realtà comporta una destabilizzazione dell’ego, ed è in quegli istanti di silenzio, nella frattura che per un istante ne consegue, che diventa possibile ascoltare la Voce Interiore.

Che fare, dunque, se non cercare di coltivare più spazi possibile in cui la Voce Familiare si possa manifestare?
Per sollevare questa coltre che incombe, questi spettri fatti di poco, per allontanare qualcosa che davvero, a ben ascoltare, non si desidera, che fare se non rivolgere le energie verso l’interno, usarle per fare e non per impedire?

Alcuni spazi di silenzio si conquistano riducendo il contatto con il sociale, ma tocca innalzare il livello del contatto stesso, perchè questa sinergia porta protezione.
È il momento, ad esempio, in cui si cambiano le amicizie, le frequentazioni, le letture, ed è un momento in cui l’ego deve identificarsi in qualcosa d’altro.
Tuttavia, in questi passaggi, si possono sperimentare periodi di assestamento in cui si frantuma la compattezza dell’armatura, prima che se ne costituisca un’altra, ed appaiono immagini preziose, da fermare nel sentimento.

22 dicembre 2017.

Ieri sera ho preso ayahuasca: sembra sempre sia uguale, e poi risulta cosa diversa.
Sono stato portato nel sognare quasi subito, sprofondato in un dormiveglia per un paio di ore, per alzarmi poi stanco nel corpo e lucido di mente, una contraddizione che di solito mi porta all’insonnia: così è stato.
Ho deciso per una canna, ed è stata la prima volta che ho fumato dopo l’ayahuasca: sembrava che la liana e la cannabis si tenessero per mano in una danza di immagini e forme allucinatorie morbide e sensuali.

E’ iniziato un vero e proprio viaggio interiore, durato tutta la notte, in cui usavo il corpo, gli occhi, piccoli spostamenti della testa o delle gambe, per far variare le visioni, spostare lo sguardo, perchè parallelamente alle immagini scorrevano sensazioni interiori, sentimenti e voci che seguivano un filo, e andavano a dipanare il groviglio in cui mi ritrovo in questi giorni.
Capivo che stavo imparando a condurre qualcosa, o meglio, stavo iniziando a vedere che qualcosa si poteva condurre: dico condurre ma somigliava piuttosto ad uno scivolare lateralmente come a seguire un sentiero con varie biforcazioni, ed il filo conduttore era come un profumo, perchè portava indietro, come i profumi fanno, a scegliere in quale direzione lasciarmi scivolare, seguendo qualcosa di antico.
Mi sembrava di essere di nuovo nella grotta, ma in una maniera più morbida, conosciuta.

Stamani sono confuso, con il corpo e lo spirito particolarmente acciaccati, ma mi sento più permeabile di ieri, meno arrabbiato, con meno paura.

 

24 dicembre 2017.

Oggi non stavo facendo nulla di particolare, un momento qualunque di una qualunque giornata, e stavo occupandomi delle piccole cose del quotidiano: ho avuto una sorta di dissociazione.
Vedevo ogni cosa e persona attorno a me con più chiarezza e da un punto di vista un poco più alto e più arretrato; anche i pensieri, o comunque quel che in testa girava, sembravano aver cambiato tono di voce, e una consapevolezza ha parlato nella mia testa, dicendomi che la vita è questa, esattamente quel che stavo vivendo in questo momento, quel che ho sempre vissuto in ogni momento prima di ora.

 

Comprensioni, frammenti, veloci come stelle cadenti, minuscoli risvegli, sprazzi d’infinito.
La mente inizia ad essere un servitore, più che un padrone.
Mi confronto con quel che ero due anni fa: rileggendomi e scrivendo compio una ricapitolazione, seguo un filo, anzi lo scopro strada facendo.
Perdo il bisogno di definire, mi smarrisco di fronte alla vastità di quel che un vecchio me stesso avrebbe avuto bisogno di controllare: troppe cose sfuggono, e non vale l’ignorarle, il far finta che non esistano.
Serve un altro tipo di sguardo: la rapacità dovrà scomparire da ogni recesso della mente, da ogni cellula del corpo, da ogni sfumatura di emozione.

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2019-10-14T13:19:52+00:00settembre 11th, 2019|Blog|0 Comments

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