31 agosto 2019 L’inganno

Buongiorno. 

Oggi vorrei riportare un brano di Ohiyesa.

“Il pellerosa suddivideva la mente in due parti, quella spirituale e quella fisica.
La prima si occupa solo dell’essenza delle cose: è questa che si cercava di rafforzare con la preghiera, durante la quale il corpo viene domato da digiuno e privazione.
Con questo tipo di preghiera non si implorava favore nè aiuto.
Tutte le faccende personali o egoistiche, come il successo nella caccia o in guerra, il sollievo dalla malattia o la salvezza di una vita amata erano relegate al piano della mente materiale, ed era comunemente riconosciuto che tutte le cerimonie, le formule magiche e gli incantesimi, destinati ad assicurare un beneficio o a scongiurare un pericolo, scaturivano dall’elemento fisico.”

 

19 ottobre 2017.

Coyote si è manifestato.
Sono le cinque del mattino, l’alba.
Siamo andati da Carlos nel primo pomeriggio, e siamo rimasti nella caverna per sette ore.

Il mio corpo non è mai stato così male, da quando è iniziata questa storia delle parestesie, e la mia mente  mai così affilata. Al risveglio avevo uno stato d’animo di insofferenza: anche Carlos è manifestazione del Tonal, pur essendo in grado di interagire con ciò che i miei occhi non vedono, e tuttavia l’ho scambiato per il Nagual.
Vero, ho visto il suo, di nagual, e io stesso vi sono entrato in contatto, ma Coyote ha fatto sì da celare l’imbocco del giusto sentiero.
Stamani ho ricapitolato tutto quel che è successo, ed ha il sapore di un inganno sublime. 

Carlos ha lavorato su di noi tre per cinque ore di fila, nella grotta, ed era evidente che stava attingendo ad energie ‘altre’, ma tutto ciò fa parte del tonal, con il suo potere di porre uno schermo alla comprensione.
È stata una prova, ma l’esser caduto nella trappola di Coyote mi ha permesso di vederla.
Siamo stati avvolti in modo dolce, indotti a riversare bisogni ed desideri nelle mani di un altro, che ha svolto il suo compito, con onestà, senza curarsi di essere anche lui uno strumento di Coyote.
Ho sfidato qualcosa, venendo qui, e questo qualcosa sembra aver accettato la sfida.

Forse è questo che ha intravisto Terzani: arrendersi a quel che succede, e scivolare, in questo stato dell’essere, fra le fessure che si aprono nel tonal, è la via da seguire, e creare uno scenario in cui ciò possa accadere, un compito.
Siamo venuti a cercare l’ayahuasca, ed abbiamo trovato ben di più.

Il sentiero si è mostrato inducendo meraviglia per la magia che colorava ogni cosa: le coincidenze, i salti di situazione, le cose  bloccate che poi si sarebbero rivelate possibilità inaspettate, le leve sulle debolezze, le aspettative incrementate, le atmosfere che di volta in volta deviavano lo sguardo, tutto è apparso uno spettacolo messo in piedi da un artista dalla fantasia infinita e dalla mente senza freni inibitori, e questa è la migliore definizione che io possa dare di Coyote.

Questo inganno cela un insegnamento prezioso, entrato non dalla porta della mente, ed ha trascinato con sè un nucleo di nagual apparso senza veli.
Ora so cose prima non presenti, che in questo momento sono preziose, sono il pianerottolo al quale sono arrivato, consapevole che si potrà rivelare superabile, che la sua immagine sbiadirà nel momento in cui entri una luce più forte.
La delega è una maledizione: chiede un pagamento sproporzionato, e non importa se si delega ad un dio o ad un altro essere umano, ad un’idea o ad un potere considerato superiore: la delega è uno stato dell’anima, ed è sempre un nemico.

