21 settembre 2019 Cattivo umore

Buongiorno.

Continuo a passare immagini, e vedo, col senno di poi, frammenti entrati con il passare del tempo, nutrimento fattosi carne, prima ancora che consapevolezza.
Il tempo della malattia sembra lungo: ci si dimentica di quanto più a lungo si sia vissuto preparando inconsapevolmente il terreno perchè la disarmonia si formasse, per poi apparire manifesta. 

Il percorso di guarigione appare composto da continui alti e bassi, variazioni di ogni genere si sovrappongono, e tendono a mostrare che, alla fine, è giusto parlare di densità di vibrazioni, che di volta in volta si manifestano in modo più o meno visibile: nel mio caso, il dolore è un veicolo che annulla le differenze fra corpo, emozioni, mente e spirito, e mostra che quel che fluttua è sostanza differente da queste quattro componenti l’essere cosciente che è in me.
Si dice che guardando la materia attraverso un microscopio elettronico questa appaia inconsistente, che più ci si addentra nel minuscolo, più saltino le coordinate che reggono la visione del mondo per come appare; ci viene detto che, continuando la zoomata, le infinitesime particelle di cui siamo composti spariscono, ed che sia possibile stabilirne l’esistenza solo in base al movimento.

Non ho mai sbirciato in un microscopio di questo genere, ma sento gli insegnamenti della quantistica assonanti con la mia esperienza di questo periodo: il dolore mi fa da lente, scardina le coordinate, mostra che la realtà cambia se muta il movimento.  

24 gennaio 2018.

Oggi mi sento una muneca, un pupazzetto.
La pancia è un campo di battaglia, le gambe tronchi di legno, i dolori attraversano il corpo così come la consapevolezza e sembrano auto che passano nella notte a fari accesi: attirano gli occhi e fanno male a guardarli.

Sono sul letto di una stanza del Limoncocha, le montagne davanti e gli uccelli che sfrecciano e cinguettano senza sosta, perchè oggi è la prima giornata, da quando siamo in Ecuador, senza pioggia.Sono in attesa che vengano le quattro del pomeriggio, ora in cui ci muoveremo da qui per raggiungere Carlos e la sua famiglia, alla Cueva, a Cotundo.
So di non essere nelle condizioni fisiche per reggere una cerimonia, ed Antonella stamani mi ha suggerito di parlarne a Carlos, di dirgli quel che in questi giorni, dopo la limpia di domenica, è successo.
Ho abbozzato: qual è il senso?
So che lei si preoccupa, ma non sono qui per affrontare la malattia?   E se questa si manifesta violenta, non è forse il momento migliore per prenderla per le corna?
Ma non c’è nulla da prendere per le corna: tocca vivere quel che si presenta.

Domenica Carlos mi ha detto che, in data da stabilire, lui ed il gruppo degli sciamani colombiani andranno alla Laguna Sagrada a fare un rituale di guarigione, e mi ha proposto di andare con loro.
Chilometri a piedi, forse una dozzina, su e giù per le colline, con sentieri fra i più impraticabili che abbia mai visto, con un terreno scivoloso e giallo, che risucchia le scarpe e le rende più pesanti ad ogni passo.
Io, dopo una mezzoretta di passeggiata sui sentieri attorno a casa, tranquilli e senza particolari ostacoli, già devo fermarmi: sarò in grado?   La mente vede una colonna di uomini che camminano per ore, gente allenata, magari anche dopo giorni di ayahuasca, come stanno facendo adesso, totalmente assorbiti dal nagual, e vede me, con il mio bastoncino, zoppicare dietro, a cercare di raggiungere cosa?
Vero, sarebbe un gruppo con una particolare energia; vero, è un’occasione unica, che difficilmente si potrebbe ripresentare e, vero, Carlos mi ha detto che altri, che faticosamente procedevano per le loro condizioni fisiche, dopo i rituali alla Laguna scendevano saltellando.
Come potrebbe essere il confronto con persone di questo genere?
Quanto potrebbero scuotere il mio ego, che in questo momento mi costringe ad una situazione di infermo bisognoso di sostegno?

Perchè Carlos mi ha fatto questa proposta, lui che anche sembra così stanco, a paragone di qualche mese fa, che diceva di non voler invecchiare, ma morire prima?
I suoi occhi hanno un glaucoma, specie quello destro, e sono sempre più fessure attraverso le quali qualcuno da dentro osserva.
A volte sembra che il suo corpo sia soltanto un involucro, che dentro ci sia un’entità cui non importa del contenitore se non in quanto funzionale a quel che deve fare.
Sotto ayahuasca questa entità prende il sopravvento, esce, rinforza il corpo e lo muove per ore con una energia che avvolge e coinvolge: l’ho visto lavorare nella caverna per più di dieci ore di fila, senza fermarsi mai, passando da uno di noi all’altro, contenendo reazioni anche violente, cantando e facendone di ogni.
Vero, ha dieci anni meno di me, ed io dieci anni fa facevo cose simili, anche per più giorni, ma dopo le pagavo: Carlos pare nutrirsi di ayahuasca, qualcosa dentro di lui trae sostentamento dalla liana.

