22 settembre 2019 L’ordine delle cose

Buongiorno.

Parto da queste considerazioni di J. Brosse:

“L’uomo esiste se non per il rifiuto della sua condizione, egli non è se non nella misura in cui è in contrasto: supplisce alla Natura grazie alla scienza che la spiega, all’arte che la ricompone, ma in questo modo la natura viene persa di vista o diviene un pretesto.
Il fatto è che l’uomo non può accettare l’immobilità, il silenzio, la morte, senza con ciò rinunciare ad essere uomo: se tenta di scoprire qual è l’ordine della natura, se tenta, cioè, di riunirvisi, perderà l’antropocentrismo, egoismo grazie al quale ha fatto grandi cose.”

Brosse è letterato e, io credo, filosofo, che ha la mia stima e sempre stimola il mio interesse: lo scoprii una ventina di anni fa, mentre stavo scrivendo il testo sui Fiori di Bach, pubblicato poi nel 1996, e mi aveva affascinato l’acutezza dell’osservazione unita ad una umiltà e ad una ironia che ben poco aveva a che fare con quanto di solito si trova nei naturalisti.

Brosse prosegue: “…esiste forse un ordine della natura, solo che non si tratta del nostro: può darsi che fortuitamente lo raggiungiamo, ma esso ci ingloba e ci rimane incomprensibile poichè non possiamo uscirne.   …si potrà mai dire che gli erbivori sono tali per servire da preda o che i carnivori impediscano agli erbivori di essere in eccesso? Non sono che ipotesi, a cui si fa surrettiziamente giocare il ruolo di princìpi.   Dato che l’ordine della Natura ci rimane inaccessibile, possiamo concepire almeno un certo ordine nelle cose?”

E ancora: “Andando oltre, fatalmente cadiamo nell’Astratto, ed è solamente su questo piano che lo spirito riacquista i suoi diritti e ritrova l’unicità dell’universo che aveva perduto contemplando gli individui.   Visto così dall’alto e da così lontano, il mondo non è che una massa di possibili, dei quali non si sarebbe realizzata che un’infima quantità: la vita non è che un ordine squilibrato che tende a risolversi in un disordine equilibrato.”

Tuttavia l’uomo di Brosse è l’essere umano che egli conosce, un europeo della prima metà del secolo scorso: “Molto più sensibile e violento di ogni animale, l’uomo penetra brutalmente la natura; sempre distratto, non riconosce i luoghi per i quali è già passato: l’uomo non si adatta all’ambito in cui vive, ma lo adatta; avverte il mondo come caos che egli deve organizzare.”

Ma, infine, la meditazione sulle cose gli fornisce la strada salvifica, la via d’uscita dal disastro inutile: “Non c’è bisogno di inoltrarsi nelle foreste vergini: anche un boschetto può essere una inesauribile fonte di stupore, a patto che facciamo nostra la risoluzione di vedere per la prima volta gli esseri che lo compongono e lo frequentano.   Arriveremo presto a comprendere che queste semplici impressioni sono essenziali, ma che ci è impossibile comunicarle: abbiamo raggiunto il segreto, ma non possiamo liberarcene.
Deve restare in noi come un corpo estraneo inassimilabile dallo spirito ma non inattivo, dato che ormai svolgerà la funzione di catalizzatore e ci permetterà di incontrare l’estraneità fondamentale e irriducibile di ogni cosa: ciascuna di queste visioni si imporrà con lo stesso carattere sconcertante e la stessa evidenza delle immagini oniriche che sopravvivono al sogno.
Siate un poco vuoti, un poco disponibili, e vi verranno rivelate verità: la realtà apparirà come la sola verità possibile.
Infine, la sola reale differenza fra l’uomo e l’animale è che, poichè l’uomo ha coscienza di sè, può rifiutarsi di essere ciò che è.”

Spirito fortemente osservatore e pragmatico, Brosse non va in cerca della nostalgia di un tempo passato in cui l’uomo riusciva ad adattarsi all’ambiente e ad essere contemporaneamente colui che lo protegge, passato di cui certamente conosce l’esistenza e l’estensione, ma, da buon esploratore, cerca nel reale una salvezza operativa, un metodo di conoscenza, di contatto, qualcosa che lo possa portare fuori dai luoghi comuni di cui certo era circondato e di cui, gran viaggiatore, era certo insofferente.
Incontra il metodo dell’osservazione, che si accorge ben presto essere in realtà una meditazione, laddove si intenda questo termine come apertura all’ignoto: dalle sue ultime conclusioni al definire l’universo impersonale il passo è breve.

