Gli occhi di Coyote – I° parte

Buongiorno.

Coyote è personaggio chiave, nella favolistica nativa: è il Buffone, il Creatore del Mondo, l’Ingannatore, il Vagabondo, Colui che Insegna, e quindi anche un Heyoka, un Contrario, e molto altro.

Si ritrova identico ovunque, in varie culture ed epoche, certo sotto altro nome e aspetto, ma il Divin Briccone si rivela sempre, qualunque maschera indossi: anche Jung ha dedicato un libro a questo archetipo senza tempo.

Coyote, quasi sempre, architetta inganni di cui in un modo o nell’altro resterà vittima, e da ciò trarrà sempre un insegnamento, a volte un passaggio di vita, o un’occasione per creare.

Sulla Ruota di Medicina siede a Sud, il luogo della Fiducia e dell’Innocenza, ma in quanto insegnante Heyoka, è anche creatura dell’Est, il luogo che Determina.

Nella narrazione nativa spesso non si ritrovano definizioni univoche: questa apparente confusione, in cui ad ogni cosa vengono attribuiti molteplici significati e appartenenze non fa altro che rispecchiare la molteplicità della vita. Il bisogno di etichettare, di stabilire un nome ed una collocazione fissa e determinata appartiene a culture recenti, se si guarda all’intera storia del genere umano, e spesso cela il mito del possedere, dell’avere potere sulle cose: in questo modo si è progressivamente perso il rapporto con Piante, Animali e Pietre, visti, in modo davvero miope, solo in funzione dell’utilità che possono avere per l’Uomo.

Come già si è detto, e non lo si ripeterà mai abbastanza, le culture ancestrali considerano l’essere umano il custode di tutte le creature: Oomataquiassen, Tutti i miei Parenti, era l’invocazione rituale all’inizio di ogni cerimonia, per ricordare la favola di Nonno Sole e Nonna Terra, la collocazione dell’Umano, e la necessità di considerare ogni cosa in modo sacro.

Ho scritto questa favola molti anni fa, per mia figlia, prendendo spunto da frammenti di narrazioni riportate nei numerosi studi che furono fatti sui cosiddetti Indiani delle Pianure, tentativi di mettere per iscritto una cultura essenzialmente orale.

Vi passo una prima parte.

Buona lettura.

GLI OCCHI DI COYOTE. Prima parte.

Molti inverni or sono, in un tempo in cui ancora gli Animali e gli Esseri Umani parlavano la stessa lingua, Coyote decise un giorno di intraprendere un viaggio: voleva incontrare qualcuno che potesse insegnargli qualcosa.

Certo, si disse, voglio possedere una conoscenza che faccia di me un essere speciale agli occhi della mia gente.

Così partì dal villaggio ai bordi del deserto e si inoltrò nella distesa arida che nessuno aveva mai attraversato.

Camminò per molti giorni ed incontrò ogni sorta di creature: alcune condivisero con lui le proprie conoscenze, altre lo aiutarono a sopravvivere in un ambiente che non era il suo, altre ancora gli svelarono segreti. Ma Coyote proseguì.

Attraversato il deserto, arrivò in prossimità di una Grande Acqua che correva nella direzione in cui il sole sorge, e sull’altra riva vide un piccolo accampamento.

Cercò un guado e decise di chiedere ospitalità: ‘Vengo da molto lontano, disse, e ho molte cose da raccontare’.

La buona gente del villaggio decise di accoglierlo e di dargli cibo ed un posto per dormire in cambio di racconti di cose forse meravigliose e sconosciute.

Coyote cominciò così a vivere fra quelle tende e conobbe a poco a poco tutti gli abitanti, ma notò che una tenda aveva l’ingresso chiuso e molto spesso bastoni incrociati davanti, segno che chi vi abitava non voleva essere disturbato.

La curiosità di Coyote crebbe fino a che, pur sapendo di essere indiscreto, chiese a Mathai, il capo del villaggio, chi fosse l’abitante della tenda sempre chiusa.

