23 settembre 2019 Ci sto girando intorno

Buongiorno.

Oggi lascio la parola al diario.

 

30 gennaio 2018.

Giornata da montagne russe: tanto fino a ieri pareva di navigare in una palude, ferma e densa, tanto oggi cose si muovono in rapida successione, e spostano.
Il tamburo, spedito come regalo a Carlos fin dai primi di dicembre, è arrivato proprio ieri a Tena, e stamani, come prima cosa, ho ricevuto la telefonata dal correo, e sono andato a ritirarlo: è acciaccato, ma accomodabile.
Il nostro piccolo cerchio in Italia si è svegliato, sono arrivate, nelle prime ore del mattino, immagini, mail, sostegni e parole e baci, comunicazioni di lavoro e addirittura proposte per il futuro, ed una bellissima lettera di Bianca.
L’incontro casuale, in città, con un libro sulla guayusa, pieno di canzoni kichwa, di disegni di bimbi, di sacralità, è stato un regalo, e domani ci sarà una cerimonia pubblica proprio sulla guayusa…
Insomma, le cose si sono improvvisamente messe in movimento, ed ora frenesia serpeggia nel petto.

Ancora: questo indiscutibile ed improvviso sblocco è arrivato dopo due giorni densi che, nella notte di sabato, mi hanno portato dove sempre vado, di fronte a situazioni che non mi piacciono: sul piede di guerra.
Allora ho ascoltato tutto quello che mi si presentava, parole ricevute e il canto degli uccelli, la tristezza e lo sconforto; ho ascoltato i grilli, le cicale, guardato i colibrì ed i falchi, letto le parole di mia figlia.
Ho respirato la notte, il caldo umido che pareva soffocare, le rare folate di vento, come benedizioni.
Ho fermato lo sguardo sulle libellule che venivano a volteggiare davanti, ascoltato il suono del  tamburo, gli acciacchi del corpo, e le mani di Antonella che cercavano una strada per alleviarmi il dolore.
E infine, ieri notte, sono sprofondato in un limbo di silenzio, braccia e gambe che non riuscivano a muoversi, i pensieri nel vuoto, l’impossibilità di fare: mi sembrava di essere sotto ayahuasca.
E stamani mi sono svegliato, dopo nove ore di sonno, per me un’eccezione, limpido, e poi tutto quanto è iniziato a succedere.

Sembra davvero che questo sia un potere che abbiamo, lo stare testardamente, continuamente, con passione e pazienza e dolcezza, sul presente.
Vipassana e mister Coleman, dovunque egli sia in questo momento, dovunque siano gli atomi di cui era composto su questa terra, si affacciano, e sembrano dire che sì, erano un gradino, forse parziale ma certo  indispensabile.

Dopo aver sistemato il tamburo per quanto mi è stato possibile, mi sono messo a suonarlo, ed ho cantato, sottovoce: un uccello smeraldo si è posato su di un ramo a poca distanza, e sembrava guardarmi e ascoltare, poi ha spiccato il volo, mi è passato sopra, ed è tornato nel folto, rapido e ormai indifferente.
L’ho vissuto come avrei potuto vivere una goccia di pioggia, l’ombra di una nuvola che passa, lo stridìo di un falco: normale, eppure speciale e adeguato al momento.

A casa, il luogo della sweat, spoglio per mesi dopo i lavori di costruzione, è stato ricoperto da una morbida coltre verde, tenue e gentile, e la sorgente accanto è piena di acqua: mi sono arrivate le foto.
In Italia è inverno pieno, e l’erba non dovrebbe crescere ora, eppure anche questo segnale è arrivato.
Porterò tutto questo nella grotta, stanotte. 

 

31 gennaio.

Sono le due del mattino, e sono appena tornato dalla cerimonia.

Usciti dalla caverna, la luna piena era di fronte, contornata da nuvole e dalle sagome degli alberi, nere nel cielo chiaro; grilli e uccelli notturni cantavano, e l’aria era dolce.
Durante una limpia durata un tempo esagerato, sotto i colpi del mazzo di erbe con cui Carlos continuava a frustarmi la testa, pensavo, e lo vedevo; sotto quel frastuono, il pensiero mi portava via dal momento, fuggiva nel futuro, attirandomi con immagini allettanti, di cose da poter fare, belle e sagge, soluzioni, opportunità, oppure si rifugiava nel passato, regalandomi spiegazioni convincenti di cose successe, una pacificazione che ho sempre considerato conquista e che stasera ho visto come prigione, dorata e implacabile.
È la gabbia che non mi permette di sognare, di staccarmi, di volare.
In tutti questi anni non mi sono mai chiesto perchè non riuscissi: mi dicevo che ero un cacciatore, e non un sognatore.
Ora vedo che sono imprigionato, e la pulsione al sacro, al mistero, al volo è sempre stata frustrata.
Ne sono responsabile: tanta consapevolezza e non riuscivo a vedere questa cosa davanti agli occhi.

