29 agosto 2019 Ancora sulla prima toma

Buongiorno.

Sto leggendo un bellissimo libretto dell’inizio del novecento il cui titolo è “L’anima dell’indiano”, scritto da Ohiyesa, nel 1911.
Dice cose chiare, pulite, senza rabbia; riporta all’essenziale, all’Astratto, e non fa teoria.
Mi piace assai il suo modo di dire, e non posso fare a meno di collegarlo alla gente della foresta.
Riporto: “La comunione solitaria con l’Invisibile, la più alta espressione della nostra vita religiosa, è parzialmente racchiusa nella parola hambleday, letteralmente ‘sensazione misteriosa’, che, più propriamente, si potrebbe rendere con ‘coscienza del divino’.”
Tocca uscire dal concetto che chiamiamo ‘fede’, perchè la ricerca dell’hambleday è qualcosa che passa attraverso una preparazione di sè diffusa in ogni piccolo gesto del quotidiano: abbiamo dunque da recuperare un lungo tempo di non consapevolezza, e strumenti che non ci sono stati trasmessi.

Vivendo in un sociale in cui l’hambleday è presente nel quotidiano dei singoli che compongono la comunità, si evidenzia la rete silenziosa che fra loro passa, senza paramenti o dogmi, colorata di rispetto, silenzio, umorismo, attenzione, sobrietà.
Sostenuto da questa rete ognuno sceglierà come crescere, così come si fa del resto nella nostra cultura, partendo tuttavia da una rete intessuta di dogmi e paramenti, colorata da paura, competizione, frastuono, opulenza.  

L’ayahuasca nasce, nel contatto con l’uomo, in un ambiente in cui i paramenti sono gli elementi della natura, e i dogmi sono invece costituiti dalle Relazioni fra gli Esseri.
Riportiamo dunque il focus sull’ayahuasca, i suoi movimenti, gli alti e i bassi in cui accompagna, il come si apre nella coscienza un suo spazio.

 

16 ottobre 2017.

Carlos dice che ho un’ombra nel petto, una cosa densa e nera, che mi impedisce di vivere.
Dice che è questa la causa di tutto.

Interiorizzando questi concetti, ero in uno stato in cui il giudizio su alcunchè non aveva spazio; poi è entrata la mente, riposizionando le sue parole in un contesto familiare.

Dipingere in questo modo una situazione personale è una cosa da cui mi sono sempre ben guardato, e che, per ironia, mi è spesso stata chiesta.

Ora mi trovo di fronte ad un bivio, e sono fermo al cartello; ho certamente vissuto un’esperienza in altra attenzione, sentito con chiarezza cosa succedeva quando, durante la limpia, Carlos risucchiava sulla sommità della mia testa, ma ero in uno stato di percezione alterato; ho capito, con una comprensione che non appartiene al quotidiano, il perchè fossi costretto a muovermi, sotto i sonagli che mi agitava attorno; ho stabilito un contatto fisico, la mia mano era sulla sua, poi passavo le mani attorno alla sua testa e sapevo che stavo ascoltando con i palmi, più un istinto che uno strumento, più simile al respirare che al toccare;  certo qualcosa in me ha deciso quei gesti che mai avrei compiuto, in normali condizioni.

Il superamento dei tabù, dei convincimenti, è uno stato dell’essere che si pone ai margini del tonal.

Il corridoio rarefattto che c’era fra me e Carlos, gli occhi scintillanti e impersonali, seduto davanti a me, che avevo a fianco Blanca e l’altro uomo, la moglie di Carlos nell’ombra dietro Blanca, insomma, questa configurazione asimmetrica e casuale che sentivo come una presenza in sè, si è di fatto impressa da qualche parte, perchè il ricordo cosciente era che tutto fosse invertito, destra e sinistra, avanti e dietro: tutto ciò ha agito, in modo misterioso eppure logico.

Ovunque io guardi ci sono segnali che davvero sia volato alto, e atterrato con parecchie ammaccature nel corpo ed una sorta di concavità nell’anima, l’impronta di qualcosa appoggiata e premuta contro.

