2 settembre 2019 L’Iguana

//2 settembre 2019 L’Iguana

2 settembre 2019 L’Iguana

Buongiorno.

La terza toma di questo primo viaggio rappresenta un riferimento, e soprattutto una boa attorno alla quale ho cambiato rotta.
Le pagine che riporto parlano di questa toma, ma anche della prima che feci poi a casa.
Rileggendo vedo la distanza fra questo primo, timido movimento autonomo e oggi, ma anche quella fra oggi e quanto potrebbe essere. 

17 novembre 2017.

E’ passato un mese dall’ultima volta che ho scritto qualche parola su questo diario, e sono successe talmente tante cose che la mente si smarrisce nel mettere ordine, nel privilegiarne una o l’altra, anche solo nella fatica di ricordare, nell’uscire dal torpore dei sensi che questa quantità e densità suscita, perchè i tempi del corpo non sono gli stessi di quelli della mente, o dello spirito.
Anche nel momento in cui sto scrivendo sento un’inerzia che intorpidisce le dita che battono sulla tastiera, e la connessione fra le mani che si muovono, la mente che seleziona ed il cuore che cerca di aprire le finestre delle sensazioni è torbida e spessa, e fa venire in mente il succo dell’ayahuasca, denso e grumoso.

Stamani, per la prima volta dopo sei giorni da quando siamo tornati, ho messo il naso fuori casa e sono andato a fare una passeggiata attorno.   La giornata è bella, fredda, serena e senza vento; sono arrivato al campo dei noccioli, e ho guardato il luogo in cui vorrei costruire la capanna permanente.
Non riuscivo a credere di aver fatto io, non più tardi di un paio di mesi fa, i terrapieni, la spianata, di averle dato quella forma a utero che andrà a contenere l’intreccio dei rami di salice, che nel frattempo hanno messo radici nell’acqua in cui li ho lasciati, in questi cinquanta giorni da quando li ho tagliati, e che andranno a costituire l’intelaiatura.
Carlos mi aveva raccomandato di usare, per il rituale, acqua in cui mettere tutte le medicinali che vivono attorno a casa, ed era un chiaro invito a cercare sostegno nella natura attorno.

La foresta è un’entità: si comincia ad intuirlo molto prima di esserci, è sufficiente guardare una mappa, e si vede con chiarezza la sproporzione fra le distanze; Tena ne è pure circondata, un avamposto collegato da strade dritte, scavate nel folto, a seguire fiumi che scendono direttamente dai vulcani.
L’atmosfera avvolge: i suoni e i colori sono diversi, diverso il cielo e le stelle, gli uccelli e gli insetti paiono dominare l’aria e anche le persone sono diverse dagli altopiani, da Quito, dalle città.
Regna una tranquillità negli animi che non ha nulla di idilliaco, perchè cosa normale: la gentilezza sembra un modo per fare meno fatica a relazionarsi, i no sono tranquilli e definitivi, i sì vengono accompagnati da una disponibilità che si inserisce in una scala di valori sfasata rispetto a quella abituale.

Le corse in taxi, in città, costano un dollaro e venticinque, qualunque sia il percorso, e puoi far aspettare taxi e taxista fermandoti a fare spesa per strada, senza sovrapprezzo, neppure di ordine morale, disapprovazione o fastidio: anche questo rientra nella normalità.
Viene spontaneo non preoccuparsi di chiudere a chiave la stanza dell’albergo, lasciare in giro cose, sicuro di ritrovarle, puoi passeggiare di sera senza problemi, e se anche incontri ubriachi a giro sono inoffensivi, indifesi nella loro ebbrezza.
Non c’è contrattazione negli acquisti, perchè sarebbe fatica e creerebbe contrasto, viene da pensare.

