18 gennaio 2020 Texas! …e Peter Gorman

Buongiorno.

Considero il kambo/sapo parte integrante della mia terapia.
Riporto in questo lungo e fin troppo dettagliato articolo il mio incontro con il sapo, svoltosi, come poi avrò a dire, in una condizione irripetibile: difficile pensare di ritrovarsi ad assumere una tale quantità di sostanza in un tempo così breve.
Tuttavia ciò ha permesso di capire, sentire, comprenderne l’essenza.

 

19 agosto 2018.

Dice Bianca che questo è proprio il mio viaggio, perchè in due giorni abbiamo conosciuto altrettante persone di nome Adriano, di solito cosa insolita: lo steward dell’American Airlines, prestigiatore divertente e generoso, ed il genero di Peter, gentile e disponibile; io aggiungo anche che, in questo primo incontro, ho visto in Gorman cose che mi appartengono o che mi potrebbero appartenere, ed ho la sensazione che anche per lui sia lo stesso.
Sembra di essere in un film, perchè stiamo vivendo in mezzo a cose e persone e paesaggi che si vedono, appunto, nei film americani; l’esserci dentro non è del tutto piacevole.

Sono seduto in poltrona davanti ad una grande vetrata sigillata, nella stanza 317 del Motel 6, a Joshua, Texas, e ho appena incontrato Peter Gorman: una realtà che fino a ieri sembrava lontana e fuori squadra.
La sensazione è quella, netta, di essermi messo su di un nastro trasportatore da cui non sarebbe possibile scendere se non a costo di inutili ferite, e così ora, dopo averlo incontrato, ed aver ascoltato quel che ci aspetterà nei prossimi giorni, sento sotto di me il nastro che continua a portarmi in una direzione che non potevo prevedere quando l’ho messo in movimento.

Peter è più basso e grasso di quanto mi aspettassi, più gradasso di quanto pensassi, ma la sua casa e i suoi occhi mi piacciono; era visibilmente alticcio, ed è ovvio che non dovrebbe bere, ma è altrettanto ovvio che è un uomo che ha fatto le sue scelte, e che continua a farle.
Spero che nei prossimi giorni parli di meno: il mio inglese è stato imparato in India, e perdo energia a cercare di seguire la parlata veloce e impastata del Texas: a me basterebbero meno parole, ma forse è abituato a persone che invece ne vogliono tante.
Ci ha portato nel suo giardino, a vedere i suoi ponti di legno, costruiti su di un piccolo fossato e dipinti di rosso mattone: dopo il rapè sputavamo tutti e quattro dal ponte con le balaustre, e sembrava di essere chissà dove, a sputare nel vuoto.
Dice che siamo tosti, ‘tough’, e che io sono sospettoso perchè ho mia figlia con me: gli ho detto che non è vero, che se fossi sospettoso non sarei venuto dall’Italia, e allora mi ha detto che era felice che io fossi venuto da così lontano.

Peter parla saltando da discorsi importanti a ricette di cucina senza cambiare tono e registro; recita i personaggi di cui narra episodi; cammina nervoso e veloce sulle gambe gonfie, la destra lacerata dalla ferita del morso di un ragno velenoso che sembra non rimarginarsi ormai da anni: fa tuttavia discorsi che toccano, e sembra che non si possa non volergli bene.
Fuma e beve, e dichiara che lo fa solo dalle due alle sei del pomeriggio, e lo chiama celebrare: siamo stati insieme dalle tre alle sei e l’ho visto finire una bottiglia di rosso già iniziata prima, iniziarne un’altra ed andare oltre la metà; abbiamo fatto rapè insieme, e fumava e parlava e beveva e sputava e si raschiava la gola e cantava canzoni senza porre silenzi o pause: era l’immagine di un torrente che rotolava a valle saltellando fra rocce e cascatelle, gorgogliando e inondando di spruzzi le rive.
Possiede una onestà nei confronti del dolore che riconosco: mi piace, ma bisognerà stare attenti alla sua follia. Vedremo.

Devon è un ragazzo che sta qui da qualche mese, e guarda e si rivolge a Gorman come si farebbe con un maestro; Peter si comporta con lui come tale: potrebbe chiamarsi devozione, ma non so nulla della loro storia. Vedremo anche questo.
Devon ci porterà avanti e indietro, e ci assisterà nelle sessioni, che si presentano, almeno nella descrizione, progressive e pesanti a partire dal terzo giorno. Peter ha avuto bisogno di ripetercelo, e ancora devo comprendere perchè. Ci sono molte cose che mi fanno dire vedremo, ma nessuna mi sta fermando, e questo è buono.

