22 agosto 2019 La piuma e il rasoio

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Buongiorno.

Ogni cosa ha un inizio, ed è tuttavia al contempo parte di qualcosa d’altro, già esistente: pare dunque vano collocare prime pietre, ma l’intento di questo blog è quello di raccontare una storia, e così faccio, andando a rileggere un diario di viaggio e riportando qui stralci che ne raccontano.

Nell’autunno 2017, continuando a percorrere un sentiero che mi è abituale, volto le spalle a una serie di medici che mi prescrivevano farmaci, un collare fisso, il fantasma di una operazione alla colonna e la prospettiva, a breve, di una sedia a rotelle, e parto per l’Amazzonia, alla ricerca di qualcosa che neppure io conosco, senza sapere dove o da chi andare, con solo l’idea di contattare l’Ayahuasca, che avevo incontrato un quarto di secolo prima, cioè a dire un paio di vite fa, senza però il bisogno di guarire che mi spinge ora.

Scelgo l’Ecuador, fra i vari paesi sudamericani, per riminiscenze scolastiche, che si riducevano, in realtà, al vago ricordo di una mitica capitale, che aveva a che fare con l’impero inca, a tremila metri di altezza, circondata da sette vulcani.

Organizzo il viaggio in un tempo record, e vengo accompagnato, per un’altra di quelle decisioni improvvise di cui non saprò mai la vera ragione, da mia figlia Bianca e dal suo fidanzato.

Ma: come stavo, prima di partire?

Vi riporto una pagina del settembre:

19 settembre 2017.

A sessantaquattro anni, con il corpo rotto e sofferente, mi sono reso conto di fare parte anche di un altro mondo.

E’ successo, semplicemente, come uno scivolare lento di cui ti accorgi dalle coordinate cambiate e non dal movimento in sé; dopo ventisette anni dal mio primo contatto consapevole con questa densità dell’esistenza, e dopo aver con fatica e pazienza e testardaggine assorbito adagio concetti, permeatone il quotidiano e cercato di superare la dicotomia fra privato e sociale, mi ritrovo all’interno di una separazione immensa a guardarsi: fra il mondo per come lo percepisco e quel che invece vedo e ascolto e provo sulla pelle c’è un abisso, la cui vastità, invece che diminuire, sta aumentando di giorno in giorno.

Le parole evocano forme e gli avvenimenti si vestono di definizioni interiori di spessore diverso, e i sentimenti prevalgono sulle emozioni, sia nell’agire che nel vivere le azioni del mondo.

I significati di ogni cosa sono più incisivi, più determinanti e tuttavia meno importanti, entrano obliqui, si posizionano nella consapevolezza quasi senza fare rumore, e i movimenti dell’anima si fanno evanescenti, lasciando una traccia non diversamente da come fa un sogno, che incide la coscienza passando con la morbidezza di una piuma e insieme l’affilatezza di un rasoio; lo spostarsi del Punto di Unione appartiene al quotidiano non diversamente da come fa la percezione delle funzioni del corpo, ed il bisogno di Astratto assomiglia alla fame.

Il riconoscere è la chiave: qualcosa dentro ricorda, e ne è certo.

Riconoscere quel che sta succedendo o la persona che si ha di fronte non perché già visto, ma piuttosto per il profumo, che già da solo sfama, e fa sentire a casa.

Sembra che io abbia raggiunto il mio Sogno, e ora devo viverlo ma, naturalmente, lo Spirito ha giocato con me, e mi ha messo in una posizione insostenibile, o almeno così appare ora: come bimbo appena nato, in alcuni momenti so chi sono ma non riesco a pensarlo, e non possiedo gli strumenti per agire; d’altra parte, se li avessi, se avessi il mio corpo a disposizione come fino a poco tempo fa era, probabilmente farei scelte che in questo momento non potrei condividere.

Penso che forse, ma certo questa è una forma di presunzione, molti, con il mio passato, già da tempo sarebbero immersi in un involucro sociale che è maschera dell’ego; non ho mai voluto pensarmi nulla più di un esploratore, certo non qualcuno che dialoga con l’Astratto, o in grado di danzare con un’orchestra di energie. Tuttavia sta accadendo, e la meraviglia non è nel modellare atmosfere mai prima dipinte, ma nell’accorgersi che sempre è stato così, e che vedevo solo quel che mi permettevo.

Così, ora, per questa cecità durata troppo tempo, sto pagando uno scotto che ancora non sento equo, ma la comprensione vera di quel che accade non è mai contemporanea all’accadere: so che dovrà passare tempo, prima che le cose si collochino, e, come ognuno, non conosco quanto ne ho a disposizione.

