13 settembre 2019 Come una successione di infiniti risvegli

Buongiorno.

Continuo a proporre, spulciandole, pagine di quel periodo.
Ogni tipo di ricapitolazione è importante: non si finisce mai di scoprire cose dimenticate, e ogni scoperta è uno spolverare, un toglier croste, un alleggerirsi.
La pulizia sta alla base di ogni processo di guarigione, in ogni cultura, in ogni pratica.
Nello yoga le asana sono uno strumento successivo alle tecniche di purificazione, prima di vipassana c’è anapana, in omeopatia prima del fondamentale si somministranno rimedi che riattivano le funzioni metaboliche, e l’eliminazione di tossine è il fulcro di ogni cura.
Non è sufficiente dichiarare di volersi liberare dalle cosiddette negatività, e non bastano i pensieri positivi: la zona di sicurezza che ci siamo costruiti per il terrore dell’ignoto ha infinite ramificazioni che la tengono salda, ma è all’interno di questa che si sviluppa la devianza che porterà alla disarmonia.

Il ritorno a se stessi prevede dunque uno smantellamento della sovrastruttura essenzialmente tossica che ha permesso di arrivare ad avere una collocazione in questo mondo, e il pagamento, lo scambio obbligato è costituito dall’aver ceduto, più o meno consapevolmente, alle false sirene.
L’Astratto è stato dimenticato, e quando c’è la necessità di curare i danni fatti, il condizionamento impone di concentrarsi su questi ultimi.
A volte è così difficile ritornare all’essenziale, alla sobrietà, perchè i sensi sono offuscati, pieni di false realtà, di falsi obiettivi: le incrostazioni impediscono di vedere.
Nel chiedere a se stessi di cosa abbiamo bisogno, spesso le risposte che ci diamo non sono nostre. 
Per intravedere qualche sprazzo di verità, tocca rivolgere lo sguardo all’interno, separare l’emozione dal sentimento, non lasciarsi distrarre da ciò che parla a voce alta, e prestare invece attenzione ai sussurri dello spirito.

 

27 dicembre 2017.

Mi è stato regalato un libro che tratta di ricapitolazione, dal punto di vista dell’antroposofia, e che va ad assumere forma di autobiografia: la focalizzazione sulla relazione fra gli avvenimenti dei primi ventuno anni di vita ed il resto del vissuto mi ha intrigato, perchè poneva il focus fra stato del presente e atmosfere interiori del passato, seguendo lo scorrere dei settenni.

Ho fatto in due righe lo schema che veniva proposto e messo in correlazione l’avvenimento del presente: come scelta ho optato per il momento in cui qualcosa si è rotto nel mio fisico, in modo che dovessi accorgermene, e cioè il momento in cui l’ernia inguinale è apparsa.
Questo è accaduto nel maggio 2014, cioè a dire subito prima che compissi il sessantunesimo anno di età, o, se si vuole contare anche i nove mesi dal concepimento, a 62 anni compiuti; mettendolo in relazione con il periodo corrispettivo nello schema dei settenni, è risultato il legame con quel che successe, o meglio, con la situazione generale di quando avevo 19 – 20 anni.
Questo è un periodo spesso ricapitolato: vi ho spesso attinto episodi di vita vissuta, come da una riserva inesauribile, per raccontare di me, mostrare da dove vengo; oggi, mettendo insieme queste due cose, è uscita una semplice parola, per riassumere: quel periodo era dominato dalla frenesia.
E, se dovessi dire quale fosse l’oggetto di questa atmosfera interiore frenetica, non potrei: la smania dell’esplorare l’interiore, mio e degli altri, non era inferiore a quella che aveva a che fare con il distruggere le regole che vedevo attorno ovunque, nè a quella che desiderava imporre futuri giusti a tutto l’universo.
Era frenesia, e ovunque trovava terreno fertile, perchè cercavo me stesso nel posto sbagliato.

Ma da dove derivava, da dove veniva una cosa che mi avrebbe portato, decenni dopo, ad una malattia, e uso ancora questo temine per onestà, progressiva e che mi sta fermando lenta ma inesorabile?
Dov’era stata la svolta storta che avrebbe determinato un colore di fondo di tanta parte della mia vita?