Ieri è stata una giornata iniziata sotto i migliori auspici: tutti e tre stavamo bene di umore, non pioveva, siamo andati a fare spese al Mercado Libre, comprando e scoprendo erbe medicinali, conoscendo persone e cose nuove, in una situazione interiore di fiducia.   Ci siamo perfino detti che, in una giornata così bella, non potevano che succedere belle cose, e siamo andati da Carlos, sintonizzati sul programma stabilito: avrebbe lavorato solo su di me, un temascal, erbe, rituale di guarigione con una limpia speciale.
Siamo arrivati leggeri d’animo e di bagaglio: solo io avevo portato una coperta ed un asciugamano per la grotta, ed ero in qualche modo preparato a lavorare: Bianca e Oscar avevano addirittura mangiato, perchè solo a me era stato detto di digiunare, ed erano in un atteggiamento di assistenza.
Ed eccoci lì, sette ore di rituale, ayahuasca per tutti e tre, ed una situazione che non abbiamo chiesto.
Eravamo tutti ingannati da qualcosa che trascende, abbiamo tutti, Carlos compreso, stimolato forze impersonali, che in modo impersonale rispondono, a cui non interessa soddisfare bisogni o punire l’audacia, ma che spingono verso un imbuto sulle pareti del quale si può essere fermati, se non si tiene la direzione, pareti tappezzate da sirene della più disparata identità, il cui compito è deviare il cammino.
Accorgersi di questo significa vedere come l’Astratto si muove.

Tuttavia Coyote è sacro perchè non costruisce mai i suoi scherzi senza porvi all’interno una via di uscita, un vedere salvifico: paghi un prezzo commisurato alla comprensione possibile.

Ieri notte ho vissuto ore in cui il mio spirito volava alto, e ne ero con stupore consapevole; le emozioni, silenti, non interferivano, il corpo era dolorante di un dolore che sapeva di risveglio, la mente passava solo immagini desiderate, e sono grato al Briccone Divino per il suo operato: è evidente la mia umana stupidità, che necessita di potenti scosse per uscire dal torpore.

Ho vissuto quel tempo in uno stato dell’essere che è quel che la mia anima vuole da sempre, e l’ho fatto grazie all’ayahuasca, a Carlos, e all’atmosfera che Coyote ha creato, usando tutti gli strumenti a sua disposizione, davvero infiniti e superiori.
Ora so che posso arrivare lì: in questo momento non ci sono, e non so quando potrò tornarvi, ma ho toccato uno stato possibile.

Stanotte, in quel lungo momento di grazia, ogni cosa della mia vita, ogni persona, ogni avvenimento, presenza, anche quelle fastidiose, avevano una collocazione all’interno di uno stato che non posso definire in altro modo che di pace: vedevo soluzione a ogni problema nella modificazione possibile e ovvia di quel che sono io stesso, con una facilità e semplicità che solo occhi finalmente aperti possiedono.

Forse i risvegli sono davvero molteplici, e non ci si illumina all’improvviso e definitivamente, almeno per quanto mi riguarda, così esploratore come sono, abituato a cogliere ogni possibilità di apprendere, di sperimentare, così attratto dall’astratto, incosciente e senza protezione.

E si mostrava nella sua interezza, all’interno di quel che stavamo facendo, il significato possibile per Bianca e Oscar, quanto preziosa potesse essere questa situazione per loro due: se il mio compito foss’anche solo  stato l’essere tramite per questo, anche se fisicamente non riporterò nessuna guarigione, avrò svolto un compito che, all’inizio, era celato.

Si mostrava l’uso di questo denaro, considerato un risarcimento per un lavoro di anni, che viene bruciato in quantità non previste da questo piano del Sublime Ingannatore, e che invece è risultato essere strumento per movimenti che non riguardano solo me stesso.
Io mio essere pedina era evidente: accetto di essere strumento di una forza a me superiore, ed il mio ego se la dovrà vedere con questo.

Forse è proprio ciò che percepivo, prima di partire; ho scritto da qualche parte che qualcosa di me doveva morire, in questo viaggio, ed avevo anche considerato la possibilità che fosse il mio corpo: tuttavia è evidente che almeno questa parte di ego deve restare in foresta.

 

Ancora, lo stesso giorno:

 

Carlos ha detto che mi ha sognato, mentre era a Manta, a quattordici ore di viaggio in bus da qui, dove era a fare una cerimonia, in contemporanea al mio collasso notturno di qualche notte fa: segnali.

Il senso del tempo ormai se ne è andato, è rimasto da qualche parte, appeso a qualche albero sulle rive del Napo. 

Oggi pomeriggio sto all’opposto rispetto a stamani: tanto ero sveglio, arzillo, di buon umore e affamato, tanto ora sono sonnolento, debole, senza riflessi.   Fa un gran caldo, e sembra che questi improvvisi aumenti di temperatura precedano forti piogge: domani dovremmo andare in foresta a raccogliere ayahuasca e chakruna, preparare il succo e quindi, alla sera, prenderlo.
In questo momento non ne ho desiderio, ho bisogno di elaborare, in solitudine, quanto successo ieri.

