26 agosto 2019 La prima toma

Buongiorno.

Sto raccontando una storia, e in essa si alternano capitoli del passato e del presente, senza soluzione di continuità; il tempo si fa circolare, giocoforza: altrimenti ci si perde.
Onde si incrociano a onde, in un interferire reciproco che costringe ad alzare lo sguardo, pena la vertigine.
I momenti alti si alternano a periodi densi e scuri, e non sempre l’affrontare l’ombra si colloca nello stesso cavo d’onda; lo stare maggiormente all’erta si accompagna al fidarsi di più, la danza si fa veloce.

Ma l’ayahuasca crea e rafforza un legame, non fra noi e lei, ma fra noi e una parte poco conosciuta di noi stessi; una sorta di rigore si è installato, accompagnato da un distacco che, in un certo senso, rivela più accoglienza, compassione: manifestazione evidente che qualcosa in me è cambiato, senza che me ne accorgessi.
C’è stato bisogno di molti momenti speciali, per vedere le cose per come sono e non per come mi permettevo di vedere, e ancora mi rendo conto di quanti veli si pongano davanti: l’incarico di scostarli è chiaro.

Così fra due giorni andrò a sottopormi ad una ecografia addominale, per vedere, a distanza di più di un anno, se l’aggressivo G3 che mi ero ritrovato in corpo, si è ripresentato.
Sei mesi fa, ad un controllo simile, nulla era apparso al buon dottor Quadri, saggio e appassionato del suo mestiere, ed era stato un sollievo.

Una parte è attaccata lì, al guarire.
Un’altra tenta di andare oltre: ho gli strumenti, e davanti un sentiero possibile, nella selva, e chissà cosa c’è lungo quel sentiero.
I futuri iniziano a dipanarsi, assieme alla possibilità che non ci sia, un futuro: il tumore potrebbe risorgere e questo cambierebbe molte cose, se non altro i tempi.
Ma stiamo danzando, e tocca tenerlo a mente, così l’importante è la danza.

Questa che segue è una serie di pagine del diario che hanno a che fare con le prime tome di ayahuasca, e con gli alti e bassi che mette in movimento.
Col senno del poi vedo con chiarezza che questi scompensi seguono comunque un’onda superiore: mentre l’effetto-contrasto con la realtà si va appianando, e i disagi fisici dell’assunzione  diminuiscono o si fanno alleati, la profondità dell’intervento della liana inizia a mostrarsi dipendente dall’assetto interno di chi la prende: è l’inizio del dialogo.
E’ il momento delle visioni che riprendono di toma in toma, sembra quasi guidate da un fine, un intento, e  appare chiara l’importanza del chiedere.
Nei momenti in cui le tome sono state quotidiane, ravvicinate, inserite in uno specifico intento, il dialogo si è sempre fatto intenso, conseguente, ed era evidente che un’intelligenza si incastrava, in qualche  complesso modo che non riesco a decifrare interamente.

Mi sono sempre considerato refrattario al ‘vedere’: ho  raramente avuto visioni, se non in condizioni molto particolari; poco ricordo i sogni, a volte tuttavia rivelatori; non ho mai ‘visto’, in quaranta anni da terapista, aure o colori o quant’altro.   Mi sono sempre rifiutato di interpretare distorsioni ottiche o empatie sorprendenti, preferendo il collezionarle con la curiosità nel divenire.
Quel che mi trovo di fronte ora non contraddice tutto ciò, anzi, in certo modo conferma il vivere senza dare, a quanto succede, un’etichetta o il potere che non ha.
Ma ora il senso di protezione può permettersi di aprire le maglie e lasciar passare qualcosa che porta con sè, in ogni caso, un agguato.

Neppure ora ‘vedo’, eppure accade, e in un modo che non mi aspettavo: si scivola in uno stato in cui qualcosa diventa possibile, o quanto meno in cui non ci si pone il problema.   La vista passa in secondo piano, e così pure il tatto, come coperti da un filtro che amplifica e seleziona; l’udito e l’olfatto si agganciano ad un compito che ha a che fare con il riconoscere, che rompe i confini abituali, e arrivano lontano, o forse  portano vicine le cose; il gusto è stato saturato dal sapore e dalla consistenza stessa dell’ayahuasca, e sembra proiettato all’interno.
Appaiono nuovi sensi percettivi, in altri luoghi.
Ma nelle pagine di diario che seguono, siamo gli inizi.

