25 settembre 2019 Todo deja, todo fuera, limpia.

Buongiorno.

Riporto oggi l’ultima pagina di diario prima di rientrare in Italia.

Le Cerimonie con le Piante Sacre sono rituali che avvicinano ad una fessura dell’universo in cui non esistono spazio nè tempo, dicono gli Anziani, e tuttavia entrare in contatto con il Vuoto permette di scorgere antiche capacità celate: l’autosservazione porta chi cerca al di là della realtà fisica, verso altri livelli di coscienza.

La scelta di percorrere questo cammino comporta una assunzione di responsabilità, perchè contattare ciò che si è al di là delle convinzioni e dei condizionamenti di una vita rende evidente che si ha da imparare molto più di quanto sia stato finora assorbito, e che, all’ampliarsi dello scenario, il senso della propria piccolezza aumenta di pari passo con la meraviglia ed il rispetto.   

Questo sentiero non è pianeggiante: a volte raggiungere la cima di una collina permette di scorgere più lontano, altre volte un avvallamento impedisce di vedere anche il cammino già compiuto, e le ombre avvolgono.

5 febbraio.

Di nuovo l’oscurità, questa volta tumultuosa.
Devo stare attento a non attirare negatività su questi ultimi giorni di viaggio, e sul ritorno.
Vorrei essere a casa con un colpo di bacchetta magica, e già questo mette in allarme.

Ieri sono stato da Carlos, dovevamo ritirare un litro di ayahuasca, ed una medicina per me; inoltre mi aveva detto che mi avrebbe soffiato con il tabacco: non sapevo cosa intendesse, ma ormai sono abituato al fatto che accenna senza spiegare più di tanto, ed io accetto e sto a vedere.
Ai margini della foresta aveva preparato alcune grandi foglie su di un tappeto di palme secche, in mano una ciotola di zucca, con dentro una poltiglia rossastra: era tabacco della foresta macerato.
Si è rollato una sigarettona con un foglio di quaderno e tabaco natural, come lo chiama lui, poi ha iniziato a strofinarmi dalla vita in giù con la poltiglia della ciotola, con accuratezza, come sempre fa, soffiando il fumo del sigaro: alla fine avevo le gambe rosse.
“No ducha hasta manana, esto es para calambres.”
Dopo poco ho sentito un formicolio diverso da quel che sempre sento, ed una sensazione di freddo.
Ma l’effetto più grande è stato stamani, perchè mi sono svegliato dopo un sonno finalmente profondo, con le gambe informicate, ma senza dolori.
Poi ho iniziato a sentirmi mareado, e la memoria è subito corsa alle volte in cui l’ayahuasca tornava, o a  quando mi metteva sul corpo erbe che scatenavano reazioni di ogni tipo.
Quanta merda ho dentro?
In questi giorni Carlos ha spesso ripetuto il teatrino di chi prende la liana e vomita, vomita e non smette, e l’immagine di lui che continua a far finta di vomitare e che poi mi guarda, e ride, e dice, con un gesto della mano ‘todo deja, todo fuera, limpia’, è impressa, come una predizione.

Ha detto che la prossima volta che verrò andremo ‘directo a la laguna sagrada’, a ‘tomar ayahuasca’, e a vomitare, naturalmente, e ‘con l’aiudo de los espiritus, vamos a guarir’.
Ma, ha assicurato, ‘l’ayahuasca no mata, no mata, no’, e rideva.
È ovvio che qualcosa dentro di me ha dubbi.

Quest’uomo che è quasi sempre nel nagual, assorto e apparentemente assente, che seleziona quel che gli arriva semplicemente non rispondendo o facendo finta di nulla, e che poi improvvisamente torna, per una cosa qualunque, ad un sorriso di bimbo e occhi che scintillano, ha intorno a sè qualcosa di denso che mette imbarazzo o induce al silenzio.
Pochi formalismi, il necessario, gesti semplici.

Gli ho parlato, per la prima volta, di quel che mi era successo, gli ho detto della mia ‘mierda en la cabeza’, che è uscita come vomito, e certo il modo in cui gli ho parlato ha suscitato un interesse insolito.
Non ha commentato, solo qualche assenso con gesti della testa, ma ha parlato ancora dei colombiani e di quanto forte essi agiscano con la liana.
Ho capito, Carlito, ho capito: ho davanti questa prospettiva, ci sarei dovuto arrivare da solo, e quasi c’ero.