L’impersonalità è il tratto saliente dell’Astratto, e ciò sconcerta il continuo bisogno di attenzione che contraddistingue l’uomo odierno: è difficile anche solo ammettere che esista qualcosa di più grande dell’uomo che si comporti come se esso non ci fosse, e, dato che ogni cosa, al mondo, si comporta come se l’uomo non ci fosse, si è inventata la favola del dominio dell’uomo sul creato; dare un nome a qualcosa pensando, o trovandovi la giustificazione del possederla è il più grande illogico che si possa inventare, pari forse al fatto che quel qualcosa di più grande dell’uomo, cioè dio, comunque lo si chiami, deve per forza avere a cuore l’uomo, tanto da costruirgli attorno un mondo solo per lui.

Non è difficile arrivare alla conclusione che esistono degli illogici, ma forse è più arduo vedere che lo stesso schema è impresso all’interno di ciascuno di noi: ci fanno crescere con la convinzione che siamo i più importanti, o i più meschini, che poi è la stessa cosa, ed i concetti di dignità ed impeccabilità personale saltano, di fronte al bisogno di prevalere, dominare, usare.
Non c’è nulla di più efficace, per vendere qualcosa, del convincere il futuro acquirente del fatto che ne abbia assoluto bisogno, e l’illogico sembra dissolversi di fronte al demone del possesso, e dell’identità da quest’ultimo stabilita. 

La fede viene strumentalizzata per proselitismo o per espansione dell’ego, sia essa espansione una guerra o un semplice prevalere sui membri della tribù: il sentimento di appartenenza, d’altro canto, non ha mai avuto bisogno di essere espresso, o tantomeno sistematizzato, e neppure imposto.
Il senso di appartenenza ad una realtà immanente non può, per sua natura, sporgersi più di tanto al di fuori di chi lo prova, e quindi non provoca invasioni; certamente, però, avviene riconoscimento reciproco nell’atto del percepire un afflato simile o risonante: la scelta della vicinanza è altro dall’obbligo di convivenza.

Nelle tribù native non era abitudine parlare di faccende dello spirito: ognuno aveva un suo personale e diretto rapporto con il mistero, ed era considerata maleducazione, oltre che una inutile e noiosa perdita di tempo, disquisire sul colore degli occhi del Grande Spirito.
Il senso di appartenenza era ovvio, e milioni di nativi, in ogni parte del mondo, hanno abitato per secoli un territorio comunque sacro, senza mai devastarlo: c’era abbastanza per tutti.
In fondo, a ben pensarci, i guai sono cominciati quando qualcuno ha iniziato a convincere qualcun altro del fatto che avesse bisogno di un intermediario: fra lui e lo spirito, fra lui e la donna che vorrebbe sposare, fra lui ed un nemico; arrivando ad oggi, sembra indispensabile che ciascuno abbia un intermediario fra sè e se stesso: l’analista, il guru, il personal trainer.

Ma, fuori dal voler fare analisi sociologiche o storiche, i pochi schemi qui tracciati, come esempio  di una infinità di essi che ci circonda, di fatto non lavorano solo nel sociale, o in funzione dell’ipocrisia della società, ma anche, e direi soprattutto, sulla superficie dell’anima di ciascuno, e la rendono opaca.

Brosse parlava di un metodo, per avvicinarsi alla natura, che regala comprensioni non condivisibili ma riconoscibili; contemplare un fiore significa lasciare che la sua essenza penetri, e davvero non si potrà, pena svilire l’esperienza, parlarne a chi non sa, e se ne parlerà, d’altro canto, inutilmente a chi ne ha fatto esperienza: la parola pare superflua o dannosa in entrambi i casi.
E se invece di un fiore contemplassimo noi stessi, con lo stesso distacco interessato, la stessa attesa senza aspettative, la stessa pazienza comprensiva, cosa potrebbe succedere nel caso scoprissimo una verità, una parte della nostra personale essenza che, come con il fiore, non possiamo condividere, spiegare, mostrare con orgoglio?
Sarebbe un arricchimento, un passo verso l’Astratto, una personale conquista, una preghiera silenziosa che riesce a salire alta.

 

26 gennaio 2018.

