21 agosto 2019 Il Serpente e la Farfalla

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Buongiorno a tutti.

Questa è la prima pagina di un nuovo blog, che stiamo creando come parte, e insieme specchio, di una visione che si sta definendo man mano: è iniziata ventisette anni fa, e sta ancora una volta cambiando forma.

Sta nascendo, ed ha nome La Cuya, un nuovo progetto, ultimo dopo quelli che in questi tre decenni sono stati visti, ideati, portati a compimento, abbandonati, sospesi, vissuti come insegnamenti, oppure ancora presenti, mutati, ingranditi, consolidati.

In questi ultimi mesi è stato preparato, sognato, se ne è parlato, sono state fatte azioni perché potesse iniziare ad assumere anche una forma fisica: nei prossimi mesi vedremo se i tempi sono giusti e le nostre modalità adeguate.

Potete leggere i particolari di questo progetto scorrendo il link del crowdfounding ad esso legato, ma mi piaceva introdurlo con qualche paginetta scritta il 28 maggio di quest’anno, mentre ero in Amazzonia, il giorno stesso in cui sono andato, per la prima volta, a calpestare il suolo di quel terreno che stiamo acquistando e su cui vorremmo prendesse forma concreta questa parte del Sogno.

Ve le riporto tali e quali:

 

Buongiorno ragazze. Sono appena tornato da quella che avrebbe dovuto essere una passeggiata.

In realtà, anche se più breve come distanza, è stata peggio che andare alla Laguna Sagrada: quasi nessun sentiero, fango, sali e scendi in continuazione, ma soprattutto, anche se certo non è foresta vergine, la selva lasciata a se stessa in pochi anni ridiventa impraticabile, e così è stato per quasi tutto il percorso, con Josè davanti, machete alla mano, che si apriva la strada metro dopo metro.

Una mezz’oretta dalla finca di Clarita, aveva detto: siamo partiti da casa alle nove e mezza e siamo tornati alle tre: cinque ore praticamente ininterrotte di cammino, fra andata e ritorno.

Ma: iniziamo il cammino per la finca, su un sentiero di sassi e fango, resto di una antica strada pedonale che andava, dice Josè, da Quito a Tena, e in effetti in alcuni tratti ci si chiede chi si sia mai preso la briga di trasportare sassi di quelle dimensioni e metterli uno accanto all’altro; è piovuto, naturalmente, nei giorni scorsi, e quindi in alcuni tratti si cammina nell’acqua che scende veloce.

Josè si ferma, e anch’io: una culebra, dice, e io non vedo.

Aquì..e mi indica, su la piedra negra; guardo la pietra e non vedo nulla, poi, di colpo, come in una visione, appare il serpente, che era sempre stato lì ma non per i miei occhi.

Sarà lungo una quarantina di centimetri, ma è tutto anse e spirali, marrone con disegni più scuri.   Josè sta troppo fermo, e allora mi dico che sicuro è velenoso, e non ha nessuna intenzione di muoversi.

Il sentiero sarà forse largo mezzo metro: non c’è posto, per noi, per passare.

Josè mi chiede il bastone, e glielo passo, chiedendomi quanto possano saltare questi serpenti.

È bellissimo, ma ormai si vede chiaramente che si sta innervosendo; Josè lo tocca con la punta del bastone e lui attacca come una molla, e morde il bastone, per poi tornare sul suo sasso.

Sembra un guardiano che non ha nessuna intenzione di farci passare.

Josè decide di risolvere la situazione, torna dal serpente e con una mossa del bastone lo manda in aria: mossa azzardata, penso, anche perchè la bestia, ormai incazzata, atterra poco più in là, e per di più adesso è mezza nascosta dall’erba.

Josè mi guarda, e non capisco se sia perplesso o cosa, e mi chiede se ho del tabacco.

Accendo un sigaro e glielo passo, e intanto penso che è giovane ma sta imparando dal padre, solo che magari avremmo dovuto pensarci prima di farlo incazzare.