Il tempo stesso viene ad assumere forme e sinuosità diverse, non lineari, che scivolano su se stesse senza soluzione di continuità, e perciò la morte, e ogni cosa che si trasforma, non è tanto questione di tempo ma di densità del vivere.

L’ansia che diviene conseguenza del bisogno di questa densità è stata una costante, ed ancora lo è, nella mia vita, pur essendo la spinta principale a mettersi alla cerca, e l’esser cieco riguardava anche il fatto che la vita è già tutto attorno, in ogni momento, ed il grado di consapevolezza e di attenzione ha determinato di quanta parte di essa mi rendessi conto.

In che modo è possibile rendere onore ai doni ricevuti?

Questa la situazione vista da una angolazione che non ha a che fare con il fisico: ma ha poi senso questa frase?

Potrei dire meglio che fosse un aspetto della percezione, o un tipo di percezione, una sua parte, ma non avrei detto nulla, in realtà.

Proviamo ancora:

29 settembre 2017.

Sarà un periodo duro, e per quanto mi riguarda l’aspetto fisico la farà da padrone: in questi ultimi giorni sono restato praticamente a letto, e non riesco a camminare per più di qualche decina di metri, e con il bastone.

Non ho sensibilità ai piedi, e le parestesie corrono per tutto il mio corpo, in continuazione, variando di intensità ma stabilmente nelle gambe, nella pancia, su per il fianco sinistro ed il braccio sinistro fino alle dita, che da due anni bruciano giorno e notte.

Ho dolori alle vertebre con i dischi lesionati, sette, come i chakra, ed un ottavo che si è asciugato; ho impronte sparse sul sacco durale e diverse lesioni al midollo di cui una ha intorno un ematoma e un inizio di necrosi.

Il rigetto in conseguenza dell’operazione di tre anni fa ha innescato un meccanismo autoimmune, che ha mandato in tilt il sistema nervoso periferico, ed è evidentemente iniziato un processo di distruzione della mielina, che serve a ottimizzare la trasmissione di dati sensoriali al cervello, così sento sul corpo ciò che non c’è e non sento quel che c’è, mentre per il rimanente delle sensazioni fisiche cosiddette normali percepisco variazioni a seconda dei giorni.

Dovrei essere su di una carrozzella, con un collare; sto invece partendo alla ricerca di qualcosa che non so dove sia, né cosa sia esattamente, in un paese sconosciuto di cui vedo panorami di montagne e vulcani vicini a foreste nebulari e a oceani non ancora visti.

Ho la traccia dell’ayahuasca, e dovremo seguire un profumo, perché non so dove e attraverso chi sia possibile entrarvi in contatto.

30 settembre 2017.

Stamani l’alba è rosata, e in cielo non c’è nuvola.

Laddove la mente si impunta e pretende di aver ragione c’è un gradino che non riesco a superare, e allora faccio appello ai valori; mi chiedo cosa davvero mi interessi, in questo momento in cui la partenza è prossima e ci sono cose da sciogliere, mi chiedo cosa dia vita.

Certamente c’è un mio comportamento che non sta dando vita, altrimenti ci sarebbe pace, dentro di me, almeno in parte.

Invece non ho pace, dentro, non ho un luogo in cui rifugiarmi a prendere fiato.

Nel mio corpo non trovo un posto che dia benessere, se non in alcuni momenti in cui non sono solo, ed il benessere si identifica con la diminuzione o l’assenza per brevi istanti della sofferenza.

La mente è molto affollata: anch’essa, come il corpo, sta usando grandi parti della mia attenzione in circuiti viziosi che solo raramente lasciano intravedere lampi di luce.

Le emozioni sono sature, ogni cosa intorno suscita onde di vibrazioni che sento nel corpo, che siano I sussulti dell’automobile o l’esplosione emotiva di qualcuno; tutto ciò sovraccarica il mio sistema nervoso, già indebolito.

Vedo lo spirito attorno, e la sensazione che ne deriva è di qualcosa di impersonale, su cui gli appigli che uso di solito nella vita non funzionano: non ha pietà, esiste anche senza di me, o meglio, ne sono una parte così piccola che non ha importanza, per l’insieme, che io esista; o, meglio ancora, l’importanza che io attribuisco alla mia esistenza è di natura diversa, speciale in quanto anche io creatura, ma di fronte a quel che intravedo certo di un altro ordine, un’altra sintassi.

Sono un piccolo pesce che nuota in un grande branco: essenziale come tutti, ma non indispensabile all’insieme; porto in me l’essenza del gruppo, ma da solo non lo rappresento.