Avevo Blanca, alle mie spalle, mentre, seduto, venivo pulito da Carlos: non sapevo chi fosse, ma l’energia che sentivo era solida.

C’erano mani appoggiate sulle mie spalle, una pancia contro la mia schiena, venivo tenuto in posizione eretta, seduto e ondeggiante, sotto la pressione dei canti e del sonaglio: non  capivo da che parte venissero i suoni.

Vedevo cose e movimenti sopra la mia testa, e intorno.

Lo spazio attorno era rarefatto, come se non ci fossero resistenze al movimento, ma non sapevo dove fossero le gambe, e le braccia si muovevano da sole, inseguivano qualcosa, non stavano ferme.

Bianca mi ha detto poi che per molto tempo ho compiuto movimenti strani, incongrui, che non credeva possibili; specialmente spalle e testa si ponevano come disarticolati, e che ad un certo momento ha chiaramente sentito, con le orecchie, uno scroscio di ossa nel mio collo talmente forte che si è spaventata, ma non ho memoria di tutto ciò: era invece entrata una sorta di acutezza nello sguardo, che andava avanti e indietro, e si fermava in punti precisi, come se stessi osservando con attenzione, ma allo stesso tempo non ci fossero immagini da registrare.

Poi, stranamente perchè non è da me, ho chiuso gli occhi, e sapevo di averli chiusi, eppure vedevo i contorni delle cose, il pavimento in terra della caverna, le candele e le persone come in bianco e nero, con una nitidezza speciale; infine un suono grande, che ho saputo poi essere stato una campana tibetana, è sceso dall’alto e ha cancellato tutto, e mi sono accasciato.

Sentivo mani che mi facevano spostare, parole, persone che mi mettevano a terra, mi invitavano a sdraiarmi; non ho voluto, volevo stare seduto, e da seduto ho assistito alla limpia su Bianca.

Ho seguito la limpia con un misto di preoccupazione per lei, che ho sempre avuto fin da prima che nascesse, e una fortissima attrazione per quello che stava succedendo, e man mano che scrutavo  prendevano forma figure in movimento: avevo la certezza di vedere il nagual di Carlos muoversi di fronte a Bianca, con un movimento a onda dall’alto verso il basso, ritmico, come di un serpente che fletta in tutta la sua lunghezza, ed era ombra scura, opaca, mentre Bianca era luminosa, puntata verso l’alto.

Questo movimento provocava una fluttuazione nello stomaco: ero affascinato, al contempo sapevo cos’era e non lo sapevo; è apparso e poi sparito, non riesco a legarlo a nulla, non ho visto passaggi.

Ero in uno stato che potrebbe assomigliare alla felicità, una sorta di esaltazione che non aveva nessun riscontro nel corpo: ero assolutamente fermo, il viso di sasso, senza la capacità di parlare, nè di muovere la bocca, ed i movimenti degli occhi erano più spostamenti impercettibili dell’intero corpo, come se qualcosa dentro si concentrasse sugli occhi e li usasse per uscire.

Passavano pensieri, veloci, su come stesse mia figlia, ma non c’era preoccupazione: tutto si era svolto con una lentezza rassicurante, senza scosse, con un mormorio di voci e acqua morbido, lunghi silenzi, ma con un corso suo proprio, che non si sarebbe potuto fermare.

Mi piaceva assai quel che stavo vivendo: sentivo la caverna, osservavo i particolari delle rocce, delle colate di calcare, le vene di lucentezza sulle pareti, alzavo lo sguardo e osservavo le stalattiti, ed al contempo ero consapevole di ciò che avveniva intorno, come avessi più occhi a guardare più cose contemporaneamente.

Cominciavo a muovermi lento, come dovessi mettermi d’accordo con me stesso, e restavo affascinato dal riuscire a farlo.

Ma ancora ho difficoltà a mettere a fuoco ciò che successe prima: frammenti sparsi ancora senza una sequenza.

Carlos è seduto su di una piccola piattaforma che sporge dalla roccia stessa, come un sedile, e noi tre sulle piccole panche di legno, davanti a lui.