Ho sentita salire l’ayahuasca, al solito con le sue onde così caratteristiche, e le ho detto che avevo paura, ma anche bisogno di aiuto, e che nonostante la paura, ecco, ero qui, ancora, e cercavo di fare amicizia; mi sono ritrovato a pregare, cosa che avrò fatto forse due o tre volte, nel passato, e sempre perchè qualcuno stava male, mai per me.
Stanotte mi sono accorto che stavo pregando, è partita da sola, questa cosa, e dicevo che avevo bisogno di aiuto, e ho continuato a ripeterlo fino a che non me ne sono accorto.
Aiuto per rompere la gabbia, per volare: lo desidero infinitamente, desidero staccarmi dalle spine che mi tormentano, tuttavia non posso non pensare che è solo grazie a queste spine che sono arrivato qui.
Aiuto per guarire, cosicchè io possa fare le cose che devo e che voglio, e stanotte era chiaro che riguardava il portar guarigione.
Solo stasera è apparso come mio compito: il silenzio interiore, la compassione, la condivisione ed il sospendere il giudizio sono i miei strumenti, e alla mia età sono all’inizio, ho percorso solo un piccolo passo. 

Tomare è come aver a che fare con una intelligenza di cui intravedi i movimenti solo dopo che sono successi e solo quando più movimenti danno traccia di sè; un’intelligenza con cui ho intravisto oggi possibilità di dialogo: finora è stata una conquista intellettuale, perchè ciò che succedeva mi dava conferme ma non erano sentimento.
Stasera ho provato un sentimento, verso questa intelligenza, non riesco a dirlo in altre parole.
La gabbia, il filo spinato che mi fa soffrire: da dove vengono, in che parte del mio passato si sono installate, quale è il meccanismo che le ha nutrite, fatte diventare una parte di me?
Questa intelligenza sta offrendomi l’opportunità di farle svoltare, divenire, da fonte di malattia quali sono, sorgente di guarigione.
Ci sto girando attorno, la mia natura vorrebbe una frattura, uno shock, un colpo violento quanto riesco ad essere io, a volte, e so anche che di questa violenza ho paura.

Coniglio è stato gentile, stanotte: ha accettato il dialogo, ha reso onore al mio rendergli onore.
Uno sciamano direbbe che ho parlato con lo spirito dell’ayahuasca, e che lui mi ha risposto; stanotte ho gestito la paura in un modo che mi è piaciuto:  mi vedo cresciuto, ed è buffo dirlo a sessantacinque anni.

Tutti dicono che guarirò, ma nell’animo non ci credo, e non per scaramanzia, o per autocommiserazione: nel mio futuro ci potranno essere molte cose, così come tante già sono entrate proprio grazie a questa malattia, ma non vedo il mio corpo sano.
Nonostante questo vado avanti a cercare la guarigione, che sta assomigliando sempre più a una trasformazione che ha poco a che fare con il corpo.

Ho chiesto un’altra cerimonia, prima di partire: Carlos mi aveva già detto, nei giorni scorsi, che aveva in programma un cammino alla Laguna Sagrada, anche con altri sciamani, e me lo ha proposto come una sorta di rituale risolutivo, lasciando in un prossimo futuro il quando.
Stasera gli ho ricordato, a questo proposito, che partirò fra sei giorni.

Mi ha proposto di compiere l’impresa una volta che fossi tornato, in aprile.
Mi è spiaciuto, avevo intravisto la possibilità di farcela, perchè sono ore di cammino, che adesso sembra così superiore alle mia possibilità.
Allora ho chiesto un’altra cerimonia prima di tornare in Italia.

Ho un serpente rosso nella pancia, e questo già me lo aveva detto, aggiungendo, allora, che non poteva estrarlo perchè sarei morto: per vivere avevo bisogno di quel serpente, e lui avrebbe dovuto indebolirlo, ammorbidirlo.
Questo lo disse in ottobre, e stasera ha detto che il serpente ora è mojado, e che può tentare di estrarlo, ma che è pericoloso: ci vuole una cerimonia speciale.
Credo che sabato notte sarà dura.
Antonella già aveva deciso che sabato non avrebbe assunto ayahuasca, e questo discorso le ha confermato il suo sentire: assisterà.

La città inizia ora a svegliarsi, e già qualche gallo si fa sentire: è ora che io scivoli nel sonno, che metta silenzio in me, che dia riposo al corpo.

