Equitazione2016-12-19T10:18:21+00:00

Associazione le Nuvole – Equitazione

Il testo che segue è stato scritto qualche anno fa, in occasione della presentazione del progetto “Al di là delle Nuvole” e titolava “L’equitazione riabilitativa”.

Lo spirito della conduzione.

Il nostro lavoro con i cavalli non è, naturalmente, improntato all’agonismo: è essenzialmente un lavoro con il cavallo e con la persona.
Rapportarsi con un cavallo inizialmente significa essere in grado di stabilire un contatto, di fare una proposta, soprattutto a terra; fare in modo che si lasci toccare e che gli sia gradito il tocco; che si entri in armonia sugli accordi più elementari.
Sottrarsi alla logica del predatore per entrare in quella della assunzione di responsabilità nel condurre, ed affrontare la paura ed il fascino del diverso significa imparare dal cavallo la disponibilità e la curiosità: montare è una conseguenza.

La progressione nel lavoro.

La riappropriazione dell’autostima è importante: questo processo, nella nostra visione, non passa attraverso la conquista di un obiettivo prefissato, bensì tramite la progressiva scoperta di capacità di incontro, comprensione e condivisione con un essere che possiede, contemporaneamente, forti caratteristiche di razza e marcata individualità. L’adattare le proprie azioni all’incontro e allo stesso tempo non perdere l’intento di far progredire il rapporto pare una fertile contraddizione non da risolvere ma con cui alzare il livello.
Allo stesso tempo il cavallo possiede una fisicità molto spiccata, ha grande espressività ed un forte concetto del linguaggio del corpo, del movimento e dello spazio, oltrechè dell’intreccio e della sinergia di questi tre fattori: questo tipo di consapevolezza e di pratica di solito ci è estraneo.
Il gestire, a terra o in sella, un animale che possiede peso e forza assolutamente spropositati rispetto alle nostre capacità comporta il rivedere l’abitudine allo sforzo ed il riscoprire, o reimparare, gesti ed azioni armoniche ed in sintonia con l’altro: il cavallo sa quando non si ha consapevolezza del momento e quindi rifiuta di collaborare, soprattutto perché non si sente guidato e quindi protetto.

La postura.

Il camminare, trottare e giocare a galoppare a terra a fianco al cavallo, la postura del corpo in sella, l’accondiscendere ai movimenti alle varie andature, l’atteggiamento fisico, specchio della situazione interiore, possono venire considerati in funzione del miglior modo di cavalcare ma anche, ed è questo il nostro interesse, strumento di osservazione di atteggiamenti posturali e comportamentali della vita di tutti i giorni: lavorare sul linguaggio del corpo, sia esso cosciente o che si manifesti in maniera inconsapevole, va parallelo ma tuttavia prioritario a qualunque tecnica di equitazione.

Così, sul versante puramente strutturale, il movimento del bacino, l’allineamento del rachide ed il corretto movimento delle spalle sono sicuramente essenziali per stare correttamente in sella, ma sono anche strumenti di cui avvalersi per migliorare la propria fisicità.
D’altro canto, per il nostro trascorso pluridecennale di terapisti in varie discipline e tecniche, la maturazione nel tempo di approcci totalmente non aggressivi alle situazioni, siano esse fisiche o meno, ci ha portato ad indurre anche nel lavoro con il cavaliere una componente, importante nel tempo, nell’energia e nell’enfasi dedicatole, di percezione posturale, motoria e spaziale, di consapevolezza dell’atteggiamento e dell’azione mirate a trasformare l’andare a cavallo, momento comunque di divertimento e di passione, in un momento di coinvolgente lavoro su di sé, in cui poter fermare il dialogo interiore e contattare parti nascoste o dimenticate.

Non ultimo, il fattore ambientale: il nostro piccolo centro sulle colline è immerso nei boschi, e così i campi di lavoro, i percorsi protetti e le passeggiate; la quiete è assoluta, strade ed automobili non sono in vista, l’occhio spazia su di un ampio panorama: anche il silenzio e la natura aiutano a trovare un fulcro interiore su cui far leva.

La riabilitazione.