Sacha Sisa, rio Napo.
Sofferta decisione, e pare assurdo dirlo, di venire qui da Tena.
L’Ecuador fa questi scherzi: sei in un posto, uno qualunque, e decidi di spostarti: hai davanti talmente tante possibilità da riuscire a star fermo.
L’abbiamo sperimentato appena arrivati a Quito, con i ragazzi, in ottobre.
Vero, non sapevamo nulla dell’Ecuador, nè di dove andare a cerca della liana, e stavamo giorni interi a leggere, chiedere, e considerare se andare qui o là, mare, montagna o selva: poche centinaia di chilometri di larghezza e lunghezza, con dislivelli di migliaia di metri offrono una varietà pressochè infinita di scelte, così come le numerose etnie sparse per il paese, differenti per cultura e scelte di vita.

Ma qui nell’Oriente, specialmente nella zona di Tena, l’atmosfera è rilassata, le giornate scorrono veloci, e lo vedo anche nell’atteggiamento in generale dei nativi: non ci sono molte discussioni, l’azione avviene subitanea e non annunciata.
Il tempo serve ad ascoltare; aspettare non ne costituisce una perdita, ma un attendere etimologico: tendere verso, sporgersi verso qualcosa e lasciare che altro si avvicini.

In questo momento sono seduto sotto una tettoia di palma, a una trentina di metri sopra il livello del rio Napo, mentre piove a scrosci rumorosi, e la cortina d’acqua offusca il panorama.
La foresta davanti è infinita: davanti ai miei occhi centinaia di chilometri, fino ad un orizzonte che la mia mente sa essere uguale a qui, fino al Perù, al Brasile, all’oceano.
Colline si susseguono senza soluzione di continuità, tranne che, man mano che si allontana lo sguardo, ne  cambia il colore: dal verde forte e brillante di qua attorno sfuma man mano in un azzurro velato; le nuvole sono alte, blu e bianche e nere, e squarci di cielo di un azzurro intenso, caldi di sole, regalano il senso della profondità.
Quando gli scrosci della pioggia si interrompono, gli uccelli ricominciano a cantare: continuano ad essermi alieni, non li identifico.

C’è qui un cane grigio che gira con una scimmietta in groppa: piccola, orfana, lo ha scelto come mamma; un altro cane è geloso, la vorrebbe lui, ed entrambi, il nero ed il grigio con la scimmietta, stanno qui accanto, vogliono il contatto.
Tutti e tre mi accompagnano, se mi sposto, e oggi ho preso per la prima volta in mano una scimmia: strana sensazione tattile, in questo silenzio interrotto solo da rumori della natura.
Nulla è familiare.
Non c’è elettricità: un generatore a benzina nascosto da qualche parte nel folto ne elargisce per un paio d’ore di sera; niente internet, nè rumori o odori di automobili: solo ogni tanto una canoa a motore solca le acque marroni del fiume.
Qualche colpo di vento stacca foglie enormi che fanno, cadendo dall’alto di questi alberi immensi, rumori come di schiocchi di legno secco.
Niente tuoni, nei temporali, e viene da parlare sottovoce, come a non infrangere una magìa.
Io e Antonella siamo soli, quassù, a parte i due cani, la scimmia, e Teresa, anch’essa silenziosa e gentile.
Forse non durerà a lungo, questo incanto, forse arriveranno persone, magari altri ospiti, non so, ma per ora è tutto nostro, e, per quanto mi riguarda, me lo sto godendo.

27 gennaio 2018.

Il caos apparente.
Stamani abbiamo provato ad inoltrarci nella foresta, da soli.
Cercavamo un sentiero, ma il breve tracciato che si intravedeva dalla cabana in cui abbiamo passato la notte terminava dopo poco, perdendosi in una confusione di piante, rami e foglie che non dava prospettiva.
Sono abituato ai miei boschi, dove non mi sono mai perso.
Qui tutto continua ad essere alieno, le piante difficili da distinguere, e quindi da memorizzare; il cielo si intravede appena, tanto alti e fitti sono i tronchi e le foglie enormi che si sovrappongono, piante che crescono su piante, creando un’illusione ottica che nei nostri boschi è sconosciuta: dopo pochi passi ero disorientato.

Mi sono sentito piccolo davvero, pensando all’estensione di questa foresta, al suo continuo sali e scendi, frane, tronchi caduti, senza, per contro, punti di riferimento elevati, a parte i vulcani in lontananza; non ho la misura di quanto in fretta possano qui crescere le varie specie vegetali: se metto l’apparente caos che ho di fronte in una prospettiva temporale provo sgomento.
Eppure forse è un caos solo per i miei occhi, oppure riflette il mio bisogno di ordine, fino ad oggi giudicato quasi inesistente.
Ma qui non sono stato io a mettere in disordine, le cose stesse si sono disposte in questo modo, e ciò significa che è il risultato di un accordo, un mutuo sostegno, una reciproca utilità fra tutti questi esseri senzienti che mi circondano.

