19 settembre 2019 In direzione ostinata e contraria

Buongiorno.

Mi occupo di prendermi cura del corpo, in questo periodo che precede il nuovo viaggio.
Pulizia e purificazione sono autoprescrizioni necessarie, anche se non sufficienti, e l’intervento periodico di un osteopata, nel tentativo di lenire i dolori; lo stato d’animo è però quello di quando si cammina di notte in un bosco: la vista serve a poco, l’attenzione è all’erta più del solito, il buio evoca ombre interiori.
È capitato diverse volte, quando avevo l’abitudine di inoltrarmi nei boschi attorno casa nelle ore più buie, ad aspettare l’alba, che la percezione trasformasse l’oscurità attorno, tracciando luminescenze che rendevano il passo più veloce e sicuro.
Non mi sono mai spiegato questo fenomeno: mi accontentavo della meraviglia del viverlo e della sensazione di tranquillità che vi era legata.
In questa oscurità dell’anima che sto vivendo, in questo brancolare nella vita, quel ricordo torna spesso, e il desiderio di veder rischiarato il cammino.

 

17 gennaio 2018.

Di nuovo a Quito.

È un primo giorno d’eccezione, iniziato sotto la stella del sentimento.
Non credo fosse possibile aspettarsi qualcosa di più denso: la commozione è arrivata subito, questa volta, e se il buongiorno si vede dal mattino, questo viaggio non poteva iniziare meglio.

Bianca, in Italia, ha preso una grande decisione, e leggendo il suo messaggio Antonella ha pianto di quella gioia che è piena di gratitudine, e anche io, sulla stessa lunghezza d’onda.
Abbiamo una figlia meravigliosa, che mi rende felice delle mie azioni del passato, mi dice che la strada giusta è stata imboccata più volte, sempre quella difficile, spinosa, che va a rompere con testardaggine le azioni dei voladores, sotto qualunque forma si presentino, in nome di quel senso di libertà dal conosciuto che regala momenti di senso compiuto: questa vita è fitta di invischiamenti che promettono paradisi, infine rafforzando solo il senso di straniamento dal sè.

Nonostante le mie condizioni, o forse proprio grazie a questo, sto vivendo momenti che non hanno prezzo, ed appaiono squarci di possibilità.
In direzione ostinata e contraria, diceva De Andrè, e aveva intuito bene.

Questa cosa chiamata amore è qualcosa da trovare; va ben oltre quel che su di esso viene detto: fascinazioni che sembrano così bene aderire ai bisogni, posticce soluzioni per ogni problema.

Abbiamo, come ogni passaggio di anno, tirato le carte per ciascuno di noi, ed a me questa volta è capitato Coniglio, animale della Paura.   L’ho visto, e subito pensato che non mi appartenesse, e già questo avrebbe dovuto mettermi sull’avviso.
E con la paura mi sono confrontato in questo mese di gennaio: di tornare nella foresta, di rientrare in quella grotta, di bere la liana.   Una paura fottuta, viscerale, assolutamente non razionale, eppure sono qui e sto seguendo passo passo quel che vado costruendo, e mi sento sul cammino, esattamente dove dovrei essere.

Queste giornate che iniziano con un corpo che non vuole mettersi in movimento, hanno al loro interno perle che non avrei potuto trovare da nessuna altra parte: amo questa vita, le persone che mi stanno intorno, e devo e voglio pensare a loro, a come voglio cambiare io per poter ancora assistere a mia volta.
Si aprono possibilità che vorrei esplorare, nonostante tutto mi dica che non ho le forze nè il tempo, ma questa strada è l’unica che vale la pena di percorrere.

Al tempo stesso sono felice di tornare nella foresta: le vibrazioni del mio corpo si mischiano e si confondono con l’eccitazione, e non so più dove inizino le prime, dove e come parta la seconda.

Ho le formiche in testa, dicevo ieri, ma poi ho pensato che qui nella foresta, se non ci fossero le formiche a prendersi cura e a trasformare tutte quelle cose che muoiono, e che andrebbero in putrefazione, qui sarebbe un posto invivibile.
E invece la vita trionfa, nonostante l’uomo: così voglio che trionfi in me, nonostante il Tonal.

