24 settembre 2019 Uno sciamano che cura se stesso ha per paziente un folle

//24 settembre 2019 Uno sciamano che cura se stesso ha per paziente un folle

24 settembre 2019 Uno sciamano che cura se stesso ha per paziente un folle

Buongiorno.

Assisto a un’alba rosata, la nebbia in valle annuncia una giornata di sole.

Lascio ancora spazio al diario, che fra poco si diraderà, nel tumulto portato dalla comparsa del tumore, dalle nuove operazioni, dalla svolta causata dal sapo.

Si avvicina il momento in cui passato e presente si congiungeranno.

 

1 febbraio 2018.

Giornata iniziata lenta: anche il sole ha preso il suo tempo per mostrarsi, e ha spinto le nuvole, pigre e grasse, sulle montagne intorno.
Ora si affaccia qua e là, e onde di calore arrivano, temperate dall’umidità che fra qualche ora renderà faticoso andare a giro.

Penso che di fondo io senta una sorta di fiducia, in questo succo rosso e acre: non so, la chiamo fiducia, ma è qualcosa vicino a una sensazione di tranquillità, o forse la sicurezza di essere affiancato, pur nella sproporzione fra la mia fragilità, e la della liana, senza tempo e smisurata.
Mi riporta a qualcosa che ho provato da piccolo: l’essere a fianco di una presenza che protegge ma che può essere più forte di quanto potrei gestire, e la paura scivola verso il reverenziale.
Mi rendo conto che è una fiducia che non posso concedere a nessun essere umano, ma è la qualità, per dir così, della fiducia stessa ad essere differente.

Lo spirito dell’ayahuasca mi riporta, l’ho già detto, a qualcosa che ho respirato negli anni in cui frequentavo mister Coleman, Big John dai grandi piedi: standogli vicino si entrava in un diverso stato dell’essere; ero troppo giovane per aderire come avrei potuto, ma già sufficientemente sensibile per comprendere che ero di fronte a qualcosa di molto particolare e prezioso.
L’uso del silenzio, il lasciar affiorare, il non intervenire, la sospensione del giudizio e la fiducia nell’acqua in cui si nuota sono certamente cose comuni fra quel grande e grosso uomo inglese, ex agente della CIA e portatore di un insegnamento appreso in Birmania, dolce e paffuta guida nella meditazione Vipassana, e questo piccolo e scuro kichwa, che prende allucinogeni sacri da quando aveva sette anni, capo di una comunità che funziona e prospera, che parla di spiriti e virotes, e sogna.
Due persone così diverse fra loro ma a cui non si può non voler bene.
Sono stato fortunato a incontrarle entrambe, e non posso non pensare a che onore sia, e sia stato, lavorare con loro.

Eppure si è affacciata nella mente, proprio in questi giorni, la possibilità di lasciare Carlos.
È qualcosa, per ora, di silenzioso e poco influente, ma esiste, e sto aspettando che pian piano si mostri e che spieghi le sue ragioni.
Affiora di nuovo la sensazione che sono io stesso a dovermi guarire, metter mano al mio percorso ancor più profondamente di quanto abbia mai fatto.

Certo non si può affermare che io abbia mai delegato la mia salute mentale e fisica a nessuno, nè mai mi sono messo all’interno di una chiesa, o fede, nè tantomeno mi sono mai stabilito in una corrente di pensiero o di azione, tuttavia l’atteggiamento del delegare, che tanto si mischia con l’aver fiducia, si è presentato nel mio percorso, sempre associato a periodi di particolare fragilità, o sofferenza.
Anche questo è un gradino che devo oltrepassare: Coniglio deve ritrovare la propria essenza, quella del guerriero che aveva prima che il mondo fosse all’incontrario di come ora è.

Così, ora avrò davanti scelte che hanno a che fare con la liana, con il mio modo di conoscerla.

