27 ottobre 2019    Una via d’uscita

Buongiorno.

Siamo in Ecuador da sei giorni.
Prima di parlare di quel che sto facendo qui, però, vorrei dire alcune cose.
Due sere fa, qui a casa di Carlos, persone arrivate per motivi diversi si sono ritrovate insieme, e ad un certo punto, naturalmente, il discorso è finito sulla situazione attuale.
Per combinazione, in casa dello sciamano ci siamo ritrovati assieme con alcuni indigeni, qualche parente, e persone che stanno elaborando un progetto di salvaguardia della ancestralità dei kichwa, che aderisce ad un protocollo dell’ONU sulla conservazione delle identità culturali delle popolazioni native di tutto il mondo, della biodiversità e delle specie animali.
Insomma, persone consapevoli di quanto sta accadendo, non disinformate, tutte coinvolte in un modo o nell’altro, e tutte, noi compresi, che sentivano sulla propria pelle la gravità della situazione.

Fra tre giorni, il 30, è prevista un’altra manifestazione nazionale.
Il cosiddetto dialogo fra il governo di Lenin Moreno e le comunità indigene è stato sospeso, ma sono venute a galla alcune verità, fra le quali quella che gli Anziani indigeni che hanno partecipato a questo dialogo erano rappresentanti solo di alcune comunità, per di più minoritarie sia dal punto di vista numerico che di effettivo potere sul territorio, e soprattutto di dislocazione territoriale: il petrolio e l’oro non sono ovunque, in Ecuador.

Il quadro che ne ho derivato, aggiunto a quanto visto in giro a Quito, alle risposte ottenute qua e là da gente incontrata per le strade, dai gestori di attività che conosco, a quel che sento e che leggo da varie fonti, è complesso e sfaccettato.
Se guardo il quadro che ho intorno, vedo un popolo, i kichwa, che hanno comunità sparse in tutta l’amazzonia ecuadoriana, in un territorio nel quale è stato scoperto, e in parte estratto, petrolio, che hanno tenuto nacosto il loro oro fin dai tempi dei conquistadores; sono l’etnia più numerosa, più organizzata e inserita socialmente, lavorano, allevano, coltivano, e tengono viva la cultura ancestrale della foresta.
Se il piano del FMI dovesse andare in porto, non ci sarà futuro per loro, perchè il loro territorio verrà brutalizzato.

Allargo il quadro e vedo un Ecuador indebitato per più di quattro billioni di dollari, sfinito, negli ultimi  decenni, da uno sfruttamento che ha assunto forme diverse, diversi fruitori, e che ha le antiche radici di una nazione sconvolta dai conquistadores spagnoli, che hanno cancellato ogni traccia nativa: la città di Tena festeggia quest’anno il suo quattrocentocinquantanovesimo anno dalla fondazione, e sembra cosa grande in un paese in cui le uniche costruzioni d’epoca in piedi sono quelle spagnole, in cui non si trovano templi, vestigia ancestrali, costruzioni di qualunque genere, neppure a Quito, capitale millenaria.
A fianco a ciò, vedo comunità che si riuniscono, continuano le cerimonie, tramandano le pratiche di guarigione, si automantengono nel rispetto della natura, hanno le loro cattedrali fra gli alberi e nelle grotte della foresta, mantengono il contatto con lo spirito.

Allargo ancora e vedo un Sudamerica in cui Cile, Ecuador, Colombia e Venezuela sono in una situazione molto instabile, per motivi apparentemente diversi.
Vedo morti, feriti, violenze di ogni genere, ma anche milioni di persone in piazza, canti, solidarietà, una coscienza che sembra non essere mai stata così profonda, condivisa, radicata.

Allargo ulteriormente e vedo che questa meccanica di conquista è diffusa in tutto il mondo: nei tempi antichi, l’imperatore era visibile, aveva un nome e un volto che tutti conoscevano; oggi l’impero è celato, ed il mondo sembra che agli occhi di qualcuno sia un insieme di provincie da assogettare, come lo furono la Gallia e l’Iberia sotto la dominazione romana.
Un impero composto da province collaboranti e che traggono profitto dall’espansione, e da province da conquistare, alcune delle quali resitono, altre che non ne hanno la possibilità.
Mentre dico queste cose non sento dentro di me alcuna idea complottista, nè di origine massone o puramente finanziaria o altro: vedo una storia che si ripete, in modo più globale e in apparenza mascherato.

Ma se proseguo nell’ampliare la visione, vedo che tutto ciò è solo un aspetto della realtà, che ne rappresenta solo la parte visibile, il Tonal, e che ne esiste un’altra, infinitamente più vasta e insondabile, che alcuni chiamano Nagual, e che ognuno è libero di chiamare come desidera.
Ripenso ai Druidi celti, alle civiltà del Centro e Sudamerica, ai Nativi Nordamericani, agli Aborigeni australiani, ai Maori, alla caccia alle streghe in Europa, a tutti coloro che esprimevano nel quotidiano una spiritualità connessa alla natura, e che sono stati distrutti o snaturati della loro essenza.
E vedo qui, nel piccolo frammento di mondo nel quale mi trovo a essere temporaneamente, l’ennesimo popolo, i kichwa, stretto in una tenaglia che si sta chiudendo.  

La preoccupazione maggiore dei loro Anziani è la conservazione della sapienza ancestrale: fanno cerimonie collettive per capire, pregare, vedere le possibilità che loro si prospettano, non diversamente da quanto tante volte letto nella storia dei Nativi Americani, e di chissà quante altre situazioni di cui non ho conoscenza.
La conservazione della sapienza ancestrale significa protezione della natura, delle medicine e del nutrimento, certamente non solo fisico, che fornisce, dello sguardo ampio che regala, delle possibilità di sviluppo complessivo dell’individuo ad essa connesse.
E vedo che solo uno sguardo miope o interessato non può accorgersi che ne siamo tutti coinvolti.

Mi chiedo quale sia la via d’uscita, annuso cosa ne pensano gli sciamani delle comunità, savi rispettati  connessi, nei loro umani limiti, con realtà che ai più sfuggono, in un mondo di occhi distratti dal sangue versato, dal senso di ingiustizia, dalle proiezioni di rabbia e impotenza, da desiderio di lotta, dai miraggi e dalle illusioni forniti da una realtà che si autodichiara unica e destinata ad essere dominante.
Mi chiedo quale sia la via d’uscita per me, cosa devo, posso o voglio fare, coinvolto come mi sento a tanti livelli, alcuni dei quali si perdono indietro nel tempo, altri invece estremamente presenti e attuali.

Sono qui, a tomar ayahuasca nella foresta, a partecipare alle cerimonie assieme agli indigeni, per capire.

Che Bellezza sia sempre accanto.

Adriano.

By |2019-10-28T15:03:50+00:00ottobre 28th, 2019|Blog|1 Comment

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One Comment

  1. Emanuela ottobre 29, 2019 at 8:50 am - Reply

    Grazie di cuore per ciò che stai trasmettendo ♥️

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