Nel centro della cittadina, alla confluenza del Tena e del Pano, in una ipsilon di acque attraversata da un ponte pedonale, c’è un parco amazzonico che ha costituito l’ambiente della prima passeggiata nella foresta.   È un parco non cintato, delimitato dai due fiumi ma aperto verso la grande foresta, a nord, e l’accesso è libero; lungo i sentieri tracciati da banchine di legno, che si snodano nel folto, o seguendo i sentieri di terra battuta che a queste si intrecciano, ognuno fa quel che vuole: chi monta un’amaca fra due alberi e passa la giornata abbracciato alla fidanzata, chi fa un focherello sulla riva del fiume ad arrostire la colazione, chi passeggia, gioca a carte all’ombra; nel fiume si fa il bagno, si va in gommone, si guarda la corrente: l’acqua è cristallina, rondini blu sfrecciano come fanno le nostre, uccelli colorati sfiorano l’acqua,  i muchilleros, specie di gazze dalla lunga coda gialla, ogni tanto escono dal folto e curiosano attorno.
Non c’è segno di immondizia, non una plastica a terra, così come, nell’abitato, povertà e miseria non divengono degrado, come invece accade in altre parti dell’Ecuador.

La prima passeggiata in foresta, dunque, è stata un susseguirsi di scoperte di fiori e piante e animali mai visti, a cui ci si abitua in fretta e che pure mostra l’enorme varietà di specie, e la quasi assoluta mancanza di odori: si sente il fiume, l’acqua sempre presente, ma i fiori hanno fragranze lievi, e la decomposizione vegetale, parte di un ciclo in cui non ci sono stagioni, non crea ristagni o sensazioni forti o sgradevoli, limitandosi ad un persistente ma lievissimo sentore che si confonde con l’umido.

La quantità di formiche fa impressione, sono ovunque, e la varietà delle dimensioni ha dell’incredibile, ma è cosa che colpisce anche nelle farfalle, negli alberi stessi, altissimi eppure fragili, pieni d’acqua, e il silenzio è spesso rotto dal fragore di un ramo che cade da dieci, venti metri di altezza, così, senza vento o scricchiolii di avvertimento: cade e basta, e dopo un po’ anche questo viene accettato dalla mente come normale e ovvio.

Anche solo nel parco si inizia ad intuire l’entità che viene chiamata foresta: centinaia di chilometri fino all’Atlantico solcati da miriadi di fiumi che si intrecciano e che creano disegni a seguire una terra vulcanica, rossa e costellata di rocce di ogni colore e natura.
Non è raro trovare pietre piene di fossili, quarzi di ogni colore, fusioni di lava e silicati, e pian piano, osservando piante, minerali ed animali, lasciando che i ritmi entrino, abituandosi a queste albe e questi tramonti veloci, al sole che quando c’è fa sentire la propria vicinanza, alla luna che transita da est a ovest sempre alta e sdraiata a metà cielo, pian piano la foresta entra, e nella sua complessità invita alla semplicità, all’essenziale.

Saltano i riferimenti: per un dollaro porti a casa quaranta cipolle, ma un tubetto di dentifricio costa il doppio che da noi; la cocacola è ovunque, su ogni tavolo di ristorante, in mano ai ragazzi che escono da scuola, nelle vetrine delle farmacie, dei negozi di elettrodomestici.
I negozi del malecòn sono pieni di cianfrusaglie, cinesi per lo più, l’artigianato è controllato dal governo, e ti chiedi dove sia l’autentico, cosa venga fuori dall’immensità verde che ti circonda, e dove venga convogliato.
Con il passare dei giorni la realtà appare, discreta e reale: è un paese separato, diviso in due.
Da un lato i mestizos, dall’altro i nativi, e passando da uno all’altro si varca un confine.
Due linguaggi, due modi di essere, di guardare, di muoversi.

Oggi sono come frastornato, non ho voglia di rientrare nel mondo, eppure non posso dire che mi sia trovato a casa, in Ecuador: certamente se vado al modo di vivere, posso dire che l’India mi piace e mi intriga di più.
Tuttavia qualcosa si è inciso dentro.

L’altro ieri sera abbiamo preso, io e Bianca, l’ayahuasca: me ne sono portato a casa un po’, con l’idea di usarla da solo, e così avrebbe dovuto essere, ma all’ultimo momento Bianca si è unita.
Così siamo in salone, io e Bianca, Prisca e Antonella che assistono, i cani attorno.
Candele vengono accese, ed io non so che fare, è la prima volta che maneggio da solo la liana, si suppone che io sappia come gestire la cosa, e invece mi ritrovo a non fare nessun rituale, nessuna preghiera; solo decidiamo di prenderne poca, un cucchiaio a testa, forse un decimo della quantità cui siamo stati abituati da Carlos.

