7 settembre 2019 Nevica, e il cielo è bigio

Buongiorno.

Riprendo da dove ero rimasto: fra poco più di un mese tornerò in foresta.
Saremo in cinque, questa volta, ed affiora un sentire che ha a che fare con un ritorno a casa.
L’emozione, al pensarci, è grande; il sentimento di più.

 

2 dicembre 2017.   

Nevica, e il cielo è bigio, nebbioso, i boschi sono bianchi e verdi, perchè questo avviso di inverno ha sorpreso le foglie ancora al loro posto sui rami del salice, delle quercie, delle rose.
I frassini erano già stati assaliti dalla calura dell’estate, e avevano ceduto, lasciando foglie secche sul terreno attorno.
Devo scrivere più di quanto faccia: sono giorni che continuo ad avere fughe della mente e dello spirito che illuminano strade non percorse, intuizioni che appaiono logiche e conseguenti, stati d’animo da tempo desiderati.

Ieri lo stare assieme a Bianca ed il condividere è stato facile, fluido, rotondo, un parlare che mette pace, e avvicina.
Abbiamo parlato da viaggiatori che si vogliono bene, non chiedono eppure ottengono, si supportano senza necessariamente essere d’accordo su tutto, si rispettano perchè vedono che il percorso dell’altro è buono, curiosi dell’andare avanti, sapendo che ciascuno possiede tracce, e desiderando nutrirsi l’uno dell’altro, perchè di quel che viene ci si fida.
L’ayahuasca ci ha legato in modo complementare a quel che già era: le parole servono da suggello, non da leva.

Abbiamo continuato a tomare ogni settimana, sempre in un dosaggio basso, che ci lascia al di qua del crinale dal quale si spicca il volo, ma che tuttavia riporta immagini di quel mondo: scambiamo impressioni, deduzioni, sensazioni cui timidamente diamo il connotato di probabilità, se non di punti fermi, sapendo bene che, per quanto riguarda la liana, abbiamo in mano, per ora, solo tracce di un percorso.
Oggi lei parte, e non sa quando andrà a tornare.

Aumenterò le dosi; queste assunzioni hanno lavorato sul corpo, ma quest’ultima volta il corpo non ha risposto come sempre: sembra arrivi per me il momento in cui approfondire.

Un padre di sessantaquattro anni ed una figlia di ventuno stanno percorrendo insieme un sentiero che ha a che fare con l’essenza della vita, con il percepire ed il trarre insegnamento.
Ci sono momenti in cui tutto ciò mi pare meraviglioso e prezioso ed, in fondo, un premio in sè, solo per il fatto di avvenire.   Momenti in cui non importa dove si arriverà, perchè sono speciali, si giustificano da soli, riempiono uno spazio che chiama assistenza e attenzione.

So che devo tornare in Ecuador: ci sono risposte, lì, e devo rientrare nel flusso che a ottobre mi ha portato in foresta, e nel quale dubbi e paure, fitti e sottili come i fiocchi di neve che stanno scendendo adesso fuori dalla finestra, creavano uno sfondo su cui si stagliavano gioia di vivere, voglia di vedere, sentire, procedere: il desiderio dell’ignoto, e l’eccitazione del possibile.
Questo desidero è nutrimento dell’anima e ponte attraverso cui accedere alla meraviglia: anche se il possibile non si rivela tale, il diverso apre comunque gli occhi.
Che il possibile possa risultare reale è testimoniato dal sentimento di pace che si va provando nel veder saltare insospettate difese e antiche incrostazioni, il loro dissolversi in una consapevolezza che nulla ha a che fare con il sapere: non servono conferme.

La marijuana e l’ayahuasca sono due piante sacre: nella tradizione brasiliana di Mapià vengono viste complementari, e usate insieme; nella foresta sembra il contrario: Carlos sconsiglia di fumare erba per un periodo di qualche giorno prima e dopo l’assunzione della liana.