 

12 ottobre 2017.

Bianca e Oscar dormono ancora, è quasi mezzogiorno.
So che non riesco ad afferrare tutto quello che è successo nelle cinque ore che siamo stati nella caverna: sono accadute una serie di cose che non mi aspettavo e di cui rendo grazie.

È stata l’esperienza più forte della mia vita: nonostante la frequentazione delle piante sacre sia iniziata, per me, un quarto di secolo fa, qui è stata un’altra cosa.   Ho ritrovato la magia che si apre nella sweat lodge, moltiplicata all’infinito: la stessa struttura energetica, la stessa dolcezza e determinazione, i ritmi, l’avvolgere e il proteggere, la stessa spietatezza.

Eravamo in una grotta bellissima: per accedervi, dopo un percorso nella foresta, si scende per un budello che ha messo alla prova le mie gambe, e si entra in una piccola cattedrale.
Lunga forse venti metri, larga una decina, alta tre o quattro, un soffitto lineare, con crepe sottili; una danza di stalattiti e stalagmiti: dall’alto tante colate, piccole e brillanti, dal pavimento meno torri, più grandi e a comporre un cerchio.
Le pareti sono una scultura unica, lucida e morbida a guardarsi, bagnate e con forme tondeggianti e allusive.
Quasi a ridosso dell’entrata, che una volta dentro sparisce alla vista, dal soffitto scende una cortina di  pioggia continua e leggera, che, convogliata naturalmente su di un lato, attraversa la grotta per tutta la lunghezza e scompare sul fondo, in un secondo passaggio all’esterno.
E’ un luogo molto particolare, e Carlos, con una pila, ci fa fare il giro, mostrandoci le formazioni a una a una, e commentando.
Le due donne hanno intanto acceso un piccolo fuoco, vicino ad una montagnetta di calcare sulla quale  appoggeremo la schiena sedendo a terra, e sul fuoco viene messo palo santo, in continuazione.
Due o tre panche  basse di legno completano l’arredamento, e candele erano accese qua e là.
I suoni sono diffusi, il gocciolio dell’acqua che cade ed il mormorio del rigagnolo sono continui eppure variano di momento in momento, e ogni voce sembra rimbalzare sulle pareti.
E’ evidente la sacralità del luogo, e penso a quanta gente, nei secoli, ha svolto cerimonie lì: siamo in un luogo sacro dei kichwa, ed è un onore.

Carlos usa un sedile naturale della roccia: è il suo posto; attorno, i suoi strumenti.
Gi altri tre si muovono portando sulla fronte piccole lampadine rosse, che, unendosi alla luce delle poche candele, creano forme e figure sulle pareti, dove danzano le ombre delle formazioni calcaree e le nostre.
L’atmosfera è leggera, e loro quattro sussurreranno fra loro in kichwa, per tutta la durata della cerimonia.

Ho scoperto nell’ultima cerimonia con il Santo Daime, a casa, che certi suoni hanno su di me un effetto decisamente di attrazione, e questa notte i suoni sono stati un richiamo ed uno stimolo continuo, una comunicazione, un invito, e mi hanno spesso trascinato, anche fisicamente.

Carlos, diversamente dalla Chiesa del Santo Daime, considera la marijuana contrastante l’ayahuasca, e ne vieta l’uso prima e dopo le cerimonie, mentre il tabacco viene largamente usato: porta a terra, e i due uomini, ma soprattutto Carlos, ne hanno fatto abbondante uso da un certo momento della cerimonia in poi.
Ed ho visto come Carlos usa il fumo della sigaretta, nel suo lavoro, e mi ha riportato la memoria di un gruppo di nativi incontrati forse quaranta anni fa: lavorare con la propria energia significa anche questo.