Sembra un nuovo inizio, una fase diversa, e sento la paura che sale, torna la sensazione di incontrollabilità, e penso che qui non c’è Carlos e la sua famiglia, nè la gente di Mapià, i canti o gli innari brasiliani, e mi vedo solo, circondato dalla mia famiglia, e un senso di spostamento si fa strada, una inadeguatezza.
Mi fido della poca quantità: desidero tornare a sognare, allo stato d’animo che avevo raggiunto, ma non so bene in realtà cosa desidero.

L’idea era quella di prenderla una volta alla settimana, due cucchiai, aveva detto Carlos, chè uno non ti porta alla visione, e sarebbe dovuta essere una medicina.
Ora appare tutto diverso, il nagual non è attorno.
Intuisco che dovrò impersonarlo, assumere la responsabilità di quel che vado facendo, ma in questo momento non sono lì, sto annusando quel che potrebbe succedere, sono totalmente nel tonal.

Riempio un cucchiaio, lo prendo, ne riempio un altro e lo do a Bianca, che annusa, fa una faccia storta, e lo manda giù.
Prisca è davanti a me, Antonella alla mia sinistra, un poco dietro, Bianca alla mia destra, come me sul materassino, coperte e cuscini sparsi.
Il silenzio è assoluto, le candele illuminano tenui il salone, non verranno mai spente, mentre nella caverna il buio era totale; ho davanti a me le maracas, che non verranno usate, come non ne avessi il diritto, e due tamburi che faranno timidamente sentire voci sommesse, non destinati ad entrare in armonia con quel che sta succedendo.
Aspetto, aspettiamo; la liana mette un quarto d’ora, venti minuti ad agire, e siamo seduti in silenzio, in attesa di qualcosa che non conosciamo: davvero non sapevo cosa aspettarmi.

Dentro è un alleggerirsi, il corpo inizia a reagire alla liana, i dolori svaniscono, le gambe, piegate in loto, non danno segno di formicolii, dolori, fastidi, e sale un caldo interno che mi fa piacere e mi costringe a togliere il poncho, con movimenti lenti e conosciuti; mi rendo conto che, lentamente, qualcosa accade.
Fuori, c’è un aumento di percezione, come sentissi con chiarezza quanto sta succedendo agli altri, i sentimenti, le paure, i dubbi, e, al di là di questo, inizio a vedere un insieme disorganico riunito da un atto di volontà, e quanto questo sia precario.

Bianca si sdraia, e io inizio a ondeggiare lento, più che altro a perdere verticalità, nel mio stare seduto, ed ecco le prime onde arrivano, salgono come sempre da dietro la schiena, dalla zona reni, verso la testa, arrivano al collo e tornano indietro.

Inizia il desiderio che l’onda avvolga la testa, e insieme la paura che lo faccia, perchè so che da quel momento in poi non ci sarà più possibilità di fermarla: il corpo già risponde molto meno.
Vedo l’inadeguatezza degli strumenti.   Mi dico che è una prova, una prima volta, ma questo non serve a fermare il pensiero che c’è un ostacolo che dovrò superare.
Questa sensazione dell’ostacolo da superare mi è rimasta dentro per due giorni come malessere morale, ed ancora oggi come idea.

Alla fine l’onda arriva, mi appoggio a terra con le due mani, a cercare contatto, ma il mio movimento è  frainteso, e mette in allarme Prisca e Antonella, che si alzano, a chiedere se va tutto bene, e mi rendo conto del gradino fra noi: anche loro, presto, vorranno tomare.
In ogni caso tutto ciò agisce come un freno, l’onda torna indietro, mi resta una spossatezza che chiede silenzio, contatto, sguardi.
Mentre Bianca scivola nel sonno resterò per ore in questo stato, con catene di pensieri e sensazioni, sprazzi di verità e parole precise che disegnano atmosfere: ho ritrovato in parte quel che volevo.