Qual è l’ordine delle cose?   E’ solo l’espressione di un tentativo di possesso?
Se metto in ordine, sto forse tentando di ottenere potere su qualcosa di cui non capisco il livello?
Se così fosse, significa che, ogni volta che contrasto quel che avviene, in realtà sto solo cercando di controllarlo: in questo modo non riuscirò mai a contattarlo nella sua interezza.
Chiamo questo realtà, e mi illudo di averne il controllo.
Sono qui perchè il piccolo saggio interiore mi ha portato in questo caos apparente, così come di fronte all’immensa parte incompresa e incomprensibile che l’ayahuasca lascia intravedere?
Se è così, allora devo arrendermi all’evidenza che continuo a tentare di ridurre, e perciò controllare.

Tuttavia un’altra parte di me dice che la soluzione non è nel lasciarsi andare, imperativo così diffuso nella nostra cultura, in grado di produrre sensi di colpa e di inadeguatezza; è qualcosa invece che ha a che fare con il fare esperienza, il toccare, il lasciarsi toccare.
Il cosiddetto lasciarsi andare ha a che fare solo con qualcosa che la mente può abbracciare.
Il lasciarmi cadere, nella toma dell’iguana, è stato possibile grazie ad una comprensione che ha imposto il decidere di scendere: è stato uno scegliere, non di abbandonarsi ma di sperimentare altro.

Vorrei fare esperienza, trasferire nella pratica quel che ora è intuizione, che comunque deriva dall’aver sperimentato: tuttavia il segno lasciato si deve confermare, approfondire, divenire parte dell’essere.
Questo mi salverà la vita?
Non so se ci sia una salvezza che abbia a che fare con lo spostare nel tempo il morire, o se la salvezza stia nel cambiare la qualità del mio vivere restante, così da creare spazio a scaglie di nagual.

Eppure, eppure…vedo quanto io sia meno reattivo di un tempo, come ci sia un ammortizzare i colpi del tonal, le induzioni ad uscire dallo spazio sacro; vedo come le scelte di lasciarmi coinvolgere siano in realtà forme di partecipazione che desiderano comprendere quanto accade: il mio vizio di ficcarmi sempre in situazioni impossibili si sta forse trasformando in qualcosa di più utile?

Oggi sto usando un sacco di punti interrogativi…

Il cane grigio, il portatore della scimmietta, ha il naso e la bocca pieni di aculei di porcospino: Eliseo, qui, mi dice che di notte il porcospino viene a leccare i manufatti di cemento, per trarne sali minerali, e che il cane, com’è suo dovere, lo va cacciando, e che regolarmente si prende una decina di aculei, sparati dal porcospino, come è suo costume.
Nonostante lo sappia bene, il grigio tuttavia ripete la sua azione, notte dopo notte: cerca di realizzare se stesso, di arrivare a compiersi in quanto cane, seguire quel che è.
Forse dovrei fare lo stesso, lasciare che l’intelligenza del mio corpo, l’unica, credo, a poter capire cosa  mi accomuni al cane, al porcospino, al caos qui attorno, possa prendere il sopravvento.
Forse il compito è solo quello di creare situazioni in cui questo movimento possa avvenire.

29 gennaio 2018.

Sono, in questi giorni, in una situazione di limbo, l’ho già detto: se vado all’esperienza dell’autunno, non posso fare altro che trovare una serie di apparenti coincidenze infilate all’interno di una sorta di stato di grazia.
Qualcosa proponeva esperienze il cui scorrere assumeva il significato di una epifania: l’esperienza in sè è stata la somma di ciò che accadeva.
Il risultato è stato il condurmi in una situazione interiore definita da Prisca come ‘l’avere gli occhi della foresta’.
Ora, mi è sembrato che avrei potuto rientrare in quel flusso, ritrovare quel profumo.
Potrei definire questa volontà come proposito interiore, qualcosa cioè che ha a che fare con il ‘come’ e non con il ‘cosa’: uno stato di attenzione senza sforzo.
Quest’ultimo è rimasto permanente per un certo periodo, dopo il ritorno alla cosiddetta realtà, dissolto poi dall’assalto del tonal, pur impersonato da affetti e persone care.

Adesso dovrei separare il proposito interiore da quello esteriore, e non far dipendere il primo dal secondo: diventare di nuovo accessibile.
Da tempo sostengo che l’unico lavoro è preparare lo spazio perchè il nagual possa accedervi, e vado pensando e dicendo che tutto ciò che possiamo intraprendere dovrebbe avere a che fare con questo.
Il creare e proteggere uno spazio ha a che fare con il maschile, con la parte attiva, messa al servizio di quella femminile, la quale sarà contattata dal nagual.