Ora è metà mattina, e dalla luna piena e dalle stelle di poche ore fa, adesso è in corso un temporale tropicale, e non si vede che il bianco della pioggia, che nasconde città e montagne.
Questo paese non finisce mai di stupirmi con i suoi cambiamenti improvvisi e totali.

Qui piove spesso: la gente usa l’ombrello per il sole, e fa quel che deve fare sotto la pioggia, semplicemente attendendo un po’, se è troppo forte.
Passano attraverso i cambiamenti con un minimo scarto, tendono a camminare posando i piedi con determinazione, con rumore, e li si giudicherebbe poco eleganti nell’incedere, ma  questo rivela un contatto diverso con la terra, che permette stabilità, se non centratura.
C’è più presenza nel presente, e ciò rende vaga la memoria del passato, o meno importante, riduce le proiezioni nel futuro: al di là delle considerazioni socioeconomiche, o politiche, sono produttori del miglior caffè e del miglior cacao eppure bevono nescafè e nesquick, costruiscono case ma non le terminano, e sono in modo impressionante infiltrati da occidentali che hanno invece progetti e li mettono in atto.

Tutto questo per dire che qui respiro un’aria che è l’opposto dell’atmosfera che ha permeato la mia vita, sempre teso al futuro e in cerca di sciogliere il passato, se non addirittura di capirlo.
Così nel quotidiano, e tanto più nell’assumere ayahuasca, lo stare su quel che si è, specialmente nei momenti in cui pare essere destabilizzati, risulta la chiave per annullare lo scorrere del tempo.
C’è un tempo interiore, che non è tempo, ed uno esteriore, con cui tocca confrontarsi: è necessario separarli, non confonderli, saltare consapevolmente da uno all’altro.

Il nagual non entra dall’esterno: questa è una proiezione come quella che dice che il corpo è tonal, e così le sue esigenze; il nagual appare da dentro, e quando ce ne si accorge, non fa così paura.
La paura ha a che fare con l’illusione che non ci sia sacralità in me, che debba cercarla fuori.
Non è così: se posso parlare con lo spirito dell’ayahuasca significa che il mio spirito esiste.

Oltre non vado: non ho verità da comunicare, ma solo esperienza da condividere, e questi mesi, per ora, mi hanno fatto arrivare qui.
Gli anni di lavoro con la Ruota di Medicina mi hanno fornito strumenti, e la frequentazione con l’Oriente ha posto in evidenza la necessità della pazienza.
Il sudamerica sta mettendo in luce la relazione con il tempo.

Il caos della foresta non ha un tempo assimilabile a quello cui sono abituato, e mi trovo impreparato a gestire qualcosa che non ammette concettualizzazioni, e che pure si manifesta come entità; tuttavia l’essere impreparato ha il vantaggio del rendersi conto di avere a che fare con qualcosa di nuovo, e mette all’erta, stimola la cerca, smorza la superbia e porta a cercare nuove capacità.
Mi rendo conto che queste ultime sono da cercare in luoghi sottili ed elusivi, che hanno a che fare con il  guardare dell’occhio sinistro; stanotte mi sono ritrovato ad avere un campo visivo sfasato, ed era evidente, molto più di altre volte, che stavo guardando solo, appunto, con l’occhio sinistro: questo movimento era un atteggiamento interiore.
L’ayahuasca regala sensazioni fisiche che non si possono eludere, a meno di considerarle appartenenti al campo dell’allucinazione, ma così non è.

È ormai sera, e questa giornata è trascorsa nell’inerzia che la cerimonia lascia: ci sono cose da far scendere, altre da collocare, altre ancora che non si sanno dove mettere.
Può esserci disagio fisico, e Antonella è in questa fase, adesso, e sta riparata in stanza: l’uscita per mangiare è stata breve, pochi acquisti al mercado libre, qualche frutto per la colazione di domattina.
Il senso obliquo dell’aver provato in modo tangenziale una realtà separata, la nostalgia e la sensazione di mancare il segno, di qualcosa che sfugge dalle dita, uniti alla consapevolezza dell’avvicinarsi della fine di questo viaggio, creano un miscuglio di sentimenti e ombre.

Il tramonto stasera vira al giallo, ed i miei amici sugli alberi qui davanti, quelli che suonano gli xilofoni di bambù, hanno già iniziato il loro concerto.
Bevo un the fatto di foglie di cannella fresche e di guayusa, ascolto gli gnomi musicisti, i grilli che cercano di imporre i loro assoli, e le ultime cicale che sfumano il frinire, testarde e inconsapevoli.

 

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2019-10-14T13:21:41+00:00settembre 23rd, 2019|Blog|0 Comments

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