Oggi sono stanco, rallentato, ho voglia solo di stare su queste cinque settimane nella foresta, raccogliere pezzi, ritrovare un intento.
L’ayahuasca, dopo avermi tolto i dolori, li ha moltiplicati: la sensazione è che si siano mosse tossine, ma non a sufficienza per mettere in moto anche la loro eliminazione.
Stamani ho un mal di testa subdolo, sordo, alla fronte e agli occhi, e non è cosa che normalmente mi appartenga.
Sto facendo finta di essere ancora in Ecuador.

Devo ricapitolare quanto posso della terza ayahuasca nella caverna.

Avremmo dovuto essere da Carlos al massimo per le otto del mattino, e saremmo andati a raccogliere ayahuasca e chakruna, per poi prepararle e, alla sera, prenderle.
Siamo arrivati con il taxi giallo al villaggio kichwa, scesi sulla spianata in terra rossa e sassi intorno alla quale ci sono, sul lato destro, la casa di Blanca e suo marito, e, a sinistra, un patio coperto, con il pavimento piastrellato e una cucina, dietro un muretto di bambù.
Di bambù è anche il perimetro del patio tranne un’entrata dalla spianata ed una uscita, che dà, sul lato opposto, direttamente sulla foresta, che inizia lì, a pochi passi; tutto aperto è dal muretto al tetto, alto, di bambù e lamiera.
Un tavolo e alcune panche di legno costituiscono il resto dell’arredamento; il pavimento è pulito, e vien  da togliersi le scarpe, prima di accedervi, anche se il gesto sembra, in questo ambiente, assurdo.
Grandi sassi dipinti di giallo sono stati usati per delimitare la spianata ed i sentieri che da questa partono: uno va ad una costruzione in legno che probabilmente serve da luogo di vendita di piante medicinali o di ristoro; un altro sentiero, sulla destra, porta ad alcune costruzioni, sempre di legno con il tetto in lamiera, poste a una cinquantina di metri, che probabilmente hanno a che fare con l’allevamento dei polli, o la pesca dei pesci nelle vasche verso il fiume.
Un altro sentiero bordato di giallo, a fianco al patio, va direttamente in foresta, perdendosi nel verde dopo pochi passi.

Blanca ci ha fatto accomodare nel patio ed è andata a preparare una tazza di guayusa.
Carlos e Clara sono arrivati dopo poco, gentili e sorridenti, chiedendo con interesse come stessimo, e per qualche decina di minuti si è svolto una sorta di balletto in cui loro tre, cui si era nel frattempo aggiunto il marito di Blanca, andavano avanti e indietro, parlando fra loro in kichwa, si allontanavano, tornavano a parlarsi, sempre in tono pacato e monotono, quindi sembravano partire per fare qualcosa e poi tornavano indietro: come dovessero intonare le energie reciproche prima di agire.
Poi Carlos è sparito, dicendo che si andava a preparare per la foresta, ed è tornato vestito  uguale a prima, solo con un paio di stivali di gomma in mano; Clara è apparsa con due machete, di cui uno lunghissimo, ed un piccolo coltello che poi si sarebbe rivelato affilatissimo e tagliente come un rasoio; Blanca con un drappo che avrebbe usato come cestino per le erbe che avremmo raccolto; suo marito, senza altro aggiungere, si è messo ad impastare cemento lì vicino per i bagni in costruzione.

Clara mi è piaciuta fin da quando l’ho vista la prima volta alla Casa Blanca: il volto sereno, gli occhi grandi, piccola e scura di pelle, i capelli brizzolati raccolti in cima alla testa in una spirale, è sempre stata presenza silenziosa, e le poche parole che pronuncia assumono subito importanza, vengono ascoltate con attenzione.

La spedizione si mette in marcia, e seguiamo Carlos, che con il machete apre il sentiero che si indovina nel verde.   E’ una giornata serena, senza nubi nè vento, e inziamo ad inoltrarci in fila indiana; a momenti qualcuno si ferma, a volte Carlos, a volte Blanca, di fronte ad una pianta, e racconta a cosa serva, ci fa sentire il profumo delle foglie, a volte si raccolgono un poco di fronde.