Ora è sera, Bianca è crollata, vestita, sul suo letto e dorme; io faccio scorrere le immagini di oggi, la spesa al supermercato, la discussione con gli indiani che gestiscono l’albergo, il vento caldo della pianura che ci asciuga il sudore mentre camminiamo ai bordi di questa statale larga più delle nostre autostrade, su cui scorrono automobili e camion enormi, frusciando con una regolarità da videogioco; i trentasei gradi che scendono di una ventina a entrare in luoghi con l’aria condizionata, cioè ovunque; la sensazione che ogni cosa sia separata da ciò che la circonda; l’impersonalità sparsa delle relazioni su cui risalta invece la personalizzazione portata all’estremo di macchine, targhe, case; le enormi roulottes che transitano sulla statale, che dove mai potranno essere messe se non in una piazzola enorme, vicina ad altre simili, in una riproduzione di case a schiera: ti chiedi come doveva essere, qui, non più tardi di trecento anni fa, e salta agli occhi quanto gli americani non abbiano avuto mai rispetto per nulla trovato sul loro cammino, natura o esseri umani che fosse.

A girare per questi luoghi, come stiamo facendo, ci si chiede se in Texas i pedoni siano proibiti: soli e straniati come eravamo, senza una sola persona che viaggiasse a piedi se non dalla macchina alla porta del bar, camminando ai bordi della statale sotto il sole del mezzogiorno e nel vento caldo, con lo scorrere continuo delle macchine ed il miraggio del supermercato a mezzo miglio, mi son detto che forse ci avrebbero sparato, come sparavano ai bisonti dal treno, nell’ottocento.
Nel parcheggio del supermercato, una ragazza vestita di nero sta su una Harley, nera anch’essa, in evidente attesa del suo ragazzo: capelli lunghi, gilè di pelle nera su una canotta dello stesso colore, ha alla cintura un lungo coltello da caccia, in una fodera di cuoio ovviamente nero: mi sono ricordato improvvisamente che qui in America le armi si vendono nei negozi, e mi sono sentito a disagio.
Quanti, fra le centinaia di guidatori che abbiamo incrociato in poche ore, hanno nel cruscotto un revolver?

 

20 agosto 2018.

Sono le quattro del mattino, e c’è un grande silenzio. Bianca dorme, io mi rigiro nel letto, i crampi alle gambe e alla pancia non danno tregua e ho un gran mal di testa.
Fra poche ore iniziamo la danza, e quel che provo in questo momento è un misto di curiosità, desiderio di qualcosa di forte, e paura del dolore, come se non ne avessi abbastanza con cui confrontarmi.

 

21 agosto.

Mattina.
Ieri abbiamo avuto la prima sessione: un punto di bruciatura a testa.
Siamo in questa stanza-entrata-ufficio-sacrario che è, evidentemente, il regno di Peter, e in cui passa la maggior parte della giornata, a parte la cucina in cui non vuole che nessuno metta mano: qui scrive, lavora al computer, tiene le sessioni di kambo, riceve le persone; contemporaneamente questa è anche l’entrata principale della casa, per cui ognuno passa per di là.
Madeleine è entrata, ad esempio, insieme ai cani, portando nelle mani un gallo vivo, che dal cortile interno doveva essere riportato al pollaio.

La stanza è piena di ogni tipo di ricordi: piccoli crani di scimmia, piume cerimoniali, stecche di sapo, premi letterari ricevuti, foto, monili amazzonici, libri; il soffitto è basso, un ventilatore di legno ruota lento, e sul pavimento, anch’esso di legno, parecchio sconnesso, un tappeto che ha visto tempi migliori accoglie Boots, il vecchio cane saggio che ti morde se non ti presenti; un divano, su cui Bianca è seduta, una poltrona su cui sono seduto io e un’altra che accoglie Devon: Peter officia il sapo dalla sedia del suo computer.

Peter parla per una mezz’ora, racconta del sapo, ne spiega gli effetti, parla di cose mediche; comincia a elencare cosa deve fare chi officia, le precauzioni da tenere, alcuni casi clinici.
Poi appaiono il tamishi, una stecca di sapo, un coltello e due accendini, e Devon inizia a preparare il bastoncino: brucia Bianca, poi me, mentre Peter ha preparato la sostanza.
La applica, e nel giro di pochissimi secondi sento un calore forte apparire più o meno dal petto e avvolgermi la testa, il collo, soprattutto le orecchie.
Peter sta cantando, agitando le foglie della foresta, e il suo canto si rivolge al sapo, gli dice di prendersi cura dei suoi amici, degli organi dei suoi amici, e parla del fegato, e mi sembra che questo canto sia personalizzato, di volta in volta, su di una base sacra fissa: è piacevole, soprattutto perchè mi riporta alla foresta, e stabilisce una sorta di contatto fra noi.
Peter lo ha spiegato dicendo che il sapo potrebbe avere un inizio violento, e il canto andrebbe ad attutire l’impatto. A me non importa il motivo: mi piace così e così va bene.

