17 ottobre 2019   La morte degli altri

Buongiorno.

Oggi avremmo dovuto avere il volo, lo abbiamo rinviato al 21, in attesa che si smonti lo stato d’emergenza proclamato in Ecuador.

Le manifestazioni, gli scontri, i morti che in questi giorni hanno scritto una pagina di storia dell’Ecuador li ho visti nelle nostre strade cinquant’anni fa: anche io ho rilanciato al mittente lacrimogeni fumanti, ed ora il prendermi cura della mia salute mi conduce in un luogo dell’anima, non soltanto oltreoceano.

Partiremo dunque, meno di quanti avremmo dovuto essere, ora che la situazione sembra più calma.
Sono state le comunità native che hanno dato a quanto successo un’impronta degna: questa sollevazione popolare, incanalata dagli Anziani e dai Saggi delle tribù, aveva chiaro fin da subito che l’obiettivo non era togliere l’aumento del gasolio, ma sottrarre l’Ecuador dalle grinfie del FMI.
Naturalmente nulla è finito, se non una battaglia che è parte di una guerra, e certo non è possibile dire come andrà avanti; sono tuttavia curioso di quel che troveremo.

Le pagine di diario che riporto sono fra le più buie: la discesa agli Inferi si stava compiendo, e non riuscivo nè ad arrestarne lo svolgersi nè a trasformare; forse, a distanza di un anno e mezzo, posso dire che qualcosa è cambiato.
Ancora non riesco a definire, ma certamente molti valori sono stati ridimensionati, altri ne sono apparsi; la continua precarietà rimescola le immagini, e la ciclicità appare molto più reale della linearità.
Ora ho davanti un mese in foresta, e credo proprio che dovrò definire cosa desidero diventare, quale sentiero scegliere, a cosa dedicarmi.

A sessantasei anni, devo decidere cosa farò da grande.

1 maggio 2018.

La sensazione è antica, come se il cancro mi avesse rimesso in riga, e messo in chiaro che sono nei ranghi, assieme a tutti: torna l’immagine del fanciullo che avrebbe voluto essere più in evidenza.

In qualche modo la convinzione di essere più sensibile, o destinato a incontrare qualcosa di meraviglioso mi faceva scegliere il sentiero più difficile.
Tendevo a non mettermi al centro dell’attenzione: le cose giuste le vedevo fare da altri; più avanti negli anni ho sempre rifiutato, infastidito, definizioni come guru, maestro, uomo di medicina, che man mano si offrivano al mio ego; sminuivo anche nel mio pensiero quel che ero in grado di fare.
E camminando su questo duplice binario, osando nel privato e conservando per quanto possibile il silenzio nel sociale, sono arrivato ad oggi.

Il tumore ha zoomato nella cinepresa dello sguardo, allontanando quel che era davanti e ampliando il quadro: mi ha ricondotto nel gregge.
Torna il ricordo della prima persona di cui avessi saputo il decesso per cancro: alle scuole medie avevo una professoressa di lettere, Rosanna M., che mi aveva fatto amare la letteratura; trovava terreno fertile, perchè leggere era la mia passione fin da piccolo.
Ho ricordi precisi della mia relazione con lei, immagini e sensazioni, ambienti: per gli ultimi due anni delle medie andavo a casa sua, in bicicletta, dal condominio in cui abitavo, in una periferia appena strappata alla campagna, al palazzo liberty vicino al centro di Milano in cui stava con i genitori, nei pomeriggi liberi presto diventati quotidianità, e ci chiudevamo in quella stanza austera, le pareti ricoperte di librerie di legno massiccio, fitte di libri.
Libri erano ovunque, e fascicoli, riviste, e stavamo in una bolla, io quattordicenne avido di ogni cosa e lei piccola giovane donna, con lenti spesse e una salute cagionevole che non comprendevo, già condannata da un tumore che la porterà via l’anno successivo, e che mi ha sempre tenuto nascosto.
Sua madre portava il the con i biscotti, o una torta appena sfornata; mi adagiavo grato in un ambiente caldo, morbido e profumato, in una grande poltrona sotto ad una lampada da lettura: in quel leggere i poeti, nel commentarli, nel riflettere in silenzio, c’era tanto amore che non si vedeva, così come non si vede l’aria che si respira.
Dal confuso ammasso ruvido, che brucia nello stomaco di un quattordicenne, una visione ampia dell’amore era passo troppo lungo per le gambe: quando ci salutammo per l’ultima volta, conclusi gli esami e prima delle vacanza estive che l’avrebbero vista morire, ci fu un primo e unico bacio, che non capii, così come non compresi il significato e la densità delle sue lacrime.
Quel contatto di labbra portava con sè molto altro, e lo avrei capito anni dopo.