Bianca ha parlato a Carlos dei suoi problemi agli occhi, lui si è guardato attorno un po’, ha trovato quel che cercava e con il machete ha tagliato due o tre rami di una pianta verde, dritta e rigida, ma morbida se messa in torsione, e le ha dato tre fusti, dritti e lunghi, da portare con sè.
Al ritorno al patio avrebbe poi tagliato i rami, estratto un succo trasparente, lo avrebbe messo su di una foglia a mò di imbuto e infine negli occhi a Bianca.

Ci infiliamo su per questo sentiero appena accennato, e sembra di essere nel folto, ma Blanca ci mostra piantine di chakruna alte pochi centimetri e ci ha spiega di averle trapiantate lei: le sta coltivando lì in mezzo, senza alcun segno di disboscamento o altro, e così, via via, per altre piante; a poco a poco viene fuori che è lei che si occuparsi dell’aspetto erboristico, della preparazione e della vendita, della raccolta e della distribuzione.

La roccia, ad una svolta del sentiero, appare improvvisamente: un enorme anaconda naturale, con il corpo che spunta dalla terra, a spirali, con spine sul dorso e questa testa grande più di un metro, sollevata, e nelle forme della roccia si distinguono perfettamente gli occhi, la bocca ed il muso, un poco all’insù, come una vipera.   Fa impressione, e ancor più quando Blanca ne parla come del guardiano della grotta in cui abbiamo avuto le cerimonie: lì a fianco c’è la seconda apertura, e avevo già perso l’orientamento.

Il sentiero prosegue salendo a fianco del serpente, ma lì cambia la densità dell’aria, entriamo come attraverso una porta invisibile e camminiamo per un bel po’ in silenzio.
La strada non è facile, e con il mio bastone faccio quel che posso, spesso mi ritrovo subito dietro Carlos, chè gli altri si fermano a guardare piante, farfalle, pelli di serpente lasciate nella muta, frutti di cacao o anche solo il paesaggio, o raccolgono foglie: Blanca ha il suo fagotto ben gonfio.
Gli uccelli continuano il loro concerto ancora per me alieno, perchè non riesco ad associare il verso con l’uccello che lo emette; il sole splende e non fa troppo caldo.

Ad un certo punto, in un posto che ai miei occhi non aveva nulla di diverso o di particolare, Carlos si ferma ed inizia a tagliare una liana che annuncia essere l’ayahuasca.
Tutti siamo lì in cerchio, e tagliamo, passiamo pezzi, annusiamo, guardiamo il colore rosso del taglio, mettiamo sulla lingua il succo, fino a che ne abbiamo a sufficienza, e Carlos dà indicazione di tornare.

Il marito di Blanca, in nostra assenza, ha fatto partire un fuoco, sul retro del patio, piazzando mattoni  sui due lati ed una specie di grata sopra, dove già sta scaldandosi un pentolone d’acqua.
Seduti sotto il patio iniziamo a sbucciare i pezzi di ayahuasca, con cura, Clara, io, Oscar e Bianca, mentre Carlos, con un martello su di una pietra, li sfibra prima di metterli nel pentolone, a bollire; ma  prepariamo solo una parte di quel che abbiamo raccolto, perchè ad un certo punto Carlos ci dà da pulire pezzi di una diversa qualità di ayahuasca, più grandi e di colore diverso.   

Ci sono quatro tipi di ayahuasca: gialla, rossa, bianca, e l’ayahuasca del mono, e noi li stavamo mischiando.   Più tardi Bianca chiede il perchè avessimo usato altra ayahuasca, e lui risponde che non ce n’era abbastanza di quella raccolta; non è vero, perchè ne è rimasto un bel mucchio da sbucciare, poi scomparso dal patio senza che nessuno di noi se ne accorgesse.

La cottura richiede attenzione da parte di tutti: Bianca, in particolare, viene sollecitata da Carlos a fare questo e quello, a mischiare, separare, accudire il fuoco, anche solo a stare lì vicino.
Viene aggiunta acqua nel pentolone e la bollitura inizia il suo corso, che andrà avanti per diverse ore.

Clara ha preparato un caldo de pollo con mais, e tutti mangiamo e beviamo e scherziamo.