Viene distribuita l’ayahuasca: Carlos ne beve per primo, prepara una zucca per me, poi per Bianca e ultimo Oscar.   Gli altri non tomano.
Ritrovo il sapore che tanto mi piace, è più densa di quanto ricordi.
Avuto in mano il recipiente, sono completamente a Sud, nella fiducia, circondato da terra e acqua.

L’acqua è stato l’elemento più presente, in questo viaggio: una tempesta su Quito, all’arrivo, ha costretto l’aereo a dirottare su Guayaquil, e ci ha tenuto lì per ore, ed i giorni passati a Quito sono stati condizionati dalla pioggia; l’acqua, sotto forma di fiume, ha influito sulla decisione del dove andare, e nell’acqua del fiume ho sentito il bisogno di immergere i piedi, arrivato a Tena.
Durante la cerimonia piove talmente forte che si sente chiaramente fin giù nella grotta, ed è un concerto di suoni bassi e acuti, limpidi e gorgoglianti, che accompagna.

 

14 ottobre 2017.

E’ notte, ancora una volta, e mi sono svegliato con la paura; silenziosa, sottile, diffusa sotto pelle, appare quando penso a ripetere l’ayahuasca.
Qualcosa dentro si è spaventato: sta girando un senso di pericolo, e non riesco a definirlo meglio.
Il corpo sa che è lì la strada, ma il fiume si allarga, non si intravedono sponde, e si allontana la possibilità di un ritorno facile.
Le conseguenze del proseguire si intravedono: la mente sa che da tempo ho intrapreso una strada senza ritorno, e anche la volontà ha accettato, ma con un senso del controllo che non è mai svanito.

L’altra notte ero totalmente indifeso davanti a quel che ho visto, e non avevo mai vissuto una situazione in cui energie da me cercate, desiderate e inseguite si sono mostrate in un modo talmente impersonale che sfiora l’alieno: la consapevolezza normale, che tanto funziona da difesa, si riduce ad essere poco più che inutile.

Castaneda viene alla mente, con il suo peyote, ed il fumino di don Juan: sto ripercorrendo qualcosa di simile, e non sono allievo di nessuno, nessuno qui è il mio benefattore.
Uno sciamano che cura se stesso ha come paziente un folle, si dice, e non mi è sembrato mai vero come in questo momento.
Non c’è modo di fingere, l’osservare è fuori luogo, il coinvolgimento obbligatorio e senza sconti.

 

Sono ormai due anni che assumo regolarmente ayahuasca, e vedo quanto sia inadeguato questo tempo per esplorare un mondo così vasto.

Quando arrivano pensieri di questo tipo, mi metto in allerta, perchè la storia dell’inadeguatezza e della mancanza di tempo, in qualunque modo si presenti, è segnale che l’intento si sta indebolendo: l’occhio si guarda intorno in cerca di una piazzola di sosta.
Il fatto che arrivino in continuazione immagini della foresta, insinuandosi fra discorsi e pensieri, che ci si sorprenda a pensarsi su di una amaca, è indice di un’energia che sta girando in tondo e cerca via d’uscita.
Quindi  il tremore che sento nell’aria, e che vedo in casa, è segno che qualcosa è già in movimento, e chiede spazio.   

Credo che domani, comunque vada l’ecografia di controllo che andrò a fare sarà una boa attorno a cui svolterà qualcosa che ha a che fare con l’azione, una di quelle svolte che vengono vissute, per un po’ di tempo, definitive; e anche l’ecografia successiva, e l’altra dopo ancora, fino a che non avrà più senso, perchè vorrà dire che sono arrivato da qualche parte, che il percorso di guarigione ha avuto l’effetto del riportarmi in un settore della vita in cui creo, partecipo, nutro, e avrei così guarito un aspetto.   Questo è un futuro possibile.
Oppure domani risulterà positiva, e questa è una porta che fa paura.

Che Bellezza sia intorno.

Adriano.

By |2019-09-22T16:49:59+00:00settembre 5th, 2019|Blog|0 Comments

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