‘E’ Wahoo, il nostro wapiya’ disse il capo ‘una anziana donna provvede alle sue necessità, perchè in questo periodo dell’anno passa il suo tempo a parlare con gli Spiriti e a rendersi degno di esercitare il proprio Potere. Non uscirà dalla Tenda Sacra prima che le foglie ingialliscano sugli alberi’.

Era il tempo della Luna che Allunga le Giornate, e Coyote si disse che certamente non avrebbe aspettato così a lungo per soddisfare la propria curiosità.

“Forse in quella tenda c’è quel che sto cercando” si disse, e cominciò a passare parte delle giornate seduto lì davanti per scoprire il modo di incontrare il wapiya senza infrangere il Sacro Isolamento o almeno, pensò, senza farsi scoprire.

Ma un giorno successe qualcosa di meraviglioso: mentre stava seduto a contemplare la tenda, vide che dal foro del fumo, in lato tra i pali, due occhi lentamente ucivano e salivano alti sopra la tenda, girando lo sguardo tutto attorno.

Meravigliato da questo prodigio, si convinse che in quella tenda c’era proprio ciò che cercava.

Dopo un poco, gli occhi lentamente si abbassarono e rientrarono nel tipi.

La mente di Coyote studiò un piano: si travestì da vecchia donna, e quando colei che portava il cibo al wapiya si avvicinò alla tenda, la raggiunse e le disse: “Sorellina, Mathai mi ha ordinato di prendere il tuo posto: è ora che tu abbia un po’ di riposo”.

La buona donna, ingannata dalle arti di Coyote e senza alcun motivo per diffidare, acconsentì di buon grado e gli diede la ciotola del cibo.

Coyote scostò i lembi che chiudevano il tipi ed entrò nella Tenda Sacra.

“Vieni avanti, Imbroglione” disse Wahoo, che non era mai stato ingannato dal comportamento di Coyote fin dal primo giorno in cui era arrivato al villaggio.

“Cosa vuoi da me? Certamente un grave motivo ti costringe ad invadere il mio spazio”.

Coyote abbandonò il camuffamento e, seduto di fronte all’Uomo Sacro, disse, intimorito: “Ho attraversato il deserto cercando qualcosa di cui non conosco la natura. Ho assistito al tuo prodigio: ho visto i tuoi occhi sollevarsi dalla tenda e voglio imparare la tua Medicina.”

Il wapiya restò in silenzio per un tempo che a Coyote parve lunghissimo e infine parlò:

“Il potere che tu hai visto esprimersi in quel prodigio, disse, è utile alla mia gente. Mandando fuori i miei occhi posso vedere dov’è la mandria di bisonti, anche se molto lontana, così che la mia gente si possa sfamare, e posso scorgere l’avvicinarsi di un nemico distante ancora molti giorni di cammino, così che la mia gente possa proteggersi. Per questi buoni usi lo Spirito mi ha concesso questa capacità”.

Wahoo tacque, e Coyote si disse che certamente una tale conoscenza l’avrebbe reso speciale una volta tornato al suo popolo, e si immaginò temuto, rispettato e riverito dalla sua gente.

Ma il wapiya parlò di nuovo: “Io so che il tuo cuore non è puro, tuttavia le nostre strade si sono incontrate: tu sei venuto a cercarmi ed io non mi sono sottratto. Quindi non interferirò con i progetti dello Spirito: chi sono io per farlo?”

Coyote non comprese il significato di tutto ciò che Wahoo aveva detto: capì soltanto che il wapiya era disposto a condividere la sua Medicina, e si rallegrò con se stesso.

Per molti giorni Wahoo tenne Coyote con sè nella tenda, ed ogni notte faceva vibrare il tamburo accompagnando Canti di Potere che gli andava insegnando.

Infine un giorno l’accampamento…

Ecco: la prossima volta concluderemo la favola di Coyote che fa l’apprendista stregone.

Grazie del vostro tempo.

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2022-03-01T16:19:55+00:00febbraio 24th, 2022|Favole attorno al fuoco|0 Comments

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