Carlos rimane affascinato dal nostro modo di rollare le sigarette: lui fuma tanto, con tante motivazioni, ma sigarette da pacchetto, marca ‘Ultima’.
Gli mostriamo come fare, gli facciamo provare, e lui si diverte come un bambino; alla fine riesce a rollare qualcosa che è una via di mezzo fra una canna, un sigaro e una caramella, e se la fuma, soddisfatto.

Rievocando queste cose pratiche torna il sentore di quella giornata, e sento che è importante che riaffiori un sentimento lì ben presente, altrimenti non riuscirò ad uscire dal vicolo cieco in cui mi sto trovando in questi giorni, dopo aver tomato per una prima volta da soli a casa.
Riuscire a forare questa nube deve andare nel senso del dire la verità, perchè lo stato dell’essere in ayahuasca ha a che fare con essa.
C’è uno schema, uno sequenza di passaggi che si scorge unendo il proprio vissuto con quello di altri, e si intravedono porte attraverso le quali passare, ma non siamo sul livello delle decisioni che si prendono normalmente.
E lo schema, per quel che ho ricapitolato finora, è costituito da fasce, o luoghi, ognuno con una particolare atmosfera e paesaggio, che diventano interiori, come se se ne facesse parte.   

C’è un primo luogo, e dico primo dopo che il fisico è stato ben coinvolto: sale la nausea, annunciata da leggere distorsioni visive, e luci rapide, annunciatrici di una sorta di consapevolezza dell’inizio di un processo, e sale a onde, dalle reni in su, fino alle spalle, al collo, fino a scavalcare la testa; a quel punto si può arrivare a vomitare, ed è cosa liberatoria, formidabile e per assurdo piacevole: arriva da più in basso dello stomaco, pare che si contraggano le viscere, e ti ritrovi in bocca cose inaspettate, così come inaspettata è la violenza con la quale escono liquidi, perchè ogni cerimonia è preceduta da digiuno, la sensazione di grande quantità, e di un percorso inusuale, come se uscisse da dietro le orecchie.

A questo punto, almeno nel mio caso, avviene come un annullamento della volontà, o della forza fisica, per cui si ha difficoltà a muoversi, a parlare e a interagire, ed è uno stato che arriverà, più tardi, alla completa consapevolezza del non poter fare assolutamente nulla, a nessun livello, per potersi togliere da quel che sta accadendo.   Questo per me è punto focale, il sapere che non c’è nulla che si possa fare per tornare indietro: ogni volta una lezione che non riguarda solo il momento ma si allarga alla vita in genere, come se ciò fosse sempre stato il principale motivo di ansia, di una insicurezza di fondo che nessuna conquista ha mai potuto scacciare.

Contemporaneamente la coscienza di quel che accade attorno, anche agli altri, è chiara in modo stupefacente, ma impossibile da porre all’interno di una qualunque azione: si assiste, si vede con chiarezza ciò che sta accadendo, e questo è tutto.

Questa è la fase in cui si fa una prima scelta: fermarsi in questo limitare, significa scivolare, appunto, nel primo luogo, in cui ci si trova immersi a fluttuare, e in cui ci possono essere vari scenari, che vanno dalla foresta in cui animali interagiscono in vario modo, alla galassia piena di forme colorate fluttuanti che muovono lente e affascinanti, e che nascondono ciascuna un mondo intero di particolari nei quali perdersi all’infinito; altrimenti, come a me e Bianca è successo, qualcosa dentro parla e dice che non vale la pena di fermarsi lì, e induce una direzione, e non è possibile non identificarsi con questa voce, perchè ciò che dice è davvero dentro, è davvero ciò che stavo desiderando: nel mio caso, scendere.

E appena questa sorta di volontà arriva al sentimento, le forme magnifiche hanno iniziato a salire, o io a scendere, man mano diradandosi e perdendosi verso l’alto, proseguendo nella direzione, da sinistra a destra, che hanno sempre avuto.
La discesa mi ha portato in un altro luogo, una sorta di deserto, o pianura giallo rossa, senza alberi e con lievi rilievi all’orizzonte.
In questo luogo arrivavano cose, e persone, con le quali potevo interagire; ne sono arrivate alcune, e ogni apparizione era accompagnata da un sussulto sempre più forte dentro, o sotto la superficie del terreno, non so bene, che avveniva fra una apparizione e l’altra, come una danza con un passo dentro di me ed uno fuori, legati e conseguenti.
Questa catena ha raggiunto il parossismo, ed erano in cinque a tenermi fermo, fino a che è esplosa, finalmente, ed è apparso l’iguana.
Qui è avvenuto l’arrendersi.