È sorprendente come, parlando fra loro in kichwa, cambi il tono ed il ritmo del suono delle voci: l’idioma è una sorta di mormorio musicale, fluido ed ipnotico, o almeno lo è il loro confabulare, fatto di parole fitte ma lente, continue e senza troppi alti e bassi: usano molto i silenzi, hanno poca gestualità, gli occhi sono parte integrante del discorso; non capendo, si ha il tempo e l’attenzione per notare il resto.

L’accordo era che avremmo fatto una cerimonia di guarigione su di me, e che Bianca e Oscar avrebbero fatto da assistenti.   Non è andata così, e stamani, di fronte ad una colazione abbondante e sostanziosa, abbiamo avuto opinioni discordanti su quanto successo.

Arrivati nella caverna Carlos ha scelto un posto nel quale appoggiare una piccola panca sulla quale avrei dovuto sedermi, spogliato; il marito di Blanca ha portato un grosso recipiente chiuso, sono stato coperto e mi è stato messo il pentolone davanti, sotto le coperte: avrei dovuto aprirlo solo un poco, e, mentre sotto, continuare a mischiare con un legno il contenuto, acqua bollente e una grossa quantità di erbe.
Prima mi è stato data da bere una tisana amara e calda, che mi ha provocato una sensazione allo stomaco  simile a quella dei primi minuti dopo l’assunzione di ayahuasca, e qualcosa in me si è svegliato.
Ad un certo punto ho detto che la temperatura stava scendendo, e Carlos è venuto a controllare, e sembrava un poco sorpreso; dopo un paio di controlli ha deciso che era sufficiente, e sono stato portato in fondo alla grotta: lì c’era una piccola pozza in cui il ruscello prendeva forma, con il fondo di ciotoli.   Stavo bene, nonostante fossi nudo e l’acqua fosse fredda.
Carlos mi ha lavato con il contenuto del bidone, con accuratezza, usando fino all’ultima goccia.   Poi mi ha fatto bere dell’acqua che filtrava dalla volta, mi ha asciugato e mi ha fatto rivestire.

Bianca e Oscar seguivano quanto succedeva, seduti vicino alla piccola collina nel centro della grotta, su cui una candela accesa spandeva una luce tranquilla.

Ma prima che fossi rivestito, mentre ero in piedi, nudo e avvolto da una coperta, alla luce della candela è apparso un ragno enorme: non ne avevo mai visto di così grandi.   Sembrava quasi un crostaceo, nero, lucido, e le sue zampe coprivano un diametro di una ventina di centimetri, almeno.
Loro quattro sono accorsi, interessati, e anche i ragazzi si sono avvicinati.   Io ero a pochi passi dal ragno, che ha iniziato a muoversi, di sbieco. Aveva tenaglie lunghe, ripiegate e fatte a pettine, ed era bellissimo.   L’assistente di Carlos gli si è avvicinato, ha posto le mani a coppa intorno al ragno che ha iniziato a correre, è sceso dalla collinetta e si è diretto verso il mio piede nudo che sporgeva dalla coperta; affascinato, non mi sono mosso, ed il ragno mi ha toccato, è salito sulle dita, ha agitato le antenne, lunghissime in proporzione, e per qualche secondo tutto si è fermato, non esisteva altro che quel bellissimo ragno fermo sul mio piede, nessuno parlava o si muoveva; poi se ne è andato, tranquillo, per la sua strada.
Tutti abbiamo avuto il tempo per osservarlo bene, guardarne i disegni, nero su nero, del dorso e della testa: è stata una presenza.

Poi Carlos si è cambiato, indossando la stessa camicia blu ornata di disegni dorati che aveva la settimana precedente, si è messo al collo la collana di semi che tintinnano ad ogni movimento, e si è seduto al suo posto, mentre noi tre eravamo di fronte a lui, sulle panche.
Ha tirato fuori la bottiglia bianca dell’ayahuasca, e ne ha presa una dose.
A quel punto tutti ci aspettavamo che ne desse a me, mentre lui è andato diretto verso Bianca, che mi ha guardato sorpresa, anche se poi oggi mi ha detto che se l’aspettava, che andasse così; ho lasciato fosse lei a decidere, qualcosa dentro mi ha impedito di esercitare alcuna pressione: ho tenuto lo spazio, nessun allarme è suonato dentro, e mi sono chiesto di nuovo se non fossi già sotto l’effetto di quel che avevo bevuto prima.