L’entrata della grotta è sulla nostra sinistra, il piccolo fuoco alla sinistra di Carlos, più indietro; le due donne vi sono accanto, ed il secondo uomo è alla destra di Carlos, nell’ombra.

Il palo santo, messo sulla brace, ha riempito la grotta del suo profumo, ed il fumo, che poi diventerà nebbia, ancora è leggero e si spande, a giocare con i riflessi sulla roccia bagnata.

Una lievissima corrente d’aria passa costante da un’apertura della grotta all’altra, ed è di grande conforto.

Carlos chiede di spegnere le candele, tranne una, vicino all’entrata della grotta, che riflette sul soffitto.  Questa lama di luce resterà per tutta la durata della cerimonia, e, più tardi, mi sembrerà un’apertura nella volta.

Ha davanti a sè tre bottiglie: una grande e due più piccole, di plastica; tira fuori da una sacca una piccola ciotola tonda, ricavata da una zucca, mormora parole in kichwa e versa nella zucca una dose di ayahuasca, per sè.

Con accuratezza, dopo aver versato, pulisce il bordo della bottiglia e la ripone, beve e quindi versa di nuovo il succo; si rivolge a me, si alza e mi porge la ciotola.   Bevo fino all’ultima goccia: è più denso di quanto abbia mai bevuto, ed in bocca sento un grosso grumo scivoloso. Decido di ingurgitare tutto, senza masticare il grumo denso, e restituisco la ciotola.

Sento il liquido che scende, ed è calore che entra nello stomaco.

Carlos, di nuovo, ripete il  rituale per Bianca e infine per Oscar, poi si siede sulla sporgenza e resta in silenzio.

Qui comincio, ora, a perdere la sequenza.

So che passeranno diversi minuti perchè inizi l’effetto, e inizio a sistemarmi comodo; vedo Bianca e Oscar che si sdraiano, e penso che forse dovrei anche io, ma qualcosa mi tiene seduto, e non mi fa appoggiare la schiena.

Il tempo tuttavia sembra allungarsi: il silenzio nella grotta è rotto solo dal gocciolìo dell’acqua e dallo scorrere del rigagnolo a pochi centimetri dai miei piedi.

Poi lo stomaco si fa sentire; inizio a pensare di portarmi verso l’entrata, dove l’assistente di Carlos aveva scavato una piccola buca, e ci aveva detto che, se avessimo avuto bisogno di vomitare, quello era il posto.   

Metto un tempo lunghissimo a decidere che fare, e poi, più per muovermi che per altro, mi alzo e, barcollando, mi avvicino al buco, mettendomi in ginocchio davanti.

Devo aver guardato lo scavo per un tempo molto lungo, perchè ad un certo punto qualcuno mi si mette dietro, sulla sinistra: è Bianca, preoccupata perchè non facevo ritorno, e mi vedeva fermo, in ginocchio, a fissare l’apertura nella terra.

L’ayahuasca, intanto, stava facendo il suo lavoro: inizio a vedere forme che si muovono tutto intorno, o meglio, a percepirle, perchè non posso dire di aver visto qualcosa che la mia mente potesse riconoscere.

Gli occhi si fanno acuti, le orecchie due riceventi enormi, e ogni suono viene amplificato, troppi in contemporanea  perchè possa accettarlo; vedo presenze, e la mente comincia a cercare di mettere ordine, di dare una spiegazione, ma è impotente, mi rendo conto che si sta disattivando.

Mi prende una sorta di frenesia, qualcosa dentro riconosce quel che sta succedendo, come di fronte ad un fatto già visto o  a un sentimento già conosciuto. Sono tranquillo dentro, ma sembra non così fuori: il mio corpo si agita, e capisco che sto dissociandomi.

L’attenzione è divisa: sono attratto dalla caverna, sento spostamenti d’aria, mi rendo conto che allungo le mani in continuazione, come a toccare qualcosa che non vedo.

Le gambe sono completamente insensibili, le ginocchia a terra, seduto in una posizione un tempo abituale, e adesso per me impossibile; eppure sto in seiza, mentre la parte superiore del corpo si muove, ondeggia, si allunga, crolla, si rialza, e tutto ciò dura un tempo che non so definire.