Il vento di questi giorni, che pur anche stanotte ha soffiato potente, si è man mano, nella mattinata, attenuato e nella sua scia sono arrivate velature alte, e aria fredda: ieri, più in alto delle grandi astronavi bianche, veloci su di uno sfondo blu cobalto, si intravvedevano strisce di ghiaccio, lineari e geometriche, che si infilavano da ovest; diceva il mio maestro di vela che il cielo è un libro aperto, e i mari sono pieni di analfabeti.
Ho imparato da lui a guardare il cielo, e lo facevo certo perchè avevo tanta paura del mare aperto quanto grande era il desiderio di non vedere coste attorno, dell’ebrezza del blu ovunque, del  silenzio.
Guardavo il cielo, stavo attento ai tempi e alla direzione delle nubi, alle lontane increspature e ai cambiamenti di colore del mare: mi spiegavano le correnti e il vento, che si annuncia prima all’occhio che alla pelle, decifravo dal colore e dalla forma delle nuvole cosa sarebbe andato ad accadere, perchè Gabriele non voleva strumenti a bordo che non fossero una bussola e una carta nautica.
Questo mi avvolgeva il mare attorno, e la stabilità della barca era la mia: in un cabinato di legno di sette metri, senza motore, sentire sotto la mano la barra del timone trasmettere le vibrazioni della pala sott’acqua, la forza che il mare oppone alle vele, il dialogo di movimenti leggeri, sensazioni che si assommano a quanto entra dagli occhi e dalla pelle, tutto ciò mi portava via, ampliava a dismisura la sensazione di ansia nel petto, la rarefaceva e la trasformava in felicità.
Così da allora ovunque vada, la prima cosa che faccio è guardare il cielo, capire l’orientamento, stare attento ai segnali che le nuvole danno, diversi per ogni luogo, e quindi ogni volta da imparare.

La foresta, da questo punto di vista, è stata una scoperta magica, e nelle mezze giornate passate a guardare un temporale nascere e morire, o nelle notti in cui stelle sconosciute ruotavano creando spettacoli in cui luna e nuvole davano il meglio di sè, ho collezionato momenti di silenzio che si affiancano ad altri, più antichi, in India, nei miei boschi, sulle scogliere dell’oceano, in riva al mare da piccolo, quando la sospensione del dialogo interiore allaga la consapevolezza di un nulla così denso da liquefarne i confini.

Così forse la morte va ad essere non diversa da uno qualsiasi di questi momenti, solo assoluto, magnifico e definitivo, almeno per quel che vedo ora, con la speranza che sia così: vorrebbe dire che il processo che mi conduce a questi momenti di silenzio potrebbe essere solo una sorta di allenamento a morire bene, con più consapevolezza possibile.

Esploro dentro e scavo, alla ricerca del sentimento che sempre mi prende prima di un viaggio, perchè il lasciare porta in sè il germe dello scoprire.

Torno alle onde sollevate dalla morte delle persone care, alla morte in sè, e penso che la profondità dello sguardo che ogni scomparsa mi ha donato era proporzionale all’impronta che la persona, vivendo, aveva lasciato nella mia anima: solo per pochissimi ho provato nostalgia del futuro.
Il viso di mia madre, al momento del distacco, era rabbioso, quello di mio padre deluso; delle nonne ho memoria che entrambe morirono gonfie, ma il sentimento è lontano.   Rosanna è nel ricordo una bimba ferita, tuttavia ho legato la dignità alla sua immagine.
Dei tre maestri che ho avuto, due sono morti: li ho toccati entrambi pochi giorni prima del decesso e, nel caso di Mario, anche dopo.   Ho vissuto la morte di molti animali; mi è capitato di vedere cadaveri di sconosciuti, di assistere a incidenti mortali.
Se mando uno sguardo d’insieme, mi sembra come se ogni volta intorno al corpo ci fosse una sorta di densità silenziosa, un ispessimento dell’aria: sensazione che proverò ancora, da altra prospettiva.