Io ho bisogno dell’insieme, vi aspiro, mentre l’Astratto è già in me, non ha tensioni verso, e vedo questo solo ora, ed il tempo usato per arrivarvi.

Cosa cederà alla pressione?

Ecco le ombre che appaiono nel vedere le forze diminuite: non posso non fare paragoni con sei mesi fa, un anno o due, ed è cosa che sconforta.

Tuttavia vedo anche l’azione del nostro ben agire, mio, di tutti noi coinvolti in questo momento di vita, perché tutti, in modi e con interpretazioni diverse, sentiamo che ciò che abbiamo davanti fa parte di un disegno che nessuno sta vedendo nella sua interezza, e, nel fiume che scorre, affiorano isole di fiducia, umiltà, senso dell’arrendersi, ma soprattutto si evidenziano gli ostacoli nascosti sott’acqua, perché più la corrente aumenta, più i vortici che si creano danno vertigine.

Questa vaga consapevolezza collettiva pone un guardiano alla soglia fra pensiero e azione.

Stiamo tutti facendo quel che possiamo, ma forse non quel che potremmo fare, e certo molte cose potremmo non farle.

Dice un’amica che è meraviglioso affidarsi a quel che succede, ma ancora non sono lì, non come visione, e non so se lì mai arriverò, se questo sia sulla mia strada; qualcosa, nell’avvicinare l’anima a quello stato dell’essere, fa sì che devii la traiettoria verso terreni dove si incide maggiormente sulla propria vita usando l’olfatto, fra i sensi il più legato alle memorie antiche, una sorta di olfatto, diciamo così, energetico, come a sentire un profumo a paragone del vedere: il profumo fa chiudere gli occhi, porta verso l’antico, il sogno; gli occhi portano alla realtà.

Così sono più legato all’immagine dell’arrendersi buddista: la resa del guerriero, che prende atto della situazione, chiude gli occhi e respira, e si organizza, in un continuo alternarsi fra l’agire ed il fermarsi, imparando cioè dalle forze che dalle azioni stesse vengono messe in movimento, come a bussare alle porte dell’Astratto, come sto ora facendo, non restando in attesa del mio destino ma andandolo a cercare nelle foreste dell’Amazzonia.

E mi chiedo dove fosse Terzani, andando a giro per il mondo a curarsi il cancro, cosa stesse facendo, come stesse dentro nel passare da una cura all’altra, in quell’ultimo giro di giostra dove ha per forza sperimentato istanti non ordinari; ha visto il mondo attorno cambiare, poco a poco, ridursi e tuttavia espandersi: fin dove è arrivato, fin dove si è permesso di spingersi?

Fino a che punto è riuscito nel fare quel che tutti dovremmo, cioè l’alleggerirsi, l’andare verso il proprio destino il più possibile senza pesi, cerchi da chiudere, sospesi?

Tuttavia anche il vivere può essere il proprio destino, non solo il morire, e dunque il sapore dell’alleggerirsi, del separarsi dalle cose va a filtrare l’autocommiserazione, la va a pulire, a prendere quel che di buono in essa c’è, perché anche all’interno di uno dei nemici più grandi e subdoli del guerriero, l’autocommiserazione, c’è un nucleo innocente, e forse in questo caso si tratta del desiderio di non staccarsi dallo spirito delle cose.

Questo è un desiderio legittimo, sacro, ma chi si stacca davvero, in una separazione, è l’ego, perché è la capacità di dialogare con l’Astratto che scioglie il senso di solitudine.

L’ego soffre, e può essere atroce: sento il bisogno di far vivere al mio corpo sensazioni che abbiano un significato che la mia inerzia non possa smontare, certezze percettive che mi facciano passare il guado in cui sono, fino al prossimo risveglio.

Non ho tolto nè cambiato nulla, sintassi scivolanti comprese, di quel che scrissi allora: vorrei fosse una fotografia, affiancata alle altre che man mano vi poserò accanto, come tasselli di un puzzle, in questo raccontare.

Tuttavia un’ultima immagine devo affiancare, di quei giorni prima della partenza, e ve la passerò a breve.

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2019-09-13T08:51:45+00:00settembre 1st, 2019|Blog|1 Comment

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One Comment

  1. Anadege settembre 2, 2019 at 9:15 am - Reply

    Grazie per la tua capacità e modalità de metterTi a nudo.
    E per come me, fa dei percorsi con Te scopre che ogni passo Tuo, diventa in qualche modo un passo per tutti!

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