Lui tira sbuffi come una vaporiera, e li dirige verso il serpente, gesticolando nell’aria e pronunciando parole che ovviamente non capisco.

Una nuvola di fumo di sigaro ristagna bassa sul sentiero, c’è silenzio, stiamo fermi per un po’; poi Josè muove le fronde con il mio bastone, si avvicina a dove la serpe era caduta, fruga, si gira e dice: se ne è andato.

Arriviamo alla finca di Clara, accolti dalla gattina bianca, che è rimasta senza fidanzato, perchè lui, nero nero, sembra abbia scelto la selva.

Polli e anatre girano, ci fermiamo per riposare.

Josè trova un pulcino superstite di una cucciolata, lo tira fuori dal pollaio, lo mette in una cesta, perchè le anatre lo avrebbero ucciso come hanno fatto con i suoi fratelli: lo porteremo a casa al ritorno.

Passiamo dalle vasche delle tilapie, e mi indica dove dobbiamo andare.

Lo guardo perplesso: tocca scendere e risalire una collina che pare impenetrabile, e così sarà.

Mi aspettavo tutt’altro, Carlos aveva detto che il terreno era in piano, che era stato coltivato, ma a parte qualche pianta di guayusa inselvatichita e un paio di ananas, da profano non riesco a vedere la differenza con le selve che già conosco, e l’unica cosa piana che vedo è la lama del machete che non sta ferma un attimo: due, tre, quattro colpi e poi un passo, e ancora colpi e un altro passo, e andiamo avanti così, arrampicandoci seguendo il cielo chiaro fra le cime, lassù in alto.

Dico a Josè che forse abbiamo un concetto diverso di terreno piano: sorride e mi dice che qui è ottimo per la guayusa. Io vedo solo alberi alti venti metri, e una cortina di frasche, canne, liane, e felci, alberi crollati, ragnatele che è incredibile quanto siano resistenti, e un continuo salire, scendere, e in molti momenti l’unica cosa possibile è pensare a mettere un piede dopo l’altro, dopo l’altro, chè prima o poi finirà.

Ma non finisce ancora, perchè lui perde la strada, per così dire, e infine arriviamo in un posto che sì, volendo, non è proprio un toboga vegetale e assomiglia, guardando bene, a un pianoro.

Mi ero portato la macchina fotografica, volevo mandarvi un servizio fotografico su un possibile podere nostro, ma non c’è nulla da fotografare, tranne la giungla tutt’intorno.

E la cascata? Vuoi andarla a vedere? Sì, già che siamo qua…

Ci ributtiamo nella selva, e il machete non smette un istante.

Gli chiedo ma quanto lavoro ci vuole per trasformare questo caos in un terreno coltivabile? Quanti giorni di lavoro? Quanti soldi possono servire per tirar fuori qualcosa che possa somigliare a una piantagione, diciamo di un ettaro?

Si ferma, evidentemente soddisfatto della mia domanda: pensa, borbotta qualcosa, conta sulle dita.  Poi mi guarda e dice per un ettaro, tre persone, quattro giorni. Duecentocinquanta dollari.

Lo guardo come se mi stesse prendendo in giro.

Allora mi spiega che si fanno le cose a contratto, che la gente ha bisogno di lavorare, e che sono molto veloci, e per darmi una dimostrazione si mette a pulire un pezzo di foresta, proprio lì dov’era fermo, con il machete, e in tre minuti spiana qualche metro quadro. Ma poi bisogna arare? No, basta fare i buchi e mettere le piantine.

Comincio a capire che qui è proprio un altro mondo, un altro modo di fare le cose, altri tempi, altra energia, e, stranamente, mi rincuoro. 

Ma la cascata è ancora lontana, e scendiamo di nuovo, verso il rumore di un fiume.

Josè si ferma ancora, immobile, e guarda a terra.

Un altro serpente? No, un’orma nel fango.

Di chi è? No sè, ma ès grandito, bastante.

Si guarda intorno, ascolta, poi decide che non è il caso di proseguire e cambia direzione, bofonchiando qualcosa sulle case degli animali selvatici, che è meglio non disturbarli.