Il mio essere cupo di questo periodo ha ora una cornice: è la non celebrazione della vita, che mi rende tale, non la morte in sè.
Celebrare, nelle mie condizioni, significa imparare ad esultare anche senza far partecipe il corpo.

È il terzo giorno di digiuno, e sotto stanno preparando il pranzo: salgono profumi che mettono in moto inerzie, come l’impulso di alzarmi e scendere ad addentare qualcosa di caldo e croccante, e non posso dire che sia tutta fame.
Fumo erba, un paio di grammi al giorno, e va bene così

Voglio esplorare limiti e confini, allargare il sentiero: ho da aumentare ancora la velocità, profittare di ogni appiglio, eliminare il superfluo.

 

4 maggio 2018.

Ho riletto e messo un po’ a posto quanto scritto tre giorni fa: una parte di me non vuole stare lì, un’altra sa che è un sentiero da percorrere.
Sei giorni di digiuno e tre notti di fila con l’ayahuasca mi hanno centrato.

 

11 maggio 2018.

Sono in una situazione di attesa, e preferisco di gran lunga l’azione.
Attendo una telefonata, come se da questa dipendesse la mia vita, e per certi versi è proprio così: devono darmi l’appuntamento per l’asportazione del tumore.

Non posso fare più di pochi passi per non scatenare il dolore: mi sono messo a intagliare pietre e a imparare il didgeridoo.

Ho spesso bruciori di stomaco dopo mangiato, e alla sera sto usando ayahuasca prima di dormire, come a voler continuare a lavorare su questo unico organo che inizia alla bocca e si trasforma man mano in tessuti con nomi diversi e diverse funzioni, che accoglie ciò che va a nutrire, lo trasforma, lo assorbe ed espelle l’inutile, che da sessantacinque anni svolge questo compito in modo egregio, e ora si mostra infiammato nel profondo, dolente, bruciante, con una reattività sua, imprevedibile e insofferente: sembra di descrivere me da giovane. 

Sono uscito, per il momento, dagli Inferi, e non sono sicuro di preferire l’esserne fuori.
Coyote ha continuato a mettere i bastoni fra le ruote in quasi tutte le faccende intraprese negli ultimi mesi, e nulla indica che abbia deciso una pausa.

L’ultimo digiuno, abbinato alla ayahuasca, ha portato in evidenza che qualcosa dell’intelligenza del mio ventre non sta più funzionando: quel cervello viscerale, antico, profondo, è carico di ferite e scorie, aggrappate come uncini.

Forse la visione che ho avuto, in cui qualcuno stava spellando il mio corpo, era una distorsione ottica: in realtà qualcuno stava sollevando tessuto scuro e rigido da una carne rosea, umida e morbida, e sarebbe potuto essere quel che sta succedendo alle pareti intestinali.   Forse qualcuno mi sta curando: a volte ho la sensazione di una presenza che non posso altro che definire quella dell’ayahuasca, perchè ne riconosco l’energia e la determinazione, e la logicità fuori da quella comune.

Mi sono procurato un po’ di attrezzatura e sto intagliando le pietre che abbiamo riportato dall’Ecuador; non ho mai toccato la pietra, mai esplorato il trasformarla.
Prendo un sasso e lo riduco a un possibile gioiello, ma quel che mi attira è modificarne la forma seguendo le curve già esistenti, come a estrarre una sua ragion d’essere: mentre scavo e incido, il sasso suggerisce.

Ho condiviso con un’amica questa passione sbucata fuori dal nulla, improvvisa; lei, di rimando, scrive: “…il buon vecchio Steiner collega al mondo minerale quella parte del nostro spirito che imprime il corpo fisico e ne ha coscienza.   È come se il tuo ‘uomo spirituale’, come lo chiama lui, per prendere coscienza del suo non funzionamento fisico, si sia messo a tagliare la pietra, cercando di capirne le leggi per aiutarsi e provare a intervenire su di sè.”     

Questo ha trovato una collocazione, e aperto un canale di attenzione nel sondare la durezza di una scheggia di basalto o nel seguire le linee di una fusione di giadeite nella lava, mentre scavo, indovinando forme.
La mia amica conclude: “Ora, non so quanto serva, questo pensiero, o se il collegamento lo vedo solo io, ma se così fosse la trovo un’azione geniale.”
Sento riconoscenza per l’intelligenza che ha mosso le cose in questo modo.