Ora andiamo a spasso per Quito, in attesa della furgoneta che ci porterà, entro stasera, in foresta.

19 gennaio 2018.

Di nuovo a Tena.

Le montagne intorno sono coperte di nuvole, ma il sole al tramonto taglia la luce e illumina di sbieco le cime degli alberi, in basso, che risultano brillare in contrasto con le ombre sopra le cime delle colline.
La città manda verso l’alto il suo brusìo, ma il canto degli uccelli quassù è più forte.
Ha piovuto tutta la mattina, poi il sole si è fatto sentire e ci ha accompagnato in giro per la città, in un adattamento che ha i suoi ritmi.
L’oriente ecuadoriano mi piace: sembra si stia bene senza alcun motivo apparente, non ci sono paesaggi da urlo, bellezze da visitare, particolari comodità o situazioni di fascino, eppure è così.

Oggi ho reincontrato Luis, un ragazzo khicwa che avevamo conosciuto in autunno; staziona davanti al Cafè Tortuga, e vende pezzi di artigianato che fa lui stesso: argilla del Napo, cotta in brace di legna e lucidata con la resina di un albero di cui non conosco il nome, che a scaldarlo emana un profumo come di copale.
Fa medaglioni con incisi simboli stilizzati della sua cultura, la Donna-Capo, la Donna-Acqua, il Segno del Potere, e sono belli.
Per la seconda volta mi ha invitato fra la sua gente, dicendo che, se volessi, potrei andare a stare da loro, basta che parli con l’abuelito, il nonnino che è capo del villaggio, dove pare ci sia una situazione di vita comunitaria che mi intriga.
Vedremo, per ora è stato un buon incontro.

Continua a girarmi in testa il portare qui un gruppo di persone a fare ayahuasca con Carlos, o forse per farci un seminario di una decina di giorni, all’interno del quale prendere la liana: ancora non vedo bene, e sto collezionando immagini, che forse si incastreranno in una qualche forma.
Non sto bene; il mio corpo si fa sentire in modo acuto e persistente, ed in alcuni momenti non riesco proprio a muovere le gambe: per farlo devo usare la volontà, come dovessi dare l’impulso del movimento con altri canali che non siano i soliti.
Questi momenti mi fanno paura, è una cosa che va fuori da ogni possibilità di controllo o di attenuazione, come una bestia che si scatena e mi artiglia dall’interno, una bocca enorme che prende il mio corpo dai piedi fino all’altezza del cuore, e tiene le mascelle serrate.
Assorbe fino all’ultimo grammo di attenzione, e faccio fatica a non farmi prendere dal panico.
Poi, altri momenti, come anche oggi è successo, in cui nonostante tutto mi muovo, e ne ho voglia, e cammino, zoppico vistosamente ma cammino, vado, faccio, e mi piace.
Mi stanno stupendo queste alternanze che sono totalmente indipendenti da qualunque cosa io faccia, avulse anche dall’umore, e quasi sempre senza relazione con quel che succede.

Coniglio è con me, mi accompagna, e io ancora non lo accetto.
Forse ho sempre provato paura, ma non l’ho mai presa in considerazione.
Sono considerato persona impavida: le mie azioni sono viste di volta in volta con sospetto, ammirazione, incomprensione, a volte invidia, qualcosa insomma che separa, crea distacco.
Per me è sempre stata solo la mia vita.

Nella terza cerimonia in autunno, per la prima volta, il panico dell’incontrollabile è entrato.
Eppure sono ancora qui, ancora una volta a fronteggiare quel che non conosco.
È coraggio?   A volte penso sia disperazione: davvero non c’è altro che si possa fare, se non ficcare il naso nell’ignoto.