Qualunque tipo di riabilitazione, dalla più semplice riabilitazione muscolare post traumatica, a più complesse riabilitazioni posturali a seguito di gravi incidenti, o di errate posture prolungate nel tempo o indotte da atteggiamenti interiori o da problematiche situazioni relazionali, fino a disabilità fisiche, sensoriali o psichiche, hanno naturalmente l’obiettivo della acquisizione, o riacquisizione, della maggior autonomia possibile e di una più estesa consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti, nonché della possibilità di ampliare le prime e di superare i secondi.
La riabilitazione tramite il cavallo, e si intenda, inizialmente, la relazione a tre fra utente, cavallo ed operatore, laddove l’operatore faccia da tramite fra i primi due, con la tendenza e l’obiettivo, data anche la specifica attitudine relazionale del cavallo, a ridurre progressivamente se non la presenza, quantomeno il proprio agire; la riabilitazione tramite il cavallo, si diceva, tende a porre l’utente nella posizione di protagonista, ancorché neofita, ed apre l’opportunità di un coinvolgimento totale, raramente riscontrabile in altre terapie.
E’ cosa comune, nei setting di riabilitazione o di avvicinamento al cavallo, in situazioni di disagio emotivo, che l’utente esca dall’incontro con la netta sensazione di ‘aver staccato la spina’, di ‘aver fermato la mente’, di ‘non essersi accorto del tempo’, e via dicendo.
Nel particolare rapporto con il cavallo si collezionano momenti di silenzio interiore, di per sé terapeutici, dovuti, principalmente, alla continua necessità di coordinare e dissociare movimenti e obiettivi dell’attenzione: come fosse una saturazione sensoriale e motoria all’interno di momenti relazionali indubbiamente forti.

In sintesi, ed infine, è indubbio che l’esperienza corporea giochi un ruolo fondamentale nella ricostruzione o nella percezione delle proprie coordinate spaziali, esteriori ed interiori, e l’andare a cavallo, introdotti e seguiti da operatori che abbiano questa visione, induce movimenti propriocettivi su e con un essere vivente che desidera, per sua natura, la relazione; in equitazione si parla di binomio, cioè di cavallo e cavaliere insieme: è il binomio che sbaglia, o che progredisce, che capisce.
Così, nella nostra visione, riabilitazione significa capacità di sviluppare relazione, di imparare ad imparare.

La pet-therapy.

Tutto quanto sopra esposto va dunque nel senso di una indagine sull’emergere dello psichismo: non si tratta più di trovare soluzioni per affrontare comportamenti inadeguati ma del tentativo di far scaturire forze interiori ed intime che possano determinare la qualità di vita dei piccoli di cui ci si prende cura, e, nel contesto della disabilità, ciò va nella direzione del costruire situazioni di “pari opportunità”.
Si può parlare dunque di un atteggiamento “terapeutico” che tiene conto delle parti “sane” dell’individuo, considerato in quanto tale e non per la sua patologia: la rimessa in movimento delle capacità di crescita e guarigione appartiene a tutti.
Nel caso in cui il veicolo di questo processo sia un animale, questi apporta quanto di affettivo-istintuale gli appartiene, ed il cavallo ha grande carica, in questo senso.

Al di là della nostra passione per gli animali in genere ed in particolare per i cavalli:

Perché il cavallo nella pratica terapeutica, riabilitativa e di svago?

– Perché il cavallo è un essere vivente sensibile, disponibile e curioso, che consente di avere, e ricerca egli stesso, calore, odore, movimento, sguardi e comprensioni, contatto non soltanto corporeo, carezze, gesti di affetto e di riconoscimento; è un essere che ha emozioni proprie e che non esita a manifestarle, che ha infine bisogni facilmente soddisfabili, fra i quali forse il più importante, del nostro punto di vista, è quello di essere rassicurato;
– Perché il cavallo ha un comportamento consequenziale, retto da modalità di comunicazione e di linguaggio non verbali, comprensibili con facilità ed immediatezza;
– Perché il rapporto con il cavallo conferisce autenticità alle interazioni;
– Perché cavalcare, a qualsiasi andatura, significa mettere in movimento, scoprire e gestire concatenazioni muscolari spesso non usate: la ricerca dell’equilibrio e della compensazione posturale, la messa in linea ed il movimento del rachide, la coordinazione e la dissociazione del movimento stesso, il lavoro sulla lateralità e sui livelli corporali, e così via, sono tutti strumenti che risultano evidenti e a disposizione immediata una volta in sella;
– Perché il cavallo è, nei fatti, una pressoché ininterrotta sollecitazione corporea, sensoriale ed emotiva, che il momento relazionale si svolga in sella oppure a terra, sollecitazione che necessita di un progressivo sviluppo di sensibilità focalizzata in un ambito di continua scoperta del nuovo, che infine è riscoperta del rimosso, dell’archetipico;
– Perché cavalcare significa lasciarsi trasportare in situazioni proiettive fortemente simboliche, con grosse valenze di gioco e di scoperta di una relazione in continuo progresso.

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