Questo mi affascina, non tanto perchè vorrei anch’io, quanto per il fatto che mi pone davanti una realtà che sembra sfuggire il dualismo fra fatica e riposo, veglia e sonno, e appartenere ad un altro piano: l’ho visto distintamente più volte, ed è uno dei motivi per cui scatta l’affidarsi.
Le sue piccole mani sono morbide e flessibili, in contrasto con il corpo; la voce ha escursioni ampie.

L’ho visto più volte accusare il colpo al momento della toma: la testa si abbandona, appesa ad un corpo seduto sulla roccia, e tiene questa posizione per un tempo lungo, poi di colpo si rialza, come a guardare in su, si forma un suono, come di qualcuno che abbia ingollato una sorsata di whisky, e si stia raschiando la gola per espellere il bruciore.   Poi la testa si scuote più volte, ed è il segnale che si va a cominciare: di solito inizia un canto senza parole, suoni che faticosamente assumono forma conseguente, e poi, pian piano, si fanno più decisi e articolati: infine escono le parole, che si modulano in canti che avvolgono le orecchie.
C’è qualcosa di familiare, in tutto ciò, come un riconoscere la sequenza, l’evidente scivolare a livelli diversi.

Intanto piove, e sembra il bucato delle streghe, con il cielo nuvoloso ma alto, che lascia filtrare una luminosità più intensa del solito, in questa settimana umida e introspettiva, avara di azzurro.
È mezzogiorno, e a casa invece l’imbrunire starà salendo, le stufe accese ed il grande camino della cucina che scoppietta, attira lo sguardo e conforta.
Qui ci sono forse trenta gradi, e la luce ferisce gli occhi.

 

25 gennaio.

Stamani mi sono svegliato furente.
Credo, se vado a setacciare i rimasugli della notte, che abbia a che fare con il sognare, nel senso che ho bisogno di farlo, e non riesco.
Ieri sera abbiamo avuto una cerimonia,  ma su questo torno dopo.
Finita la cerimonia ero mareado, decisamente: lambito da onde di ayahuasca, simili a quelle che, sulle spiaggie dell’oceano, percorrono una distanza sproporzionata alla loro grandezza, senza violenza o fragore, lunghe, lente e decise.
Nella caverna sono scivolato più volte nel sogno: è una dimensione che desidero: dà conforto.
Nel sognare ci sono risposte, vedo come voglio essere, ho soluzioni, i conflitti si sciolgono.
Ma, appunto come nello svegliarsi al mattino i sogni spariscono lasciando nostalgia, così nell’uscire dallo stato sognante la realtà dell’ego appare insulsa e opprimente.
La fissazione di non fare abbastanza mi sta sfinendo.

Sensazioni sottili e taglienti incidono ferite come di rasoio, quasi invisibili ma dolorose: non si squarcia la pelle, la lama entra in profondità, con un dolore acuto e nervoso.
Sono proprio di pessimo umore.

Fermo queste parole così come stanno scorrendo, senza filtro; le fermo per riprenderle più tardi, per avere una base su cui lavorare.
Il cattivo umore ha a che fare con il corpo di dolore di cui parla Tolle, che ho giusto letto ieri prima di andare da Carlos, ma c’è qualcosa che non entra, o che entra storto, e qui scivolo.
Vorrei parlare con Carlos di questo, ma non sembra così disponibile come in novembre.
Sono arrabbiato, e se anche prendo in considerazione che c’erano aspettative non soddisfatte, sento che c’è altro che mi sfugge e che non riesco ad acchiappare: c’è frustrazione, ed è qualcosa che conosco.
Fermo sulla carta quel che sono adesso non come realtà effettiva ma come transizione: ho bisogno almeno di questo.

Stanotte, tornato in camera, con il corpo sfinito che diceva solo di voler dormire, ero sveglio come un grillo, ad ascoltare i galli che strillavano, e in questo stato vedevo cose che potrei fare, programmi di lavoro, iniziative belle e conseguenti, senza che l’ombra della condizione fisica impedisse la sensazione di realizzabilità.
Ora non è così: dove è finito quello stato dell’essere?   Chi sono io, quello di ora o quello di stanotte?
Sono quello di ora ed ho nostalgia del me di stanotte: come faccio ad uscire da questo vicolo cieco?
Dovrei continuare con quel che sto facendo o ritirarmi in eremitaggio a tomar ayahuasca da solo fino ad arrivare da qualche parte?