Stasera si stanno scatenando i suoni della foresta, qui attorno; adesso è quasi buio, e cicale e grilli, assordanti, fanno concerto con certi uccelli notturni che chiocciano, fischiano, lanciano trilli improvvisi; si alternano, da destra e da sinistra, creando un paradossale effetto stereo, e variando di tono e di intensità a volte sovrastano i pensieri, con un effetto straniante: chiudo gli occhi, e mi portano via.
Mi ero dimenticato di come fossi stato sensibile, in autunno, ai suoni: improvvisamente riapparsi, sono quasi troppo forti per conviverci.
Torna la sensazione della foresta: anche Antonella la sta sentendo, e ne sono contento.
Forse saranno proprio i suoni a riportarmi dove devo andare.

 

20 gennaio 2018.

E’ notte, e piove in modo gentile: nuvole basse si muovono verso sud, leggere e bianche, sullo sfondo nero della notte, e così basse che sfiorano le case.
Tena è più silenziosa del solito, e stasera tacciono i grilli e le cicale che invece ieri assordavano.

 

Ho deciso che domattina andremo a cercare Carlos: è tempo.
Non ho premonizioni, nè tantomeno visioni di quel che potrebbe succedere, ed è strano, davanti un futuro così prossimo, non provare nulla: c’è come uno scollamento.
Penso a Carlos, so che gli voglio bene, che ho sentito affetto nei suoi abbracci, e qualcosa nei suoi occhi mi ha specchiato sincerità e compassione; ho il ricordo intatto di alcuni momenti, nella grotta, in quel tempo sospeso dopo che la liana ha terminato il suo effetto, quando il corpo riprende a poco a poco le sue funzioni, ed il ricordo della paura e delle sensazioni meravigliosamente vere è ancora accanto, momenti in cui ci si sorrideva e ci si teneva per mano, come due ragazzini dopo una marachella, eppure anche al tempo stesso come due vecchi amici che hanno condiviso molto.

E molto, per me, era stato condiviso, tuttavia non ho mai capito se tutto ciò fosse mio o se anche lui avesse provato un sentimento di amicizia.

La parola amico era stata pronunciata, ed i suoi gorgheggi assurdi, che tanto mi hanno aiutato a tornare dall’abisso, a lasciare andare la disperazione, erano pieni di sentimento e di intenzione, ed i lunghi tempi che mi concedeva spazzavano qualunque sospetto.
Quel che ho sentito nei suoi confronti, quel che ho percepito che lui, ma anche sua moglie, provavano per me e per Bianca non è stata fantasia, e Blanca mi ha detto chiaramente che provava per me un affetto come per un padre.
Dovrei basare i movimenti dei prossimi giorni su questo?

Pomeriggio.   Siamo andati stamani alla Cueva de Cerimonias, ed è stata una bella botta.

Ho ritrovato Blanca, suo marito, il cane giallo che è venuto a prendermi nella grotta all’ultima cerimonia e che mi ha accompagnato fuori, ma era tutto strano, fuori fuoco.
Forse è vero che non bisognerebbe mai tornare sui propri passi, che avrei dovuto andare a cercare altre situazioni, essere più mobile, ma voglio continuare una via di guarigione, per me, anche se ogni tanto, in questi giorni in cui è tutto così diverso da ottobre, mi pongo domande su quel che sto facendo.
Carlos era in viaggio, stava tornando da Puyo, e così l’ho chiamato un paio di ore fa e ci siamo messi d’accordo per domani.

Oggi sono a pezzi, il mio corpo si rifiuta di muoversi, ho dolori dappertutto e il mostro serra le sue mascelle; se fossi stato solo avrei accettato l’invito di Blanca di fare la cerimonia addirittura oggi.
Ogni tanto quella donna mi mette a disagio, i suoi occhi diventano opachi, i lineamenti del viso si fanno inespressivi, come entrasse in sè a pensare che dire, pescando parole in una riserva di concetti diversa dall’usuale.

E così, domani ayahuasca, e non posso che affidarmi: ho messo in movimento, ora questo prende il proprio passo autonomo, come è giusto sia, ed il mio fare si ridurrà a nuotare nella corrente in cui ho deciso di immettermi.
Ho desiderio di ripristinare il sentire di allora.