L’ayahuasca può essere usata, come nel caso di Mapià, come veicolo di una chiesa, che ha obiettivi e responsabilità verso i fedeli, e che ha dovuto traghettare interi gruppi di nativi verso un sincretismo con il cristianesimo, partendo da una situazione di animismo, spiritismo e magie di vario colore, in uno scenario in cui la grande ferita della colonizzazione era ancora aperta, ed in cui c’erano da salvare preziosità che sarebbero andate perse.
Il bisogno principale era quello di contenere, instradandole, grandi quantità di energia, e per fare questo è necessario che il singolo individuo non si allontani troppo, sul sentiero della ricerca, che ci sia guarigione, e che la tribù continui ad essere un punto di riferimento.
La destabilizzazione del singolo deve essere contenuta nei valori del gruppo, e così i canti, e i balli, e la coralità tengono il sogno entro uno scenario possibile in quanto condiviso: in questo ambito avviene il processo di guarigione, supportato, sorretto e in parte indirizzato dal rituale, a cui a volte partecipano centinaia di persone.

In foresta è diverso: non vi erano grandi comunità.
Le realtà di integrazione variano da etnia ad etnia, tuttavia i nativi si distinguono fortemente dai mestizos.
La cerimonia è sempre per gruppi piccoli, o per il singolo: niente balli, suoni più che canti, buio al posto delle candele, niente santi ma Pachamama, e tanto silenzio.
E una dose di ayahuasca decisamente maggiore, più forte e di solito più densa rispetto ai rituali brasiliani.

Tutto ciò si traduce in un diverso contatto con sè, con la pianta, con il tramite, con la natura attorno; occhi e orecchie lavorano in modo diverso, pelle e muscoli divengono un optional che non sempre si può usare; la percezione si sdoppia, e a volte va oltre; diviene evidente la differenza di consapevolezza dei due gemelli di cui siamo composti: mi chiedo cosa potrebbe accadere se queste cerimonie fossero il preludio di un dialogo fra i due, quali legami della mente e del cuore si potrebbero sciogliere, in brevi istanti, o altri orizzonti nascere, inattesi e portatori di meraviglia e di insegnamenti.

Sono percorsi diversi, usi diversi di una stessa pianta, così come ovunque, nel mondo, differenti sono le modalità in cui ogni cosa viene vissuta, dal denaro, all’amore, alle droghe: ogni cosa viene interpretata, e il giudizio è sempre condizionato dal tonal del tempo.

Credo che ognuno debba trovare la propria speciale entrata, in questo mondo magico: ognuno è speciale ed è giusto che inizi il proprio cammino con scelte che, da un lato, hanno a che fare con ciò che vede di se stesso, e dall’altro con ciò che annusa, sogna, insegue e ama, e nel quale sente pace.
La scelta è quale di questi due segnali seguire.

Mi rendo conto che quel che vado scrivendo perde, di mese in mese, omogeneità e sequenzialità.
Ho smesso di scrivere perchè troppo grandi erano le cose vissute, e troppe, così che la mente ha avuto bisogno di resettare: lo spirito non ha voluto banalizzare, il corpo di nuovo provare ed anche le emozioni erano sature e necessitavano di respiro.
Così ho fatto, ho respirato: avevo il desiderio di lasciare ancora nel sogno tutto quello che potevo più a lungo possibile.
Non aveva importanza sapere che avrei dimenticato molto, perchè tutto si sarebbe inciso, silenzioso, e a tempo debito si sarebbe rivelato.
E così è stato, e continua ad essere.

 

In questa notte del tutto insonne il vento è una costante che mi tiene compagnia.
La luna è altissima nel cielo, e le stelle brillano più del solito.
Scrivo, e seguo il suo corso: si sposta veloce, segna il tempo, e non riesco a fermare gli stati d’animo, nè a definirli.
Le raffiche di questo vento creano turbini che fan girare pensieri ed emozioni, eppure mi sento pesante, e tuttavia inconsistente.
Aspetto l’alba, il passaggio dal buio alla luce.

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2019-10-14T13:19:45+00:00settembre 7th, 2019|Blog|0 Comments

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