4 novembre 2019 Urku Mayan, la Ricerca della Visione

Buongiorno.

Siamo tornati da poche ore da una settimana a Urku Mayan, nella Foresta Primaria, e siamo a casa del taita Carlos: taita è un appellativo di rispetto e di affetto, che significa più o meno papà, e che viene dato di solito ad anziani, sciamani, persone di riguardo.
Un giovane, sviato dai miei capelli bianchi, l’ha usato anche per me, in questi giorni.

Cosa vengo a fare, qui a Urku Mayan?

Vengo per il luogo, per le persone, i silenzi, le cascate; vengo per le cerimonie di ayahuasca con gli anziani, con le donne, i giovani, e con i bambini che dormono attorno al fuoco; vengo per i canti degli uccelli notturni, perchè una volta ho sentito el tigre ruggire nella notte, per i falchi che girano sullo sfondo della Montagna Sacra, per le farfalle, le rane che ogni sera tengono il loro concerto, il fragore delle enormi foglie che cascano dagli altissimi pambìl, il fruscìo dei pipistrelli nelle grotte, lo scroscio della pioggia.

Vengo qui per il cibo cucinato sul fuoco, le bevande fatte con l’acqua piovana, i lavacri quotidiani giù al torrente, il platano cucinato fritto, arrostito sulla brace, grattato nelle zuppe, per i pesci, i crostacei e le culebre de agua pescati di notte al fiume.

Vengo a Urku Mayan perchè è un luogo antico, lontano in ogni senso, con gente che racconta le favole, che comunica con il silenzio.

Queste persone hanno consapevolezza dello spazio interiore, una consapevolezza istintiva, condivisa, non recuperata, originaria; possiedono una stupefacente non consequenzialità del pensiero, e capisco cosa significhi vedere lo spirito in ogni cosa mentre percorro i sentieri della foresta vergine in loro compagnia.

Ogni tanto mi sorprendo ad osservarli mentre sono intenti ad asciugare tabacco, intrecciare trappole di giunchi, e mentre li guardo immancabilmente si accorgono di essere guardati.

Non si può conoscere lo spazio interiore, ma si può essere consapevoli che esiste, così come non si può conoscere lo spazio fra le stelle, fra la terra e la luna, fra le persone stesse, ma se ne può essere consapevoli, si può concepire che lì esiste il mistero, ci si può convivere, relazionarsi.
Lo stesso spazio riempito di mistero che è condiviso con le piante, gli animali: come è possibile sapere che un serpente sta accucciato sotto la legna, se non lo si è visto, sapere che una pianta cura e che è necessario chiederle il permesso e spiegarle perchè e per chi si raccoglie la sua corteccia?
Allo stesso modo che don Vicente, o chiunque altro, si accorge che lo sto guardando, e si gira come se lo avessi chiamato.

Allora ecco la religiosità della natura, la consapevolezza che c’è uno spazio unico, ovunque fra ogni cosa, anche fra le stesse cellule del corpo, spazio fatto di nulla, per i cinque sensi, ma fatto di tutto, fatto di dio, di silenzio, di mistero.
È lo spazio, l’intelligenza con cui ci si relaziona in una cerimonia di guarigione, quando i cinque sensi vengono estromessi, accantonati, in cui si nuota e si naviga, la coscienza che lo sciamano contatta e con cui interagisce, che gli dice dove è che manca, gli mostra l’ispessimento della forma che non permette lo scorrere di quella che noi chiamiamo vita, gli concede di vedere e toccare, a volte di guarire, perchè è lo spazio in cui si forma ciò che chiamiamo malattia, in cui il concreto impazzisce, esonda, diventa la mala energìa.
L’ayahuasca è un tramite, l’ennesima manifestazione di questa intelligenza, dello spirito, se si vuole dargli un nome per soddisfare un bisogno mentale, che di per sè allontana la comprensione.
È l’ayahuasca che dice allo sciamano quale pianta deve prendere il paziente per guarire, e spesso lo sciamano stesso non ne sa neppure il nome, ma sa dove andarla a cercare, ne ha visto il luogo, così come i matsès, dopo il sapo e una abbondante dose di rapè, sanno dove e in che momento della giornata transiterà la preda destinata a nutrire la famiglia per qualche giorno.

Viene chiamata la Medicina, perchè non possiede indicazioni, nè quelle che noi chiamiamo controindicazioni; non ha un unico effetto, nè è prevedibile, quindi le si attribuisce una volontà: può lavorare sul corpo, estromettere la mente, essere silenziosa oppure parlare; può assumere una forma comprensibile, un animale, ad esempio, o qualcosa di fantastico, o semplicemente farsi avvertire come presenza.
Il confine fra quel che è e quel che vediamo è labile, variegato tanto quanto lo stato di consapevolezza, di concentrazione e di presenza di chi la assume; avere o meno visioni non è il punto, perchè la visione appare quando ci si stacca dalla forma, dal problema su cui si lavora, dalla mente.

Vengo ad Urku Mayan per ritrovare cose cui sento di appartenere e che sento mi appartengono, o che sono state mie chissà quando, e che trovo in un luogo in cui il tempo si rivela per quel che è, e cioè astrazione dalla mente, semplice strumento per interagire con questa realtà, e che tuttavia offusca la consapevolezza della presenza, ostacola la Ricerca della Visione.

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2019-11-05T20:30:02+00:00novembre 5th, 2019|Blog, L'Ayahuasca secondo me|0 Comments

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