In questa fase ho poi saputo che Bianca si è ferita la testa contro una roccia, senza rendersene conto; io ho fatto movimenti e sforzi fisici che negli ultimi quattro anni ho solo sognato o rimpianto; in ogni caso entrambi abbiamo vissuto con chiarezza lo schema ed i movimenti interiori che ci hanno accompagnato, ognuno per i fatti propri e senza mai interagire, se non in momenti di parziale lucidità, fra un sussulto e l’altro, giusto per chiamarsi e dirsi di esserci, in qualche modo.

Quando è apparso l’iguana è stato un momento formidabile.
È comparso nella mia visuale provenendo da una sorta di nebulosità davanti ai miei occhi, a destra, dalla quale erano uscite tutte le altre figure, ma, a differenza di quelle, è apparso in modo violento, orientato verso la mia sinistra, balzando a terra con gli occhi puntati su di me.
Era una grossa iguana, molto scura, grande più di ua persona, con le unghie ben piantate a terra e la bocca aperta, e in me non c’è stato stupore o altra emozione; appena l’ho vista vi sono saltato sopra, e vi sono entrato, sono diventato l’iguana: l’identificazione era totale.

Ero sdraiato supino, tenuto da molte mani perchè non mi facessi male sulle rocce; non so come sono riuscito a liberarmi, o forse mi hanno lasciato andare: ho iniziato a camminare come un’iguana, lì attorno.   Mi muovevo ed ero tranquillo, nel mio sentirmi forte e bene, e mi sono allontanato da Carlos di qualche passo, e vedevo ogni cosa distorta, ma vedevo tutto, fin nei particolari.

Dopo l’apparizione dell’iguana, ed il mio saltarle dentro, mi sono ritrovato spossato e perso: la sua entrata in scena era stata simultanea all’ultimo e più forte dei terremoti a onda che sentivo sotto la mia schiena, e che riuscivo, anche se ogni volta più forti, a dominare.
L’ultimo è esploso, e l’iguana è apparsa, e io, sollevato all’impiedi dalla scossa, le sono saltato sopra e dentro.

Ma tutto ciò si è come dissolto, perchè non sapevo che fare, camminavo e mi muovevo come un’iguana, mi sentivo feroce e forte, ma non sapevo come usare quel corpo: questo sentimento ha dissolto ogni cosa, e mi sono ritrovato come in un pozzo, a sprofondare nel buio.
Ho un’immagine nitida delle mie gambe che scomparivano lentamente in un’oscurità assoluta, e si portavano dietro me: il mio corpo sprofondava piano in quel nulla, e dentro saliva la disperazione.   

La parte consapevole della mente era nella grotta, e vedeva che le braccia erano attaccate alla schiena di Carlos, e anche che Carlos era stanco: da troppe ore stava durando quel susseguirsi di densità; mi sentii urlare che non volevo morire, e il buio era arrivato alla fronte, lasciando fuori solo una parte della testa, a sinistra, e quell’urlo ha mosso qualcosa di me, e ho iniziato a spingere con le gambe, come a risalire da sabbie mobili, e pian piano, sempre a onda, la tempesta si è placata.
Ci sarebbero volute alcune ore, per uscirne, ma la consapevolezza che tutto stava finendo permetteva di apprezzare le sensazioni.

Ancora per molto non sono stato in grado di muovermi o di parlare, gli occhi vedevano visi aztechi al posto delle sembianze di Clara, di Blanca, di Fredy; la voce di Bianca, ben riconoscibile, pareva giungere da distanze non compatibili con le dimensioni della grotta, e la mente registrava l’assurdo di due verità in contrasto e coesistenti; i suoni stessi della grotta parevano un concerto, si sentivano i grilli fuori, e anche questo è un assurdo, e il frinire, forse, dell’aracnea de las cuevas, che mi era venuta a trovare qualche giorno prima, proprio lì.   