Ho chiesto a Carlos di averne un litro da portare in Italia: è la stessa richiesta che feci in novembre, e l’ho ritrattata dopo la terza toma, spaventato e intimorito da quanto era successo, con la netta sensazione di non essere in grado di gestirla.
Come allora, lui mi ha risposto di sì, e si sta ripresentando la stessa configurazione.
Tornerò, come allora, sulle mie parole o andrò avanti?

Stamani ho parlato un po’ con Jensen, il proprietario del Tena Naui.
È qui da molti anni, anche se va avanti e indietro, fra la famiglia in Germania e la foresta, e a lui, tedesco gentile che ha trovato qui un’uscita dalle gabbie di casa, ma che ancora non ha la spinta a recidere il cordone definitivamente, ho chiesto se fosse mai venuto in contatto con situazioni di comunità fuori dai circuiti, dove trovare ayahuascheros isolati.
Mi è arrivata l’immagine di quanto in ottobre questa situazione mi sia apparsa già così lontana da tutto, e  ora mi ritrovo a cercare più isolamento.
Vedremo dove mi porteranno le cose da cui sceglierò di farmi portare.
Intanto annuso in giro, chiedo, prendo nota, scopro fessure in cui intrufolarmi.

In ogni caso ci siamo capiti, io e Jensen: lui mi piace, si vede lontano un miglio che è uno che cerca, pur indaffarato com’è, sempre sudato e sempre dietro a bere birra, da buon tedesco.
Così mi ha mostrato mappe, e detto che ci sono comunità in cui buoni sciamani lavorano.
Ne ero certo, ma ho bisogno di tracce da seguire.
Avranno a che fare con il prossimo viaggio?
In questo momento rappresentano un movimento che tende a uscire dalla situazione che mi sono trovato a costruire.

Se vado pensando alla quantità di cose che si stanno muovendo da quando ho avuto l’idea di venire in Ecuador, me ne meraviglio, e se oso proiettarmi nel futuro, in cui è in programma un terzo viaggio, la mente mi fa scivolare: è una sfida continua a camminare sul filo.

Ma se torno ai pensieri dello scorso anno, alla prospettiva che avevo, o dovrei dire che mi avevano dato, e mi vedo qui, dondolando su di una amaca sotto un patio, circondato da una vegetazione tropicale con uccelli che cantano e tutte queste bellissime cose che sto vedendo, mi dico che posso procedere fino a che qualcosa mi proporrà un’altra prospettiva.

Zaffate di paura mi colgono, quando le gambe urlano ed i crampi mi prendono, e nel momento in cui si alza l’ansia mi sento perso, ma ho percorso un cammino, fin qui, che sta dando vita a me e a chi mi sta attorno, dando possibilità alle persone che amo, e un’ulteriore fetta di consapevolezza: forse tutto ciò verrà condiviso con altri, sarà una traccia utile, potrà lasciare una testimonianza.
È davvero una goccia, soprattutto se guardo questa foresta immensa, con cui ancora non ho fatto amicizia, e che mi sta attirando; non è nulla, di fronte ai mondi interiori che mi sono apparsi altrettanto reali di questo panorama che ho davanti, intravisti, eppure ne sto facendo parte: lo vedo e sento gratitudine.

Rileggevo ieri le cose scritte da ottobre in poi: mi sembrano passati anni, tanto elementari paiono ora gli argomenti che, solo due mesi fa, sembravano determinanti e assoluti.
Sono io che ho avuto un processo più rapido del solito?

L’impermanenza è così evidente che sfasa il concetto abituale del tempo: non è più il suo scorrere che va a cambiare le cose, ma sono istanti che spostano la prospettiva, lo sguardo, ed il tempo, in questo svolgersi, assume il connotato di cornice, che mette in evidenza il dipinto ma non ne rappresenta un confine.

Il tempo è un inganno di cui abbiamo bisogno per vivere nel mondo: dobbiamo accettare l’inganno sapendo che lo è, così come dobbiamo accettare che il linguaggio limiti la conoscenza: serve per le relazioni, ma non le può sostituire. 
Il tempo si ferma, sotto ayahuasca, e tuttavia si espande, non diversamente da come succede in alcuni momenti benedetti di meditazione; si sconnette una abitudine, e questo lascia spazio ad un istante di eternità.