Bianca è dietro di me, e piange, ed io me ne rendo conto, ma la consapevolezza non diventa azione, o reazione: la dissociazione è completa.

Ogni tanto tento di toccarla: il suo viso è piccolo, con una prospettiva impossibile; non riesco a parlare, il viso è gelato, la mandibola non riesce a muoversi, ad articolare alcunchè.

E poi succede: tutta l’attenzione è convogliata all’interno del corpo, e sento un vortice da sotto terra, ed in questa spirale sale una figura, e sono io, che urla e si sforza di liberarsi da qualcosa, ma non riesce; è una figura terribile, collerica, un guerriero formidabile, imprigionato, che si scuote ed è tutta una sfumatura di rosso e nero, le braccia sembrano fiamme al vento, e frustano attorno.

Da qualche parte una comprensione si affaccia, e mi sembra tutto normale, logico: sto guardando dentro in un modo mai pensato possibile, ma improvvisamente mi accascio su Bianca.   

Dalla bocca escono suoni leggeri, il respiro si fa accelerato, prende un ritmo ipnotico: mi cullo da solo, i gemiti servono a sapere che sono vivo, non mi interessa altro.

Qualcuno mi dice di bere, e mi porge una bottiglia: provo, ma sputo subito, niente da fare.

La voce di Carlos dice qualcosa, e in tre cercano di farmi alzare, ma il mio corpo è una marionetta, ho scatti verso l’alto e ricasco più volte, ma alla fine riusciamo, sono in piedi, e quel rialzarsi è durato tantissimo; mi sembra di essere più alto del normale, ho paura di picchiare la testa sulla volta della caverna; vengo fatto sedere davanti a Carlos, che inizia la limpia.

Sento qualcuno che vomita, e scoprirò che era Bianca che si libera, e poi starà meglio.

Davanti a Carlos c’è un rasserenarsi, come quando finisce una bufera, e riprende la percezione acuta di prima: sento tutto e tutto entra, ma non provoca reazioni; sono nell’accettazione di ogni cosa che possa accadere.

Sento lacrime che scendono da sole, ma non sono triste, solo piango.

Ma Carlos sta cantando, e seguo il muoversi del suono, giro la testa in modo da sentirlo meglio, da andar dietro ai movimenti delle parole; poi fa cose sulla mia testa, sento risucchi, suoni, frustate, e vengo scosso da brividi ad ogni contatto: non è che mi piaccia, ma è giusto.

 

Rileggendo le pagine del diario di queste prime tre tome mi rendo conto che in questo primo viaggio sono stati impostati riferimenti di comportamento e di relazione con l’ayahuasca mai espressi a parole, tranne che per un’unica frase: “Antes pide permiso y despuès pregunta”.
Nel chiedere permesso prima di bere, e nel porre una domanda, ho trovato una chiave di accesso.

Quando abbiamo deciso, una quindicina di anni fa, di accogliere tre cavalli, non sapevo nulla di come ci si potesse o dovesse rapportare: una vita passata con i cani non mi dava indicazioni sulle modalità di comunicazione con un essere tanto alieno.
Ho capito che dovevo imparare il loro linguaggio, uscire dal mio lessico, vedere che il cavallo non è soltanto una mezza tonnellata di muscoli e ossa, ma che la sua percezione passa attraverso la terra, perchè ha quattro cuori sotto i piedi, e che si sviluppa in una sfera, un campo di influenza, un’intelligenza, insomma, che arriva molto più lontano della sua coda.
Ho imparato dapprima a guardare le orecchie, poi i movimenti, le posizioni in cui si mette, gli occhi: da lì il passo verso la comunicazione è breve, il linguaggio entra, e il dialogo inizia.

Capire che un’assunzione di ayahuasca è iniziare un dialogo è stato veloce: sto forse soltanto ora intravvedendo come proseguirlo.

Ma ho capito cosa significhi l’hambleday, e qualcosa ha trovato nutrimento.

Che Bellezza si sempre intorno.

Adriano. 

 

By |2019-10-14T13:19:11+00:00agosto 29th, 2019|Blog|0 Comments

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