24 agosto 2019 Quito di notte

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Buongiorno.

Stamani ho avuto bisogno di rimettere ordine nel come stavo portando avanti questo blog: mi sono perso fra passato e futuro, o, meglio, vi ho smarrito il presente.

Rileggere un diario di viaggio così minuzioso, quasi quotidiano, pieno di flashback, volerne trarre spunti per raccontare un oggi, e disegnarne un domani, è una ricapitolazione che pone di fronte interrogativi a cui allora non era stata data risposta.

E dunque, facendo un salto e ampliando: come vorrei essere, fra tre anni?

Se proietto in un luogo sacro le immagini separate di ciò che oggi compone il mio mondo, che aspetto, indipendentemente da ostacoli o limitazioni o convinzioni odierne, vorrei prendessero?

L’ho trovato esercizio assai utile, che riesce ad andare all’essenza delle cose, se ben amministrato.

Spesso, nei giorni scorsi, mi sono posto questa domanda per fare chiarezza in questa situazione che richiede decisioni che vanno a modificare il futuro, o almeno quella fetta che speriamo di scorgere, e infine di veder realizzato.

Tuttavia la consapevolezza che troppe volte i programmi sono saltati, che l’ineluttabile incombe, e che d’altra parte c’è un modo di nuotare con la corrente, e uscire dalla prospettiva delle aspettative per entrare nell’intento, mi impone, oggi, di aspettare senza aspettare.

Questo vecchio koan si è presentato nella mia vita verso i trentacinque anni, in un momento in cui l’espansione era massima, perchè non affiancata dal costruire, e posso dire che è diventata una boa, a cui aggrapparsi a volte, e sempre per svoltare: insomma, uno strumento.

Aspetto, ma intanto preparo lo scenario in cui l’intento possa esprimersi.

Nel frattempo sono apparsi valori su cui si è diretta la mia attenzione, ed altri, assorbiti dal modificarsi delle prospettive, sono invece finiti sullo sfondo, ma in questo movimento alcuni di essi sono rimasti in primo piano, e fra questi, nel tenere il filo di una vita, l’andare a vedere, lo sperimentare, oscilla ma resta.

L’affiancarsi di immagini che mostrano, per ogni aspetto del presente, una versione desiderata, il loro insieme di per sè, crea un quadro: non una realtà, ma qualcosa in cui l’intento ha per forza lasciato una sfumatura, a volte un’impronta, un segno.

Seguire la traccia di questi segni implicherà confrontarsi in ogni momento con il chiedersi se l’agìto dia vita, e anche quest’ultimo è valore che non sfuma.

Man mano il quadro si rende chiaro, e nel mentre la vita scorre, affiancata da questo tessuto d’intenti cui tendiamo ad avvicinarci.

 

6 ottobre 2017.

Sono 3 tre del mattino, e sono stato svegliato da voci.

Nel sonno, sono entrate, ed è stato un vortice: per le prima volta in vita mia, ho vissuto l’esser  trascinato dal sogno giù nel corpo, ed era un sogno danzante.

L’ho vissuta come un passaggio fra due dimensioni, e l’ho sentito, o meglio, ho sentito la densità del corpo mentre vi ritornavo.

E’ la prima volta che vivo ciò consapevolmente: l’ho sempre realizzato a posteriori, e questo mi colpisce, e apre una finestra su qualcosa che ho sempre fatto senza saperlo.

Siamo più di quel che pensiamo di essere.

Ma le voci intorno erano reali, e la mente si è tranquillizzata: era mattina, e la vita intorno riprendeva; il sonno si è concesso ancora, e di nuovo il sogno, ma qualcosa non quadrava, c’era la consapevolezza di una incongruenza: era buio, e di nuovo ho sentito la densità avvolgermi e qualcosa ha prevalso.   Una lucidità sottile mi ha fatto alzare, cercare la fonte delle voci, trovarla in una donna che si era addormentata di fronte ad un televisore acceso due piani sopra: ho svegliato la donna, che si è scusata, confusa nel sonno, anche lei, e sono rimasto stupito di come non vi erano scrupoli o timidezze, ma neppure sentimenti, in quel che facevo.

L’ho lasciata e sono salito sul tetto: Quito si mostrava di notte, lunga com’è, sotto una luna grande, e stelle; le luci delle strade serpeggiavano su per le pendici delle montagne a creare disegni e parevano colate di lava aranciata; ero in camicia, non sentivo freddo, ed ero vuoto dentro.

Forse sto iniziando questa parte separata del viaggio.

Ora il silenzio intorno è assoluto, e mi vedo a tremila metri di altezza, e a diecimila chilometri da casa, con mia figlia che dorme nella stanza accanto alla mia: ho rotto uno schema.

Stamani andremo a cercare un sentiero, qui a Quito, che conduca all’ayahuasca nella foresta.

Si cambia marcia, se ci verrà consentito: busseremo alla porta dello spirito, mostrandoci, e staremo a vedere cosa lo spirito risponderà.

La corrente inizia a farsi sentire nel suo scorrere attorno. 

 

Guardando a due anni di distanza, quel periodo fu davvero pieno di azioni compiute attraverso un sentire che trascendeva molte delle pastoie che di solito circondano: il senso del dovere, del giusto, del possibile; l’inadeguatezza, la dipendenza; il senso dell’abbandono, in tutte le sue sfumature.

Il Selvatico stava per compiere la sua opera, e io non me ne accorgevo, preso com’ero a cercare un corpo che potessi ancora riconoscere come compagno di viaggio.

Col senno di poi, la strada sarà lunga, e tuttavia diviene evidente da subito la stranezza in cui ogni cosa si sta svolgendo, come fosse il percorrere sentieri che si rivelano, nel fitto, all’ultimo momento, ad ogni bivio un segnale assonante con quelli già decifrati, fatto di sottili argomenti senza forma definita, e tuttavia estremamente convincenti, che fluttuano intorno ad alcune cose.

Questo è modo in cui un percorso si può stagliare, ma anche la sequenza di un agguato.

Che Bellezza sia intorno.

Adriano.

 

By |2019-09-13T09:59:02+00:00settembre 2nd, 2019|Blog|0 Comments

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