È un soffio di aria fresca, piena di profumi e di suoni, permeata da un pulviscolo in cui ogni granello ha  forma propria, e lo sguardo riconosce l’inadeguatezza ad abbracciare tutto e, allo stesso tempo, l’evidente appartenenza.
Forse questo succede, morendo: il ritorno ad un qualcosa che non ci ha mai lasciati, da cui non siamo mai stati separati se non nel pensiero.
Possibile che ci abbia messo tutti questi anni ad arrivare ad una verità così semplice?

L’ayahuasca non annulla il pensiero: lo rende inoffensivo, ed è questo che attiva il panico.   
In realtà non esiste nessun pericolo se non per l’ego, ed è una benedizione, un momento di estasi alieno.
Devo assolutamente rivalutare e riprendere in mano le esperienze dell’autunno: qualcosa mi sfugge, si è nascosto nelle pieghe della memoria.

Ieri il ragazzo iraniano che è andato tre giorni in foresta per la sua prima toma mi ha detto: ho visto l’algoritmo del mondo, e a me è affiorato il ricordo delle costruzioni splendide ed aliene che vedevo scorrere in ayahuasca, tanto magnifiche e silenziose e indifferenti che potevi entrare in ciascuna di esse e perderti per un tempo infinito.
Quelle portentose installazioni non erano dentro di lui, o dentro di me, ma ancora una fascinazione all’interno della quale perdersi: è una cosa comune, un filtro, da ammirare e di cui bearsi, ma non  l’obiettivo, non rappresentano l’essenza.
Io voglio arrivare lì, all’essenza: qualcosa in me lo desidera tanto fortemente quanta è la paura di farlo.
Ho il ricordo preciso di come sentivo una volta scelto di scendere dal livello delle magnifiche costruzioni,  al deserto giallo, senza odori nè rumori, in cui apparivano forme ed entità, con le quali ho interagito fino a all’arrivo dell’iguana.
Ero terrorizzato di una paura cosciente, ed al di là c’era qualcosa d’altro, una sorta di esaltazione tranquilla, una determinazione, la sensazione di una certezza.

Eppure ho agito, ed è stata una azione forte, precisa: l’aver agito in quel modo ha lasciato un’impronta, mi ha mostrato come si può essere, e la mente, impotente ma presente, ha registrato la differenza fra quel sapore e le meschinità del quotidiano.
L’agire in sè ha trasfuso nella consapevolezza del quotidiano, come un’unghiata, il fatto che esiste un altro modo di essere con se stessi, e con gli altri.
È stato un agire impeccabile, assoluto.
Voglio arrivare lì, in un luogo interiore dove può esistere l’essenza dell’azione, che presuppone, mi rendo conto, il non aver nulla da perdere.

Forse è una illusione della mente, ma questa sembra appartenere a qualcosa di universale, qualcosa cui stanno tendendo tutti coloro che sono in cerca, in questo respiro comune, negli occhi di mia figlia ed in quelli di questo fanciullo scuro che pare un bambino con la barba, nel sorriso di mister Coleman, nella determinazione di Nomad, nel senso dell’incompiuto che mi ha sempre accompagnato, nella sofferenza di Antonella di questa mattina, nella passione e generosità e dedizione di Prisca, nel caos della foresta, nella affettuosa indifferenza del mondo, nella saggezza dei maestri, nella Bellezza che circonda.

Ora è notte, e fra qualche ora, ventidue anni fa, è nata mia figlia.

 

4 febbraio 2018.

