1 dicembre 2019 Un amico sta morendo

 Buongiorno.

L’ho conosciuto un paio di anni fa: non ci siamo frequentati molto, e forse proprio per questa intermittenza ho avuto di lui immagini lampo inserite qua e là nel tempo, che con la loro brevità regalavano un’impressione; quattro, forse cinque di queste, non di più.

Restano impresse nella memoria, se ne ricorda particolari, sono sempre associate a sentimenti: la sua figura, in qualche modo mi è cara, ci tengo.

Ci siamo incontrati ad una conferenza : io portavo delle cose, lui era fra coloro che ascoltavano.

Dopo ci siamo conosciuti e ci siamo raccontati del nostro cancro, di ciò che ne stavamo facendo.

Eravamo su strade che andavano in direzioni diverse, il cui fine lontano era però unico, anche se mai dichiarato: la guarigione. 

Mi chiedo se questa frase abbia un senso, perchè ormai da molti anni sono, in un modo o nell’altro, da terapista e da paziente, da insegnante e allievo, a girare attorno a questo concetto, e ho dovuto rivedere molte convinzioni, riempire molta della mia ignoranza, inchinarmi.

Il confronto con l’infinità dei propri comportamenti, verificando se siano o meno adeguati alla direzione che desideriamo dare alla vita, è quotidiano, e la risposta su cosa significhi guarire varia in continuazione.

Anche io sto morendo, come tutti, ma stiamo entrambi, io e il mio amico, ancora vivendo, e il tempo cambia, si torce, si avviluppa, come un panno bagnato e strizzato: esce il superfluo, che pure è servito a lavare, e questo nuovo, ancora indistinto concetto di tempo è di conforto.
Mi disse che si era affidato ai protocolli che gli erano stati proposti, e che intorno a questi tesseva una serie di cose: regolava l’alimentazione, faceva shiatsu, coltivava la calanchoe, e altre buone pratiche.
Io gli dissi che avevo rifiutato i protocolli ed ero andato in sud America, e che intorno a questo stavo anch’io facendo buone pratiche.
In quel momento l’ho sentito vicino, non ho sentito differenze, avevamo in comune paura e speranza, ed una massa indefinibile di affioramenti confusi e agitati che cercavamo entrambi di dipanare.
Non aveva importanza il fatto che usassimo strumenti diversi, perchè in questo eravamo uguali.

Dopo un anno si è avvicinato di nuovo, ed è gradevole averlo attorno: è gentile, affettuoso, rispettoso.
Gli piace fare una pennichella sul divano della cucina, gli piace mangiare, sa fare i cerchi col fumo.
Ha fatto sapo tre volte, credo, e ha tomato con noi una volta: si è avvicinato piano, con prudenza e curiosità.
Lo vedo guardarsi, cercar di oggettivare le cose, di vivere quel che sta passando, come me.

Terzani diceva che chi si ammala di cancro diventa diverso, e che sente qualcosa di speciale in comune con chi sta passando la stessa esperienza: è vero, una parte che è affiorata alla coscienza, rimasta confusa e  ingombrante, viene rischiarata da lampi, si lascia vedere.
Anche questo, certamente, abbiamo in comune.
In qualche modo ci siamo aiutati, toccati, intesi: anche in questo momento lo stiamo facendo.

Per quanto mi riguarda, il cerchio iniziato dal momento in cui il concetto di passaggio si è affiancato a quello di malattia, espandendosi poi nella sfera della guarigione, sta chiudendosi, presentando un’ulteriore  immagine del passaggio: un’altra fase della vita finirà, come sarà dopo?
Ma dopo quando: mi sembra che il dopo sia un susseguirsi di adesso, che è, invece pare, l’unica cosa che conti.
E il concetto di morte inizia anch’esso, come il tempo, a torcersi e mutare: un passaggio, una trasformazione: molti asseriscono che accadano cose, dopo.
Io non ho verità da condividere, ma può essere: forse tante descrizioni, anche diverse fra loro, stanno esprimendo un’unica realtà percepita in diversi modi, e forse ciò è indice del fatto che qualcosa succeda, che in qualche modo continui un’interazione, che adesso raramente riusciamo a percepire con questi sensi.
Esploreremo anche questo aspetto.

Ora siamo ancora qui, io, il mio amico e tutti noi.
Siamo ancora immersi in questi sensi, che ci inviano immagini di noi e degli altri, e che scompariranno con tempi diversi: l’olfatto, spero per me sia l’ultimo a dileguarsi.
Queste immagini aprono dei varchi che si riempiono di sentimento, che sopravvive al visto, al toccato, varchi che conducono in un territorio dove molte cose sono possibili, dove un certo tipo di vita continua ad esistere, anzi, è sempre esistita mentre eravamo occupati a fare quel che chiamiamo vivere.
Forse ora si entra in una dimensione più larga, la cui periferia si è rivelata, vedendo la morte davanti, con un cambiamento di valori, di interessi, di amici; con un incontro, una paura, una visione.

Una dimensione più larga che si sovrappone ad altri percorsi di comprensione: le immagini confluiscono, davvero non importa più come si voglia chiamare il dio, ormai il dio è descritto come indefinito e va bene così, ma c’è; forse è un’aquila, forse una spirale, forse un rumore.
E tutto ciò assume un senso, o meglio appare chiaro che un senso ci sia, anche senza vederlo tutto.
Quindi la domanda che pongo a me stesso è: qual è il mio ruolo, in tutto questo?

Finora mi sono visto con gli occhi di sempre, educati a vedere solo alcuni aspetti, ma ora altri occhi si aprono, altre orecchie, cambia la percezione di suoni, colori, contorni: anche si amplia quella del sentimento, come se all’orchestra si aggiungessero archi, fiati, percussioni.
Si indovinano cose, a volte la telepatia è evidente, si evidenzia una rete fra gli avvenimenti della vita, e diviene man mano più importante degli avvenimenti stessi, che acquistano prospettiva, collocamento, pace.
Ed è evidente che la rete dei nostri atti è connessa con altre, forse con tutte le forme viventi, e che siamo troppi piccoli per vedere tutto ciò, ma che possiamo allargare lo sguardo.

 

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2019-12-01T21:55:22+00:00dicembre 1st, 2019|Blog|0 Comments

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