Sono scivolato, in quel momento, in un flusso in cui ogni cosa sembrava già stabilita: ho preso la mia dose e poi ho guardato Oscar prendere la sua; erano dosi decisamente inferiori rispetto alla settimana precedente, non aveva lo stesso sapore e la stessa consistenza. Poi ci siamo seduti a terra, a fianco la collinetta, sulle coperte, sono state spente le candele, tranne la solita, all’entrata, dietro la roccia, e tutto è diventato familiare.
Il pensiero che potessi ripetere un’esperienza forte come la precedente non mi ha sfiorato se non per un breve istante, e non ho avuto nessuna resistenza, avrei vissuto ogni cosa, qualunque cosa fosse.

L’ayahuasca stavolta è stata gentile, morbida: salivano onde leggere, sentivo che venivo pian piano portato a percepire staccando la mente, ed il mio occhio sinistro è diventato più grande, o meglio, avevo la netta percezione di stare guardando principalmente con quello; avevo due visioni, una dall’occhio sinistro e un’altra dal destro, ma il primo prevaleva, e l’attenzione era concentrata lì.

È passato un lungo tempo di buio e di silenzio, mentre Carlos, seduto al suo posto, ogni tanto cantilenava sottovoce; nel buio si distingueva poco, e mi sembrava che agitasse piano un sonaglio, ad accompagnare il suo canto: in realtà è risultato essere un grillo, o qualcosa di simile, e c’era un altro suono, che girava, di insetto, e tutti abbiamo pensato fosse il bellissimo ragno nero, che sfregava le sue chele, e che girava lì attorno, nel buio.

La visione sdoppiata continuava, ma il corpo rispondeva, potevo muovermi, solo una lentezza si era impossessata dei miei movimenti, come se guardassi ogni mio gesto e pensiero e percezione al rallentatore, senza provocare sfasamenti percettivi, far insorgere sensi di pericolo.
Poi mi sono accorto che stavo cambiando stato d’animo, o meglio che stavano fermandosi i pensieri e le emozioni, ed è entrato quel che più mi piace dell’ayahuasca: il silenzio interiore, la pressochè totale assenza di reattività, il diventare contenitore di quanto succede.

Mi sono ritrovato seduto di fronte a Carlos, che ha iniziato la limpia, durata un tempo infinito, sulla stretta panca che di solito mi avrebbe impedito di stare per più di pochi minuti, circondato dai movimenti di Carlos, dai canti, le frustate con le fronde, ed il suo fischiare.
Sentivo il suo alito, gli sbuffi delle sigarette che continuava a fumare, fino a che ha iniziato a toccarmi sulle gambe e sui piedi: un tocco gentile, che faceva piacere.

Carlos ci ha dato informazioni che ancora devo collocare.   Ha parlato di sè, dei suoi pazienti, ha raccontato episodi che avevano a che fare con la morte, di uno sciamano che aveva assunto l’ayahasca e ‘ pum, se muriò’, di una ragazza cui aveva estratto un tumore al seno ed è subito morta, e allora glielo ha rimesso ed è rinata, per morire poi quattro mesi dopo; di come di solito deve lavorare di fretta, per i pazienti troppo numerosi, e di come siamo fortunati noi, a poter fare le cose con calma, come piace a lui.

A me ha detto che durante la prima cerimonia avevo una donna che mi tormentava, con una grande gonna ed un dente d’oro nell’arcata di sopra e denti d’argento in quella inferiore, e mi punzecchiava con una punta acuminata, ed un piccolo diavolo che continuava a corrermi attorno.
A Bianca e Oscar ha descritto i loro demoni, e chissà cosa racconterà domani, quando andremo con lui nella foresta a raccogliere, perchè domattina alle otto ci ritroveremo, e passeremo la giornata insieme, prepareremo il succo e alla sera avremo una nuova cerimonia.