Adesso ho in valigia un litro di ayahuasca, rossa e densa; sarà la mia medicina per la sclerosi.
Ho mazzi di churucanga, comprati alla fiera libre, per la limpia: ha un buon profumo, leggero ma penetrante, acre e morbido, e fa un bellissimo rumore a scuoterla, come di sonaglio.
Riporto a casa senza averlo mai usato il flauto della foresta che avevo comprato la scorsa volta, e che non oso suonare; stavolta Carlos lo ha usato parecchio, nelle limpie, e non è stato poi così differente da quel maldestro pastrocchio che riuscivo ad emettere, e che giudicavo inadeguato: è un modo diverso di entrare nel suono, e lo sto capendo pian piano.
Insomma, la strada si apre, nonostante tutte le toppe che ho preso, e forse qualcosa renderà onore alla mia testardaggine.

Stanotte ho, infine, sognato: un sogno lungo, pieno di sensazioni e colori.
Ero in India, viaggiavo con altri due uomini, ed eravamo giovani.   Uno aveva costruito un piccolo carro, un giocattolo, fatto di legnetti pressapoco della dimensione di una matita, e me lo aveva dato.   L’altro ha detto che aveva amici nella polizia, e siamo andati a chiedere se ci potessero prestare dei mezzi per viaggiare: ci siamo ritrovati con una jeep ed una moto.
Io guidavo la moto, e proprio in questi giorni mi era venuto di aver fatto fioretti definitivi, e che uno di questi riguardava proprio il non voler mai più guidare una moto, passione giovanile, dopo il terzo incidente che avrebbe potuto rivelarsi fatale.
Insomma, guidavo questa moto sulle strade dell’India, ed ero felice e ridevo, e giocavamo con i nostri mezzi, a fare gli stupidi con gimcane nel traffico, e poi nelle strade del deserto, col sole e anche nella pioggia, e sentivo la sensazione sulla pelle, il vento, l’acqua che mi bagnava, la gioia di un tempo a scorrazzare per il mondo con il vento fra i capelli e negli occhi.
Ma la pioggia ha toccato anche il giocattolo del mio amico, che ha iniziato a perdere i pezzi, fino a smontarsi completamente e a diventare un mucchietto di legnetti bagnati.
Allora è apparsa una donna, e c’era una storia di orecchini di mezzo, e la sensazione di conquista è stata chiara e forte, ed era proprio la sensazione di entrare in un’anima, nella bellezza e nell’essere ricambiati, con la pace che si sente ad essere al momento giusto nel giusto posto, le pance che si attraggono, gli occhi negli occhi, la certezza senza tempo che qualcosa sta accadendo di inevitabile, come di predestinato.
È stato un sogno danzante.
Sognare è bellissimo, non solo mi addolcisce ma apre immagini, spazi interiori, e mi mette in contatto con qualcosa di sottile e universale.

Non posso esimermi dal pensare che sto scrivendo per qualcuno, condividere: qualcuno deve pur trarne nutrimento, o ispirazione; ho bisogno di lasciare tracce da seguire, così come io ho fatto con scie lasciate da altri, felice di elaborare con il mio sentire materiali grezzi, parziali, o solo accennati: erano la testimonianza di altri in cerca, come me, e questo era sufficiente.
Essere all’interno di una umanità deve avere anche questo significato, non possiamo galleggiare in questo mondo in attesa di affondare, semplicemente, quando arriva il tempo: ci deve essere altro che possa unire, far tornare ad una sorgente comune.
Ho visto tracce, di questo, e continuo a vederne, e testardo le riporto alla tribù.
Tuttavia dovrà arrivare un momento in cui da solo dovrò seguirle, e allontanarmi.

 

Lavorando come sto facendo alle pagine del diario, mi ritrovo a compiere una strana ricapitolazione; in aprile scoprirò di avere un tumore, grazie al ripetersi di quanto già accaduto: una seconda ernia inguinale.
A oggi, non ho ancora riaperto le pagine di quel periodo.
Lascio per ora che si aggiungano frammenti, che si puliscano, e continuo ad esplorare i miei limiti.

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2019-10-15T14:05:52+00:00settembre 25th, 2019|Blog|0 Comments

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