Ma: cosa significa, nella situazione che sto vivendo, come posso uscire dal paradosso?

Forse vi debbo entrare, anzichè tentare di uscirne.
Qualcosa suggerisce che dovrei trattenere il profumo che so di poter trovare, senza che ciò significhi voler raggiungere un obiettivo: ritrovare la magia che ero in quel che sono ora.

Il gradino che ho davanti ha a che vedere con i tiranni che si presentano: l’attribuire a qualcun altro la colpa di quel che non trovo, il panico della mancanza di tempo, dell’occasione perduta, la tristezza del veder andare alla deriva il mondo.
Forse posso riunire in un’unica azione tutto quello che in questi anni ho esplorato, azione che ha a che fare con una piccola cosa come stare su me stesso.
È un’immagine che crea sgomento: possibile sia così semplice?
Sarebbe un non-fare, che è la cosa più semplice ed al contempo più difficile.

L’accontentarmi non ha mai fatto parte della mia natura, ma la mia natura è davvero quel che ho sempre pensato essere?
Accontentarsi può essere l’astrazione di un ego che non è in grado o non vuole riconoscere i doni ricevuti, o che rifiuta di ammettere una limitazione che copre ed è al contempo il risultato di ferite così antiche che se ne è persa la memoria cosciente.
L’accettazione in che relazione è con l’accontentarsi?
L’accettazione non può escludere l’azione, e viene caratterizzata dalla profondità in cui quest’ultima  viene concepita, il livello di creatività che contiene, e da dove questa creatività trae origine.
Dicendo dove, non vedo meandri della mente in cui frugare, ma piuttosto un luogo interiore in cui ci sia sufficiente morbidezza perchè possa essere fecondato, un luogo che possa risuonare con qualcosa di assonante che non è all’interno, e che si può trovare, a ben guardare, ovunque.

Il senso del caos della foresta esprime questa intelligenza: dentro di me, in questi anni, c’è caos.
Il corpo esprime un caos che si autoregola, per il fatto che sono vivo e che scrivo queste sconclusionate parole, un caos che non può non avere una sua intelligenza, o meglio, non può non essere parte di una intelligenza.
Qualcosa aspira a entrarvi in contatto: un monaco buddista mi direbbe che questa è già in me, un saggio cristiano mi parlerebbe di dio e un anziano dakota mi guarderebbe in silenzio e potrebbe decidere di invitarmi ad una sweat lodge.
Ogni tanto mi sembra di lottare contro il nemico sbagliato, o che qualcuno mi faccia lottare illudendomi che sia la cosa giusta.
E si affaccia l’immagine di me, che dovrei essere in carrozzella, con tanto di collare: forse succederà, ma nel frattempo sono qui, nella foresta, e lascio passare davanti agli occhi e nelle orecchie le varietà di uccelli che si danno il cambio nelle ore della giornata.

Ieri, ad esempio, verso l’imbrunire, hanno iniziato a farsi sentire ticchettii come di semi vuoti che si urtano, e venivano dagli alberi qui davanti.   Aumentavano di volume e di varietà tonale, fino a divenire un concerto di xilofoni di bambù, fitto fitto, talmente forte da sovrastare ogni altro suono, per poi scemare e lasciare, nel buio ormai sopraggiunto, suoni sparsi che si rincorrevano da un albero all’altro, e infine tacere del tutto.
Non so cosa fossero, se uccelli o insetti, proprio non si capiva, ma non importa, perchè è stato bellissimo.
È stata la prima volta che sentivo un concerto simile, e non so se lo risentirò, perchè qui l’impermanenza è permanente; alla fine davvero si prende quel che viene come doni quotidiani, sempre diversi e   inaspettati: è la generosità che caratterizza la natura.

Cerco di abbracciare queste verità che sento dentro, che vedo attorno e che riconosco come meraviglia: vorrei avvolgere con questo morbido telo anche la mia malattia, i dolori fisici, le limitazioni di movimento, le notti insonni per il male che pulsa e riempie la mente e lo spazio disponibile, come un reggetòn sparato a palla dalla discoteca sulla spiaggia, mentre le finestre aperte sull’oceano lasciano entrare la brezza e la luna splende e tu vorresti una bomba da far scivolare sotto l’impianto di amplificazione.

 

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2019-10-14T13:21:27+00:00settembre 22nd, 2019|Blog|0 Comments

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