In questo momento sono pieno di tutto quel che succede, che è successo e che potrebbe andare a succedere, ho bisogno di lasciar sedimentare: sono così diversi, qui, i ritmi, sembra ogni cosa sia sonnolenta e scialla ed invece le cose succedono, e non c’è tempo per pensare, si viene trasportati con facilità.
I ragazzi sembrano sentire meno la cosa: Bianca ha un andamento altalenante, con momenti di abbandono ed altri di vivacità, mentre Oscar pare accusare la successione rapida delle cose

Ma tutto ciò si sta rivelando, almeno per me, come una soluzione alla cerca; stamani, in qualche modo, ero ben disposto, con il lavoro svolto e con quello che faremo domani, a considerare chiusa questa fase. Abbiamo fatto un buon lavoro, ed ho smesso di avere aspettative di soluzioni rapide al mio problema.
Ho bisogno del filtro del tempo, tuttavia ho sentito l’ayahuasca come presenza e come sostanza affine, ed ho voglia di averla a disposizione per lavorarci con calma, da solo.

Pian piano si sta profilando il dopo, il come portare avanti la vita: Lodisio non è autosufficiente, ed i soldi a disposizione non sono infiniti.
Le fantasie di trasferimento altrove continuano ad essere inquinate dalla fragilità della situazione, ed i limiti e gli scogli che ciascuno difende interrompono la fluidità dell’azione.
Scivolo pian piano verso un isolamento interiore, e la prospettiva diversa che un viaggio così importante regala ricolloca molte cose: sento già il bisogno di un ulteriore passaggio, adesso che ancora non ho compiuto questo.

 

Una delle prime cose che mi sono state raccomandate, dopo l’asportazione del tumore, era il sottopormi regolarmente a una PET o ad una TAC: esami invasivi, disturbanti.
Avrei dovuto iniziare pochi mesi dopo, e continuare regolarmente, ma ho preferito optare per una ecografia addominale, che so essere meno accurata e tempestiva, ma certamente innocua.
L’altro giorno sono dunque andato a fare una seconda ecografia, sei mesi dopo la prima, a più di un anno dall’operazione, e non sono risultate formazioni nuove.
Solo c’era un misteriosa traccia di circa un millimetro, che l’ecografo ha stabilito non di origine tumorale, che dovrei andare a verificare.
Vedremo.

Ogni fase di questo percorso è una scelta, una danza con me stesso, un avvicinarmi a quel che sono.
La decisione di star fuori da un protocollo stabilito da altri impone una continua verifica dell’intento, l’allontanarsi da isole di sicurezza indotte, e dunque di mettere in discussione in concetto stesso di sicurezza, del cercar rifugio e protezione; mi espone, mi lascia solo, e tuttavia libero di sentire e vivere quel che accade nel corpo, ma soprattutto nell’anima.

Quando, nel luglio dello scorso anno, ho rifiutato le cure ospedaliere, non avevo davanti a me un protocollo di terapie alternative, nè tantomeno mi sono messo a cercarle: avrei dovuto compiere un salto, dedicare a me stesso la parte di vita che avevo davanti.
Sono partito per il Texas, a incontrare Rana.

Il sapo, o kambo che dir si voglia, ha da subito assunto l’aspetto di un alleato: la sua naturale attitudine ad andare dove c’è al momento bisogno lo ha reso, ai miei occhi, uno spirito indipendente.
Rana mi sta aiutando, e mentre lo scrivo non saprei dire come; tuttavia mi rendo conto che, mettendomi direttamente in contatto con gli effetti che porta, ogni volta diversi e pur assonanti, mi introduce ad ascoltare in un modo più sottile dinamiche fisiche spesso date per scontate o che passano inosservate.
La apparente violenza in cui a volte si manifesta è proporzionale al livello di intossicazione; l’aggressività  non è del sapo, bensì delle tossine che girano in me: la profondità del suo intervento viaggia parallela all’intelligenza del corpo.

Ringrazio di aver incontrato il sapo attraverso Peter Gorman: ne ha salvato lo spirito, il giusto modo di viverlo: Peter ha tramandato e diffuso non solo un rimedio ma anche l’atteggiamento appropriato nell’incontrarlo, usarlo, rispettarlo.

Ma anche così, in questo momento, sono come colui che ha appena iniziato a guadare un fiume e non sa ancora cosa troverà sotto ai piedi nel procedere.

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2019-10-14T13:19:24+00:00agosto 31st, 2019|Blog|0 Comments

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