E, ancora, in questi giorni ho tirato fuori il didgeridoo: anni fa Bianca ebbe a regalarmelo, in Avignone, e non ho mai imparato nè capito come funzionasse il respiro circolare.
In tre giorni sono riuscito, e così Bianca, ad entrare nel gioco, e ora sto esplorando, ma lo strumento, fermo da anni e improvvisamente chiamato a vibrazioni, calore e umido, ha ceduto, e una crepa è apparsa, e sfiata: oggi la sto aggiustando; vedo che il didge lavora sui muscoli addominali, sulla respirazione pelvica, e mi sembra una terapia, in questo momento: così, aggiustare il didge è l’immagine di riparare qualcosa di me.

15 maggio 2018.

Tira un gran vento, freddo e umido, portatore di nuvole scure e veloci.
In veranda la stufa porta calore, invita a guardare fuori, a lasciar scorrere immagini.
Ho sollecitato l’intervento, e ancora nulla: inizio a sentirmi nervoso, poco stabile, il pensiero delle operazioni mi spaventa; si avvicina il momento di agire, e sono su di una scala mobile che ho scelto e da cui non posso scendere.
Una parte di me ha i capelli ritti.

18 maggio 2018.

Sto passando un pomeriggio da solo, a casa; si sono aperte le lacrime, non hanno smesso per ore.
Ho guardato le nuvole, alte e bianche in questo pomeriggio azzurro, uno di quei giorni in cui i venti in quota trasformano le masse di vapore e danno tempo di seguire i passaggi, evocano sequenze, personaggi, ricordi.
Sento di essere in un circolo vizioso, e sono costretto ad attendere: devo essere ferito ancora al ventre, prima di risalire.

 

23 giugno 2018.

 

Sto decidendo se iniziare uno sciopero della fame, un digiuno di protesta per fare qualcosa in una situazione in cui sono totalmente intrappolato.

Due mesi fa, scoperto il tumore, la scelta istintiva, che coincideva con una delle voci interiori che riconosco come veritiere, mi avrebbe portato in Ecuador subito, a prendermi cura di esso a modo mio.
La presenza di un’ernia inguinale di cui conoscevo il decorso, e l’idea di trovarmi in Sudamerica costretto ad una operazione o, peggio, ad un rientro di urgenza, mi hanno spostato verso il risolvere prima i problemi, diciamo così, tecnici, per poi riprendere il mio cammino.
Adesso sono in un vortice di questioni burocratiche e tecniche che mi ha intrappolato: non posso influire sugli avvenimenti, e non posso più neppure camminare.
La pelle si arriccia sulla schiena se lascio entrare il pensiero che sto facendo la fine del topo, entrato di sua scelta in una trappola che mostrava un’uscita laddove invece esisteva un gioco di specchi.

Dalla posizione in cui sto guardando adesso il mondo, in questi mesi che trascorro in casa, isolato e raggiunto raramente, per mia scelta, da amici che a volte non sanno che dire, la ricapitolazione è un processo automatico: si aprono scrigni di memoria dimenticati senza alcuno sforzo, e mi ritrovo a ripercorrere episodi del passato come se guardassi qualcosa di diverso da quel che finora la memoria mi aveva fornito.  

Alcune volte il senso di solitudine è così assoluto che diviene un compagno con il quale superare la  solitudine stessa.
Piango i miei morti, non genitori o parenti, ma coloro che se ne sono andati al posto mio: ragazzi che facevano le stesse cose, correvano gli stessi rischi, uccisi da eccessi di vitalità e di entusiasmo e di voglia di capire, da una ingenuità che sapeva di fiducia in sè, nel futuro.

