15 gennaio 2020   La libertà di curarsi

Il futuro, adesso ce l’ho.
Lo avevo perso, non lo trovavo da nessuna delle parti che conoscevo.
Le operazioni, le parestesie progressive, la necrosi e tutte quelle ernie protruse mi avevano messo in ginocchio, e il tumore mi ha costretto: acuesta!
Eppure, dopo un mese e mezzo dall’operazione, ero in Texas, a sottopormi ad una dose di Kambo eccezionale, per dieci giorni di fila, con dosaggi progressivamente più elevati, e ho permesso che una sostanza sconosciuta entrasse in me così esageratamente, tutta insieme.

Il protocollo ospedaliero comprendeva la necessità di una instillazione via uretere settimanale, per sei mesi, e poi a scalare, fino ai due anni, del bacillo di Koch, cioè il bacillo della tubercolosi.
Per due anni avrei dovuto passare i giorni dopo l’instillazione a sfiammarmi a sufficienza per ricevere la successiva.
Il tutto per una riduzione della probabilità di ricaduta dal novanta al cinquanta per cento.

Il futuro, adesso, ce l’ho perchè ho visto quel tipo di futuro e non mi è piaciuto: ho sempre sofferto lo stare legato, non disporre del mio tempo.
In quel futuro non avrei avuto alternative, e ho cercato le possibilità.
Queste si sono aperte, e un corridoio luminoso, come per Alice nel Paese delle Meraviglie, è apparso.

Tuttavia queste cure sono proibite, in Italia.
In Ecuador sono regolamentate da un Consiglio di Anziani, il PKR, ufficialmente riconosciuto dal Governo, che ha un regolamento stilato secondo le leggi ancestrali.
Una specie di Ministero della Magia retto da saggi, anziani, sciamani e guaritori.
Ma questo l’ho saputo dopo.
Nella assoluta mancanza di informazioni, sono finito diritto fra le braccia di Carlos, dopo meno di una settimana in Ecuador.
Lui, ha detto, ci aveva sognato.
Lui è yachak anziano della comunità Rukullacta, ma questo l’ho saputo dopo.

C’è un problema di libertà di cura, qui da noi.
Inducono a fare cose che aggrediscono il corpo e lo spirito, dicendo che non c’è altra alternativa.
Nel mio assoluto ed eterno rifiuto ad assumere farmaci chimici, e men che meno antidolorifici, dopo la prima operazione, sopraffatto dal dolore ho ceduto e per due giorni sono ricorso alla morfina, ma ho preferito il dolore allo stato di instupidimento in cui sprofondavo.
Quel presente non mi piaceva, non potevo permettere che diventasse un futuro.

Dove va la ricerca della guarigione, in foresta?
Nella responsabilità, per chi è malato, di considerare che è fatto di corpo, psiche e spirito, e che se non si prende cura di tutte e tre le sue parti morirà senza capire.

L’Ayahuasca insegna, dicono gli Anziani.
Il Sapo protegge, la Marijuana è la sacra pianta dell’Apertura: la meditazione ha mostrato che esiste altro dal conosciuto.
La malattia è un transito; c’è bisogno di protezione, guida, empatìa, saggezza, visione, e per far ciò tocca essere forte: imparare a farsi del bene, diventare forte attraverso questo.
Quindi, non mi posso permettere errori di altri.
Devo essere libero di esplorare quel che mi sta succedendo, e questo è un buon motivo per rifiutare i protocolli ospedalieri: per me lo è stato.

Gli Anziani Lakota dicevano che le cose hanno uno spirito: è un altro buon motivo per circondarsi di persone, eventi, oggetti che diano vita; mangiare, leggere, guardare quanto possa nutrire in modo allineato; curarsi con sostanze che camminano in sintonia con quel che consideriamo essere un percorso.

La libertà di cura non è solo un’idea, riconoscimento del libero arbitrio, o ribellione ad un potere.
È la messa in pratica dell’immagine che si ha di se stessi, del proprio divenire: è una dichiarazione e una azione su come si vuole vivere, e morire.
È frutto di un processo, e della consapevolezza dello stesso.
È atto individuale, intimo, qualcosa che ciascuno sussurra a se stesso, di cui ognuno si assume la responsabilità.
Non può diventare bandiera, deve essere scelta, presa di coscienza, atto di vita.
Volere la libertà di cura, significa assumersi la responsabilità di curare se stessi.
Questo è un grande passo, da cui non si torna indietro, perchè una volta lì, ci si rende conto che non esiste altra possibilità.
Anche se capita di scivolare e di cedere, ogni volta che si è a terra, a braccia aperte come in una resa, c’è, in un angolo della mente, la consapevolezza che l’unica strada percorribile è l’assumersi la responsabilità di se stesso.

Libertà di cura significa che ho il diritto di esplorare la mia malattia.
Microscopi e analisi del sangue sono a una estremità del ventaglio: all’altra c’è la visione.
È l’assurdo imposto dal luogo comune che contrappone medicina e quel che viene definita magìa.
In Ecuador, ad esempio, non è così: sciamani collaborano con medici ospedalieri, e viceversa.
Libertà di cura significa esplorare: un esploratore allarga il proprio territorio, senza prenderne possesso.

Per chi sceglie, per sè, la libertà di cura, il non attaccamento è un passaggio da affrontare.
Il più grande attaccamento che possiamo avere è alla vita in sè, sotto qualunque forma si presenti, ed è questo il Luogo delle Scelte, dove si orientano le proprie energie: qual è l’aspetto del mio attaccamento alla vita cui posso rinunciare?
È un lento pulirsi, alleggerirsi, ricordare.

Per chi sceglie questo cammino curarsi è capire che significa prendersi cura di sè.
Non significa allontanare i medici, nè tuttavia gli sciamani.
Significa assumersi anche la responsabilità di ciò che faranno, medici e sciamani e chiunque si decida di consultare: il nostro unico potere è la Scelta, dicevano gli Anziani.
E se scelgo la chemioterapia e me ne assumo la responsabilità, questo mi fa onore, e la mia scelta è sacra, come lo sarebbe scegliendo la via dell’Ayahuasca, o l’omeopatia.
La caccia alle streghe non si è mai conclusa, solo, si presenta con altri aspetti. 

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2020-01-19T11:26:24+00:00gennaio 16th, 2020|Blog|0 Comments

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