A studiare, spiegazioni se ne trovano tante, di svariati generi.    Si può addentrarsi nell’astrologia, magari un poco più a fondo del solito, e vedere le costellazioni interferire sotto forma di cicli, o di nodi lunari, e si ha un’immagine; gli ambienti in cui si è cresciuti, la famiglia, la scuola, il quartiere, ne forniscono un’altra; se ci si apre al concetto di reincarnazione si hanno certamente percorsi suggestivi ed esplicativi, e l’analisi del periodo prenatale può dare informazioni preziose, e altro si aggiunge.
La somma, lo scorrere di tutte queste immagini può fornire un abbozzo di risposta: se ascolto quel che muovono dentro le successioni di tracce che vado a cercare ovunque, sento che si solleva un sentimento, per ora confuso, che ha a che fare con un reincontro.

Ricordando quando, nella caverna, l’ayahuasca assumeva la forma di un’onda, che progressivamente saliva, fino a che questo movimento tellurico è esploso ed è apparsa l’iguana, ebbene, questo è movimento simile: l’ayahuasca e questo tentativo di reincontro con qualcosa che non conosco e che mi fa paura si muovono allo stesso ritmo, con le stesse movenze.

Qualcuno ha vissuto tutti questi anni separato da me ed ora vuole tornare e anch’io lo voglio e mi terrorizza; mi chiedo se anche questa entità sia spaventata quanto me, se sia pervasa da qualcosa, nel suo mondo, equivalente alla paura.

In questo momento l’ayahuasca rappresenta un ponte fra due mondi, che mi sento reclamare come miei, e le resistenze appartengono ad un’armatura che inizia ad apparire troppo stretta, che resiste e contrattacca in ogni maniera che le riesce possibile.
E so, perchè lo sento giusto, che non devo frantumare questa struttura come fosse nemica, anche se ne ha tutte le caratteristiche: sento di dover, piuttosto, farle girare lo sguardo, usarne le possibilità, giocarci una partita, insomma.   Che è poi questa vita.
Per fare ciò devo capirne gli schemi di intervento, che sono dunque i miei: il come mi muovo, come mi sono mosso, con le abitudini inconsce che ripetono all’infinito la stortura che mi ha portato qui, con questo corpo che soffre e deve star fermo come mai è stato.

Questa è la mia cerca, per ora, ma se ne sta affacciando anche un’altra, alzatasi ormai da tempo sull’orizzonte: c’è qualcosa di tangibile, là fuori, che va al di là delle mie proiezioni, paure o desideri, e che agisce con un’intelligenza, certo diversa ma comunque riconoscibile come tale, con cui è possibile avere un rapporto.
Non c’è spazio per la suggestione: reali esperienze arrivano al fisico, e al loro interno è evidente che ci sono spazi di manovra, non ho idea quanto vasti, e un lessico da imparare.
Ho avuto momenti in cui consideravo l’ayahuasca come un’entità, ho cioè riconosciuto un filo di azioni successive che non potevo far altro che attribuire ad una sorta di intelligenza che lasciava intravedere un suo intento: avrei potuto partecipare oppure no, ma questo filo esisteva, diventava tangibile  nell’incastrarsi reciproco, in un sentimento che usciva pian piano dall’oscurità.
Come una successione di infiniti risvegli.

 

28 dicembre 2017.

Antonella parte oggi pomeriggio per un ritiro di dieci giorni di meditazione Vipassana: passerà questo tempo prendendo alcuni voti, come ad esempio il non interferire in alcun modo con gli altri, non prendere ciò che non viene dato, non uccidere, neppure una zanzara, non assumere intossicanti di alcun genere, e meditando diverse ore al giorno: convivere, meditare, mangiare, dormire con altre persone, per un periodo così lungo, senza parlare e trattenendo anche gli sguardi, sembra un’impresa, e a me piaceva tantissimo.

A parte la prima volta in cui sono entrato in un ritiro di questo genere, e parlo di più di trenta anni fa, in cui sono fisicamente scappato al terzo giorno, tornando a Milano la sera chiedendomi se fossi impazzito a fare cose del genere, per poi rifare le valigie due ore dopo e presentarmi alle cinque del mattino sulle colline di Piacenza, puntuale per la prima meditazione, a parte questo primo episodio, ho ricordi forti e degni di ogni tempo passato nei ritiri; ed è stato in uno di questi che ho provato per la prima volta allucinazioni che scaturivano, ma questo lo dico ora, dalla percezione fisica ordinaria: erano vere.
Ho percepito, e ne ho ancora il ricordo nel corpo, aspetti non fisici come lo fossero, parti esterne alla pelle che avevano una vita intrinsecamente legata al corpo stesso, e tuttavia con loro leggi. 