Eravamo in manifestazione, a Milano, ed una parte del corteo partì dalla Palazzina Liberty, in largo Marinai d’Italia, dove era in corso un’occupazione della stessa compiuta da giovani di sinistra, per farne un centro di aggregazione; quel giorno, c’era anche Dario Fo con il suo gruppo.
In quegli anni il quotidiano era scandito da forme di movimento politico e giovanile che non si sarebbero più presentate così imponenti; ricordo bene l’atmosfera, densa e piena di elettricità, ed il fatto che il corteo avrebbe voluto dirigersi veso piazza Duomo, per congiungersi ad altri cortei provenienti da altre parti della città.
A quei tempi, manifestazioni di trentamila persone o anche più non erano rare, ed anche quel giorno la mobilitazione era partita da tutta Italia, intasando stazioni e corriere, e facendo affluire in città migliaia di persone.
La manifestazione non era autorizzata, così la questura aveva predisposto un cordone di polizia e reparti speciali, in tenuta da sommossa, e blindati di ogni genere.
Partiti dalla Palazzina, avremmo dovuto transitare, per arrivare in centro, da piazza Cinque Giornate, a cinquanta metri dalla quale c’era, e c’è tuttora, la sede del Movimento Sociale, i cui iscritti avevano eseguito, ed erano stati oggetto, di incursioni punitive a suon di sprangate che avevano portato in ospedale parecchi ragazzi di entrambe le parti.
Si capisce come la concentrazione di polizia fosse massima, in quel punto della città, e, in diverse migliaia, ci dirigemmo proprio verso quel punto, con l’idea di passare.
Non vi arrivammo mai, perchè gipponi e camionette iniziarono ad arrivare in velocità contro il corteo, salendo sui marciapiedi, e rincorrendo persone nei vicoli.
Ero proprio davanti a via Mancini, sede del MSI, quando una camionetta punta il gruppo cui appartenevo, impegnati come eravamo in una rissa gigantesca, a vedercela con i poliziotti che presidiavano l’angolo.
Ho l’immagine del blindato che salta sul marciapiede, e l’immagine successiva è quella del cervello di qualcuno, mai conosciuto ma al mio fianco poco prima, sullo spigolo di granito, in una tenue scia di sangue che lo collegava al corpo, pochi metri più in là.

Ad un certo momento della mia vita è entrata l’idea che ci fosse un angelo, da qualche parte, fatto di non so cosa, che perdesse una piuma ogni volta che interveniva a salvarmi.
Ora non so se sia un angelo, o quell’intelligenza di cui scorgo ormai le tracce, ad aver predisposto che non morissi le tante volte che avrei potuto, per setticemia, o incidenti stradali, collassi o giochi spericolati.

Tuttavia certamente i ragazzi morti ai lati del sentiero nel cercare, proprio come me, di dare forma ad un’energia che si sentiva salire da ogni parte e che risuonava dentro e dissetava un bisogno di iniziazione che nessuno capiva, segnano una direzione, nella mia vita, non diversamente da altri che hanno imboccato sentieri opposti: quel che io sono ora ha a che fare anche con quel che non sono voluto diventare.
Le scelte sono davvero l’unico potere che abbiamo.

Costretto a letto, in attesa di due operazioni che non hanno data e che hanno già creato un garbuglio appiccicoso da cui non vedo l’ora di uscire, ho deciso di iniziare un digiuno di protesta, in camper, davanti all’ospedale di Savona, a oltranza, fino a quando sia stabilita la data delle operazioni.
Ogni tanto mi dimostro la mia follia.
Domattina scenderò al San Paolo.   

 

24 giugno 2018.

Incredibile: stamani mi è arrivata una telefonata che mi informava della prenotazione delle sale operatorie per il 4 luglio: fra otto giorni pare che finirò, infine, sotto ai ferri.

 

Qui, pochi giorni prima dell’intervento chirurgico, il diario si interrompe.
Dopo cinque settimane dall’operazione, sarei partito per il Texas, alla cerca del sapo e di Peter, guidato come sempre dall’intenzione di trovare strumenti per procedere, autonomo per quanto mi è possibile, sul mio cammino.
Il diario non riprenderà se non per frammenti qui e là, con unico periodo testimoniato nell’autunno, attorno ad un ulteriore viaggio in Amazzonia.
Fra pochi articoli, al massimo una mezza dozzina, il passato si congiungerà al presente, e inizierà una seconda parte: non avrò più nulla da raccontare di quel che è stato.
Racconterò quel che sto facendo.
Il lavoro con l’ayahuasca ed il sapo sta portando a un cambiamento che intravedo più profondo di quanto pensassi: frequentare realtà parallele vuole anche dire cercare in esse risposte che in questa non ho trovato, ma in realtà sono le domande stesse che perdono consistenza.
Il cambiamento assume l’aspetto di trasformazione dell’atmosfera interiore; avviene da sè, dopo che ci si prenda cura della situazione che dovrebbe accoglierlo.

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2019-10-26T17:12:38+00:00ottobre 26th, 2019|Blog|0 Comments

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