Sono uscito stamani, prima dell’alba, e pioveva e faceva freddo; la nebbia si confondeva con pioggia e nuvole, senza spiragli o soluzioni di continuità, e l’acqua stessa era sottile e continua, come nelle giornate d’inverno in cui basterebbero un paio di gradi in meno per avere neve.
Ho fatto fatica ad alzarmi dal letto, chè le gambe si rifiutavano di rispondere, e mi sono trascinato, sotto la pioggia, fino al patio.   Non c’era nessuno in giro, tutti ancora nel sonno; mi sono seduto e ho iniziato a guardare il variegato grigio che avevo davanti, monotono, una volta tanto, nei colori e nei suoni.
Una infinita tristezza è entrata, ed ho visto l’immensa prigione nella quale sono rinchiuso e in cui sono libero di esplorare le celle ed i saloni; sentito altoparlanti diffondere frasi ricorrenti, musiche, visto schermi su cui si proiettavano film di futuri possibili, di passati improbabili e comunque parziali; ovunque erano disseminati manifesti di ferite ricevute e inferte, fotografie di istanti di vergogna, orgoglio, paura; profumi e orribili odori viaggiavano alterni senza apparente logica.

Ed io continuavo a girare, alla cerca di non si sapeva bene cosa, rimbalzavo da una stanza all’altra, come sempre del resto ho fatto, ma questa volta i luoghi più attraenti non davano il conforto di sempre, nè risollevavano il morale, e le vie d’uscita che scovavo nei cassetti sono parse misere, a confronto della consapevolezza che ero comunque in una prigione.
Suscitare compassione, affermare le proprie ragioni, dimostrare di essere forte, costruirsi un’immagine, chiedere conforto, creare aspettative, dare spiegazioni, fare del bene e fare del male: tutto è apparso futile, un girare in tondo senza un senso che non fosse autoreferenziale.
Un caos di cui è risaltata la sostanziale differenza con la foresta: non dava vita.

Ho provato una grande pena, per me e per tutti coloro che conosco, ed in questo sentimento non c’era giudizio: esisteva, e basta.
Mi sono visto a casa, chiuso a digiunare e a stare solo, con una boccia di ayahuasca e una scorta d’erba, e tanta guayusa calda, a pulirmi.
Ed è entrata da sola la soluzione: l’arrendermi.
Posso uscire dalla prigione solo verso l’alto: le scorie non permettono altre vie d’uscita.

Uno sciamano che cura se stesso ha per paziente un folle, si dice, ebbene, eccomi qua. 

Ed ogni cosa che sta succedendo in questo secondo viaggio ha trovato collocazione.
Ho visto in che senso questo viaggio è diverso dal primo, quanto quello riguardasse l’ayahuasca e questo il guarire; di come sono scivolato nel far sì che qualcuno si prendesse cura di me e operasse al mio posto.   Con tutto il mio rifiutare medici, specialisti, con il mio ficcare il naso e filtrare quanto mi si proponeva, il non affidarmi, con il mio volermi occupare di ogni cosa che mi riguardasse, ebbene, in realtà stavo delegando a Carlos la mia salute.

Non posso dire che lui abbia compreso la situazione e si sia comportato di conseguenza, ma se devo attribuire un’intelligenza alle cose che girano attorno alla liana, se metto come ipotesi da verificare che lo spirito dell’ayahuasca sia un’entità con cui è possibile entrare in relazione, e se lo spirito della liana partecipa dell’intelligenza dell’Astratto, ebbene, quello che è successo, quel che sta ancora succedendo, è quel di cui avevo bisogno e non quel che chiedevo.
Avevo bisogno di picchiare il naso contro la presunzione.

Carlos mi ha tenuto lontano dalle visioni, mi ha condotto in un percorso che ha a che fare con il fisico ed i suoi limiti; mi ha fatto impattare con l’aspettativa e la delega, ha mandato segnali che oggi appaiono chiari, e che al momento mi mettevano in confusione, se non irritavano l’ego.
Vedo ora che il primo viaggio e questo sono complementari, due parti dello stesso cammino, che si va formando man mano che scelgo come procedere.
Come al solito, avevo la comprensione intellettuale ma non vedevo.

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2019-10-14T13:20:19+00:00settembre 24th, 2019|Blog|0 Comments

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