In un ritiro di dieci giorni, il dialogo interiore ha tempo, spazio e silenzio per scatenarsi e mostrare tutta la sua inconsistenza, ed i mostri e le ombre possono assumere dimensioni davvero imponenti; tuttavia la sofferenza non va ad essere considerata uno scotto da pagare per accedere ad altro, perchè Dukka, la Sofferenza, appunto, esiste come parte intrinseca di ogni cosa, essere o avvenimento: liberarsi dalla sofferenza significa liberarsi dall’idea che la sofferenza sia qualcosa di esterno da cui ci si possa liberare, come fango attaccato dopo una camminata in foresta. 

Vipassana, e mM. Coleman, che una parte di me avrebbe voluto continuare a frequentare per sempre, sono stati un punto fermo, del resto quanto mai mobile, attorno al quale la mia vita ha preso una direzione e che continua ad essere una sorta di piattaforma sulla quale posso in ogni momento salire, che certamente mi reindirizza nei momenti in cui scivolo.
E la gratitudine che provo da trenta anni non si è mai appannata. 

L’ayahuasca va in questa direzione, innescando un circolo virtuoso, che parte dall’essere in grado di operare scelte che peschino nell’oceano delle possibilità e non nella pozza delle alternative.
Una scelta sacra è come un colpo di vento fresco in una bella giornata di primavera: passa, ravviva colori e  profumi, e si sorride; tuttavia nel Tonal può rivelarsi turbinoso, improvviso, e scompiglia.
La scelta a monte di ogni decisione è se vivere anche nel mondo magico.

 

31 dicembre 2017.

Se istanti di pace non arrivano a nutrire l’anima, e se non arrivano via via più frequenti o intensi o al tempo giusto, si può prendere in considerazione che si sta sbagliando qualcosa di fondo, o che davanti agli occhi si abbia un’ombra talmente grande da non vederla.

Stasera prenderò ayahuasca: è la notte di Capodanno.
Ho iniziato a leggere McKenna: come è possibile che persone distanti nello spazio e nel tempo, in condizioni diverse e con retaggi culturali differenti, possano riportare sensazioni, percezioni, ma soprattutto convincimenti, decisamente sovrapponibili e identicj nella sostanza e spesso anche nella forma?
La mente deve prendere atto di questo: è il suo campo. 

Finchè si considera l’ayahuasca in termini tecnici, come ad esempio l’andamento a onde, la progressione, i meravigliosi costrutti geometrici del primo accesso, è possibile pensare ad una azione della chimica della liana che interagisce con i neurotrasmettitori; tuttavia, proseguendo, si entra nella sfera delle percezioni personali, ad esempio la consapevolezza che sia possibile andar oltre con un atto di volontà particolare, che ci si trova davanti ad una presenza aliena, che alcune cosiddette allucinazioni sono incontri con entità che di fatto possiedono una intelligenza, e che tutto ciò non dipende dalla quantità assunta: il senso dell’incontro con il divino, o con una realtà parallela, o con un mondo coesistente al nostro è indubitabile.

Ho un timore reverenziale, nei confronti dell’ayahuasca, e sto capendo che, dietro alla paura che subentra nel momento in cui ti rendi conto che non puoi fermare il film che scorre, c’è qualcosa che ha a che fare con l’incontro con queste entità.
Gli sciamani dicono che lo spirito dell’ayahuasca rende riconoscibili le ombre, secondo i bisogni di ciascuno: si vede che io ho bisogno di provar paura.

Bianca dice che, dopo la terza cerimonia, ha capito che Dio non esiste: senza addentrarsi in discussioni intellettuali su questo, serve vedere che in ogni caso c’è stato un contatto con quell’aspetto, e tanto basta.
La ragione non può non tenerne conto: chi assume DMT si ritrova a vivere qualcosa che senza dubbio non è frutto di allucinazione.
C’è una costante, per dir così, etica, nell’ayahuasca: è tutto meno che una droga ricreativa.

 

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2019-10-14T13:20:11+00:00settembre 13th, 2019|Blog|0 Comments

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