Io sono quasi cotto, e vedo davanti a me una discesa vertiginosa di fango e foglie, e sotto il rio.   Me lo indica, annuisco, ormai incapace di parlare e mi rassegno a scendere per un pendìo che il mio corpo rifiuta, e che non avrei mai affrontato in altre condizioni.

Infine arriviamo al rio, e cominciamo a scenderlo, con l’acqua al limite degli stivali, e mi vedo saltare da roccioni e guadare continuamente, fino a che arriviamo alle cascatelle.

Sono tre, e l’ultima è davvero bella.

Lui parla, mi dice qui si può scavar via la sabbia, farla diventare profonda per farci il bagno, qui c’è una spiaggetta, lì si può fare una scalinata per tornar su facile, e intanto scendiamo la corrente, e io mi vedo fare il bagno in questo posto lontano da tutto e tutti, a una mezz’ora da una casa che ancora non c’è, a due ore di cammino dalla civiltà, e mi dico che sono pazzo, ma è una bella immagine.

Sono fortunato ad essere qua, con i miei dolori, il ginocchio che mi sono stortato cadendo un quarto d’ora fa, il fiatone, le gambe che non le sento più, ma mi sento fortunato.

Torneremo alla finca, preleveremo il pulcino salvato dalle anatre, torneremo a casa, ho il miraggio di una doccia.

Alla finca ci riposiamo, ma lui implacabile, sparisce per tornare con un mazzo di ortiche: quale ginocchio fa male? Mi rassegno alla fustigazione che ancora brucia da matti, ormai non capisco più cosa sento, ma riesco a tornare in piedi e a rimettermi a camminare.

Sul sentiero antico di pietre, penso al serpente dell’andata e mi chiedo se sia ancora lì ad aspettarci, ma ora ci sono farfalle dappertutto, e una, bianca con eleganti striature nere, insiste a svolazzarmi intorno. La lascio fare, curioso ma anche impegnato come sono a non scivolare fra sassi, fango e gradini viscidi di vecchi tronchi, e lei mi si appoggia sul cuore, affacciata all’orlo della spallina della canottiera, e mi lecca il sudore.

Starà lì per l’ultima ora del cammino, e mi fa un piacere da non dire: mi accompagna fino alla porta della mia stanza, a casa di Carlos, e quando mi fermo, esausto, si alza in volo, mi gira attrono e se ne va.

Penso che siamo stati insieme un’ora, forse, ma che per lei, che vive al massimo un paio di settimane, un’ora è davvero tanta, da passare in compagnia di uno sconosciuto vecchietto, sudato, infangato e ansimante: le sono grato, mi ha fatto davvero bene.

Questa la giornata, e stasera ayahuasca.

 

Mi è piaciuto riportare questo frammento, primo tassello di un puzzle, a sua volta tassello di un disegno più grande: dicono gli Anziani che il primo evento di una serie ne va a determinare lo svolgimento, e il Serpente e la Farfalla mi paiono custodi adeguati  per qualcosa di cui si desidera prendersi cura.

Che Bellezza si sempre intorno.

Adriano.

 

By |2019-10-14T13:17:31+00:00agosto 21st, 2019|Blog|4 Comments

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4 Comments

  1. Anadege settembre 2, 2019 at 8:44 am - Reply

    … Il passaggio della farfalla mi ha commosso…
    É proprio una caratteristica nel modo di scrivere di Adriano, portarci dentro.
    Curiosa per il seguito!!

  2. Anadege settembre 2, 2019 at 8:47 am - Reply

    … Il passaggio della farfalla mi ha commossa..
    È proprio una caratteristica dello scrivere di Adriano, portarci dentro.
    Curiosa per il seguito!

  3. Alberto quetzal settembre 3, 2019 at 8:24 am - Reply

    Grazie dell’invito

  4. Guerino settembre 16, 2019 at 3:40 pm - Reply

    Ciao Adri, bel racconto. Bella esperienza. Evoca tanto. Cose nascoste da qualche parte. Un abbraccio, a presto. Gue

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