Carlos disse proprio questo: tu vuoi arrivare da qualche parte?  Sembrava più una affermazione che una domanda: risposi immediatamente di sì, e questa piccola conversazione aveva sapore di verità, nel suo entrare e nel mio rispondere senza esitazioni, comprendendoci a vicenda senza altra parole sopra.
Ecco, questo è buono, dà vita, nutre, fa toccare una realtà vera, tonda e limpida.
Mentre scrivo sento che vado scivolando via, come nei sogni al mattino.
Spero di recuperare, rileggendo queste righe, lo stato d’animo che mi ha spinto a scriverle.

È pomeriggio, ed il sole adesso rivela il nostro essere all’equatore.
Seduto nella terrazza del Limoncocha, mi asciugo i capelli dopo essermi grattato la testa per ore; ieri sera abbiamo preso l’ayahuasca del mono, ed è il tipo di liana che fa appunto, questo effetto: ci si gratta la testa, come le scimmie.
Ci sono quattro tipi di ayahuasca: bianca, nera, gialla e rossa, come le Quattro Direzioni: quella del tigre, del serpente, del mono, appunto, ed un’ultimo animale che non ricordo.
Mi ha stupito questo sovrapporsi con le Direzioni della Ruota di Medicina: è proprio vero che un tempo qui, nel cosiddetto nuovo mondo, dall’Alaska alla Patagonia era un’unica famiglia.

Durante una toma, in novembre, Carlos ha mischiato i quattro colori, ed è risultata, a suo dire, una delle più forti che avesse mai provato.
Come sarà la prossima, cosa ha in testa questo essere che tanto mi ricorda mister Coleman?
Dirige con una morbidezza che non si può deviare, e non solo il lavoro di ogni volta, ma anche, e adesso dico soprattutto, quello a lungo periodo.
Sembra sufficiente fornire poche indicazioni, tracce di quel che si ha intenzione di fare, qualche dimostrazione che non si stanno usando parole senza poi camminarle, e lui trova una dimensione nella quale confluire, e ti ci ritrovi dentro, non sai come e sei contento.

Una volta buttò lì, come spesso fa, una frase che apparentemente non c’entrava nulla con quel di cui si stava parlando: disse che la gente fa quel che lui vuole.
Al momento mi sembrò una specie di vanteria, avulsa dal contesto; poi ho capito cosa intendeva, ed era un insegnamento.   Anche l’ayahuasca non ti dà quel che vuoi ma quel di cui hai bisogno: lui ha imparato la lezione, e la condivide.

Sto imparando anche io molto, e sono grato di questo: cercavo un maestro, in fondo, passato attraverso  stadi di apprendimento non in pratiche specifiche ma nella vita stessa: sembra che lo abbia trovato, indipendente, imprevedibile, elusivo eppure così attento e generoso di sè.
Nessuna dichiarazione, poche parole, ma un fluire con quel che è possibile, o meglio, con quel che noi stessi rendiamo tale.
Sembra esistere, finalmente, chi rende onore al camminare le proprie parole, ed è una boccata di ossigeno.

Carlos non ha una vita facile, ma certamente ha quella che si è scelto: scivola sopra a tutto il resto, al condizionamento del tonal che sta coinvolgendo la sua stessa comunità, al vedere, ad esempio, che anche sua nipote, proprietaria del terreno della caverna, dell’anaconda in pietra, e della foresta da cui traggono erbe e rimedi, la loro farmacia, insomma, si rivolge più all’aspetto dello strutturare sopra al sacro che al sacro stesso: prende distanze silenziose, non si rassegna, si sposta e fa il suo lavoro, veleggia nei vapori della liana e da lì guarda il mondo e non giudica.

Forse ho incontrato un saggio, travestito da piccolo indio, scuro di pelle e con le ciabatte di gomma, che non si agghinda nè si traveste per le cerimonie, gira a piedi ed è felice quando gli regali tabacco.
Per ora ho un’unica risposta: Carlos vede le cose per quel che sono, e cioè energia, e vede, dalla sua finestra, molte più cose e più colorate di quanto si possa immaginare, e questo lo riempie, gli toglie  aggressività, lo rende morbido e potente.
Sono felice di averlo incontrato, e vorrei stargli vicino: mi rendo conto di assorbire, ed erano molti anni  che non accadeva.

Ho preparato due bei pentoloni di brodo vegetale, caldo e salato come le lacrime, dicono i testi yoga, e ora vado a bermeli, tazza dopo tazza, e come ogni volta mi stupirò di quanto accade.

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2019-10-14T13:21:16+00:00settembre 21st, 2019|Blog|0 Comments

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