Mi sono ritrovato seduto in loto, la schiena ben dritta, tutto mi girava attorno: avevo una sensazione splendida di centratura, solidità, pace, mi sentivo uno scoglio su cui il mare continua ad infrangersi, ma il peggio era passato, e i colori tornavano.

Carlos era seduto alla mia sinistra, in silenzio, e aspettava qualcosa da me, lo sentivo con chiarezza; vedevo una luminescenza verde attorno a noi due, come fossimo sotto una bolla, e sentivo un senso di affinità e di amicizia nei suoi confronti come mai ho sentito in vita mia per nessuno.

Dopo un tempo che mi è parso infinito, sono riuscito a muovere le mani alla cerca di tabacco e cartine, e ho iniziato con enorme fatica a tentare di rollare, alla luce delle braci che Fredy aveva nel frattempo messo davanti ai miei piedi nudi, e sentivo lo sguardo di Carlos sulle mie mani; non riuscivo a combinare un gran che, e infine è uscito un tremito dalla pancia, e sentivo che anche lui lo aveva, e poi ecco una specie di risata, che affiora dal profondo, ma non proprio una risata, quanto una sensazione, e ho girato la testa, a guardarlo, e siamo rimasti lì, un po’ curvi e ansimanti, a guardarci, sussultando piano, come fossimo scampati a un naufragio, e ne fossimo contenti.
Infine fumammo, e fu un tornare.

Mentre scrivo mi rendevo conto che un’infinità di immagini affiorano alla memoria: i particolari del viso spigoloso di ognuno, maschere senza espressione ma con una densità formidabile; il suono della voce di Bianca, i gorgoglii di Carlos, le mani di Clara, la sensazione delle unghie affondate nella terra della grotta, i movimenti articolati dell’iguana, il suo modo di guardare, di vedere le cose e le persone che è stato il mio, e ricordo le angolazioni e la distorsione dell’immagine.

Ma le immagini sono poca cosa a fronte del ventaglio di sensazioni e di emozioni e sentimenti che si sono susseguiti in quelle dodici ore: i pensieri, le certezze, le intuizioni, gli stati d’animo e quelli dell’essere, le formidabili sensazioni del corpo, le solidità dell’anima, le lucidità della mente, che spesso lavorava su due, tre piani in contemporanea e in contraddizione senza alcun problema, con un livello di accettazione da tener ben presente nei momenti bui; e le folgorazioni, a volte le illuminazioni, le ovvietà, l’apparire palese di ogni cosa, e il senso di pace che ne deriva.
Non posso far altro che esprimere gratitudine per aver potuto vivere tutto ciò: ne sono uscito allargato, e molto più affilato.  

Fra cinque settimane sarò di nuovo in foresta.
È un momento di sospensione nel progetto che stiamo portando avanti: dall’Ecuador non giungono risposte alle mie richieste di informazioni sui passi burocratici, legali e comunque operativi da compiere in un acquisto, nè tantomeno giungono chiarimenti dagli uffici governativi pe quanto riguarda i visti per volontariato.   Forse è un segnale, forse sono proprio i tempi e i modi ecuadoriani.
Domani andrò a Bologna, a proseguire il nuovo sentiero parallelo che ho aperto per quanto riguarda il prendermi cura del tumore: vorrei approfondire il discorso sul ‘terreno cancerino’, come lo chiama Ennio.
La coerenza mi impone di continuare lavorandoci su, di tentare di retrocedere a individuare gli sfasamenti.

Ennio mi ha riconciliato con la classe medica: ha due anni meno di me, è stato allievo di Nicola Portone, l’unico medico di cui ho sempre avuto rispetto e con cui ho lavorato molto tempo fa, come ‘ragazzo di bottega’; anche Ennio si è definito tale, nella sua relazione con Nicola,ed è stato curioso incontrarci adesso, con questa fondamentale amicizia comune nel passato: la vita fa davvero strani percorsi, e a volte ti si presenta davanti la possibilità di chiudere cerchi.

Che Bellezza sia sempre attorno.

Adriano.

By |2019-10-14T13:19:35+00:00settembre 2nd, 2019|Blog|0 Comments

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