Sta girando in mente sempre più questa idea di portare qui un piccolo gruppo di amici che desiderano  vedere cose di sè in un modo diverso, persone che conosco da tanto tempo e per le quali, in un modo o nell’altro, sono stato riferimento, o a volte ispirazione, spesso il terapista personale.
Sono più di due anni che non lavoro, per le mie condizioni fisiche, ma in qualche modo ho mantenuto un ruolo, o quantomeno un’immagine; ora forse mi si presenta davanti la possibilità di continuare quel che è stato il mio cammino, un esploratore che torna al villaggio a riportare quel che ha trovato.
Ma ancora solo intuisco cosa ho trovato qui, e vedo che per tanti che conosco anche solo l’essere qui e provare quel che vado provando potrebbe essere una svolta, forse una guarigione.

Il tiranno del nord mi sussurra che di guarigione ancora non si vede traccia neppure per me, ed ha ragione, ma la mente ancora non sa cosa sta succedendo al corpo, e tanto meno quello che accade allo spirito.
Ogni tanto cerco di vedermi, ed è cosa assai difficile, per me che con così tanta facilità vedo cose negli altri; cerco di vedere in che modo io sia cambiato, in che modo stia cambiando, vado a scrutare le differenze di reazione, di qualità nell’azione, cerco la pazienza, mia bestia nera, la vedo aumentata, e al contempo diminuito il perder tempo; riesco ad avere sguardi più lunghi, le cose vengono inserite più di un tempo nelle circostanze in cui si svolgono, sono certamente più tollerante: tutto ciò significa cambiamento?

Se il mio corpo continua a stare peggio, non è forse vero che apprezzo molto più di un tempo le cose belle che mi capita di vivere?
Se riesco a fare molto meno di quel che facevo, non è forse vero che sto facendo cose che mai avrei pensato di fare, vivendo momenti che mai avrei sperato di vivere?
Se i miei movimenti, e non solo quelli fisici, sono assai limitati, non è forse vero che attorno a me stanno svolgendosi fatti e ruotando persone che regalano una qualità di vita più alta di quanto sia mai stata?
Tuttavia, ancora, si può definire tutto ciò un cambiamento?

Non so rispondere, non ne sono in grado; mi chiedo se il concetto di cambiamento non sia una trappola, se l’unico vero lavoro non sia il pulire, ridurre, arrivare all’essenziale: forse dovrei addirittura togliere dal mio vocabolario la parola cambiamento, e dalla mia mente il pensiero che sia un obiettivo.
Così mi avvicino all’idea di condurre qui persone limando il perchè farlo, eliminando motivi che hanno a che fare con il mio ego, cercando di ricondurre all’astratto l’intento che sento spingere dentro, ancora nebuloso: darà vita a me, agli altri, e lascerà vita dietro di sè, questo progetto che si va formando?

E, mentre, come una chioccia, ci sto sopra e scaldo questo pensiero, mi dirigo su piccole cose pratiche, per non stabilire i contorni di un’azione così complessa che posso solo vedere come un agguato: mettersi alla prova è l’unica strada percorribile, l’unica sfida degna.

21 gennaio 2018.

Fra poche ore andremo alla grotta.

Non ho mai riletto quel che avevo scritto in quei giorni, nè le memorie riportate in seguito: ho come una strana resistenza a farlo, come se qualcosa dentro volesse selezionare, per fermare la mente solo su cose che hanno un contenuto accettabile dal pensiero.

Piove, continua a piovere, e siamo in albergo, progettando momenti di turismo nei prossimi giorni, gite nell’interno, traversate in barca, spostamenti che mi posso permettere.

Mentre sto scrivendo le dita tremano, e una parte di me continua a chiedersi se ho messo a posto tutto, prima di prendere in mano la piccola zucca piena di quel liquido rosso e dal sapore inaccettabile che tanto desidero e di cui ho tanta paura.
Non ho mai parlato tanto di paura, non ho mai provato tanta agitazione, neppure nei momenti passati in cui la mia vita era davvero in pericolo, come a Madras, con una setticemia che rifiutava ogni tipo di cure, stremato da quaranta giorni di febbre, con la flebo fissa nel braccio e con il medico che scuoteva la testa, o nelle manifestazioni della mia gioventù, quando le pistole facevano sentire la loro voce e si correva sotto una pioggia di lacrimogeni che poi rilanciavamo al mittente, quando ho visto il cervello di un compagno, che poco prima mi correva a fianco, uscirgli dal cranio schiacciato sul marciapiede da una camionetta della Celere.
La morte mi girava attorno, e non la evitavo: l’adrenalina scorreva e spingeva a fare, escludeva ogni buonsenso, si aggiungeva alla rabbia.

Questo scambio fra interno ed esterno, fra azioni e reazioni, questa esplosione di energia che esce forte e sicura, diretta, focalizzata, non esiste nella grotta, dopo aver assunto ayahuasca: non funzionano più i parametri normali, non c’è relazione fra quel che l’istinto dice e quel che puoi fare, appare la limitatezza degli strumenti abituali, la sconnessione fra corpo e mente, ma soprattutto la manifestazione del nagual.
Il nagual è un oceano in movimento, in apparenza caotico, ma in realtà organizzato e con una sua struttura, semplicemente aliena per il tonal.
Il momento in cui ci si deve arrendere chiede molto più coraggio dei momenti in cui, invece, tocca agire, e il termine coraggio è limitante.

Antonella sta cucinandosi la manioca, lei mangerà; io digiunerò, perchè, ammesso che stasera riesca a vomitare, non vorrei vederci dentro solo il pranzo, ma almeno un’unghia del mostro, un suo dente, qualcosa che mi dica che posso ridurlo, ridimensionarlo, così come ho imparato a fare con i pensieri instillati dai voladores.

Eppure, gli sciamani dicono che l’ayahuasca non ti dà quel che tu vuoi ma quel di cui hai bisogno, come se l’oceano di saggezza e realtà che appare nel viaggio contenga infinite possibilità di sottoporre all’attenzione frammenti che si incastrano nella consapevolezza.
Forse uno sciamano è semplicemente una persona che ha imparato a dialogare con il nagual, a non usare in automatico il modo che tutti abbiamo sviluppato per interagire con la realtà, e ha ricevuto qualcosa, e forse ognuno riconosce i doni che gli altri han ricevuto, come un marchio comune.

Sarò solo, stanotte, nonostante tutto, come siamo soli, intuisco, nel momento in cui si andrà a morire: forse gli affetti e gli aiuti che ci diamo reciprocamente nella vita servono solo ad arrivare a quel momento nel modo migliore, il più leggeri possibile.

E gli affetti, infine, fanno parte del bagaglio di cui disfarsi: ogni cosa ha una forma ed uno spirito, la prima è pesante, e creata per muoversi nel mondo; il secondo non ha quasi peso, e nutre.
Conservare lo spirito di ogni cosa e sbarazzarsi per quanto si può della forma, sempre più mi sembra un’arte, da imparare e rendere personale: scimmiottare non è contemplato, l’essere creativo è una scelta.

Il nagual sembra sensibile all’atto creativo, e risponde, mentre tende a frantumare l’abitudine, la routine, l’atto scontato; l’atto creativo non è azione folle ma audace, non reazione ma risultato di un paziente lavoro, non atto finalizzato, ma un dolce scivolare.

Ciò che faccio sembrerebbe finalizzato alla guarigione, tuttavia, provata una scheggia di interazione con la liana, mi è evidente che in questo mondo magico non posso prefissare uno scopo per nulla: sono troppo piccolo, al confronto di quel che vado a svegliare.

Arrendersi, e vedo quanto il buddismo sia calzante, ha questo significato.Per anni ho percorso la strada che l’Oriente traccia, e che per me ha avuto a che fare con il Fuoco e l’Aria; ora mi inoltro nell’Acqua e nella Terra.

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2019-10-14T13:20:43+00:00settembre 19th, 2019|Blog|0 Comments

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