Ci guardiamo con Bianca: lei ha gli occhi grandi, come sempre quando sperimentiamo, ma oggi sono solcati in un modo insolito; non sono arrossati, ma ci sono proprio grosse vene rosse, e iniziano a gonfiare le palpebre.
Mi godo questo calore e aspetto il peggio annunciato; intanto giro lo sguardo intorno, osservo le pareti, le centinaia di cose che vi sono appese, osservo le foto, stando seduto in poltrona.
Passano una decina di minuti, Devon ci toglie il sapo, perchè, dice Peter, diventa appiccicoso e potrebbe essere difficile rimuoverlo del tutto; ormai ha fatto quel che doveva, e si corre solo il rischio di toccarlo e portarlo inavvertitamente agli occhi, con conseguenze dolorose.

Usciamo, e il clima è buono, sotto l’ombra delle quercie attorno casa: c’è un bel venticello, non fa troppo caldo, i colibrì vengono a suggere dai piccoli abbeveratoi appesi al patio.
Peter ci offre il nu-nu, lo somministra lui: a me piace assai, assumere il rapè, e ne vorrei ancora.
Questo peggio che doveva arrivare si presenterà più tardi, nel pomeriggio, ma nel frattempo mi godo la natura, anche se a dieci metri sfrecciano le automobili texane, fruscianti ed enormi.
Sotto la quercia grande del giardino, all’ombra, sto a guardare i falchi e le poiane spelacchiate che girano basse sopra di me: ci sono un sacco di uccelli spelacchiati, qui attorno, ieri guardavo uno stormo di qualcosa che sembravano gazze appena uscite da un frullatore, magre, con le penne arruffate e rade, con un aspetto inquietantemente preistorico, come dei velociraptor in miniatura; oggi le poiane sembrano essere passate attraverso la stessa esperienza.

Mi sembra sia passata un’infinità di tempo, da quando siamo arrivati stamani, ma in realtà sono appena le prime ore del pomeriggio, e decidiamo di tornare in albergo.
Stiamo bene, abbiamo fame, mangiamo, ma verso le cinque mi prende un malessere profondo, una debolezza e una stanchezza che mi fanno temere di vomitare, non riesco a stere seduto, e sono costretto a sdraiarmi: poco dopo andrò in bagno, e mi stupirò di quanto riuscirò ad alleggerirmi; il risultato finale è stato un crollare sotto un peso antico, che mi impediva di fare altro che chiudere gli occhi e sognare.
Gli infiniti risvegli che si sono susseguiti dall’imbrunire a stamani verso le sei, poco prima dell’alba, hanno portato immagini, sogni, episodi di vita vissuta, ricordi, fantasie, senza soluzione di continuità: evidentemente ho lasciato andare molto.
Era ancora buio quando ci siamo svegliati definitivamente, abbiamo mangiato con fame entrambi, e ora stiamo aspettando Devon, che ci verrà, come ogni giorno, a prendere: oggi due punti di sapo, e sembra che l’effetto sia più del doppio di uno.

Pomeriggio.

Per quanto mi riguarda, il calore che ieri mi era parso così forte e piacevole, oggi, con due bruciature, non è stato così intenso; si è avviata invece una abbondante sudorazione, ho sentito il cuore battere forte, per un lungo tempo, e questo mi ha allarmato un poco.
Peter ha praticamente ripetuto quanto detto ieri, sulla prudenza nel somministrarlo, poi la cerimonia si è avviata. Ho ascoltato meglio il canto, e sì, parlava dei vari organi, ed oggi ha insistito, o forse l’ho recepito io così, sul cuore, e si è rivolto al sapo, chiedendo di aiutare i suoi amici.
È uno strano personaggio, a vederlo muoversi, come non volesse etichette che, evidentemente, non desidera o che non crede di meritare: ad esempio, canta, e segue anche con canti interiori, dei quali a volte gli scappano sillabe, tutto il percorso del sapo; si purifica e pronuncia frasi di cerimonia, ma insiste con il dire che lo fa per farci entrare meglio nel lavoro, come se fosse qualcosa di puramente tecnico; va e viene, lasciando a Devon il compito di assisterci, ma in realtà non ha da fare nulla più di quel che sta facendo con noi, e sembra quasi che si comporti così per diminuire il coinvolgimento; crede fermamente, ne sono convinto e lo ha detto, che si sta lavorando con lo spirito della rana, ma porta l’accento sul fatto che sia un lavoro esclusivamente di eliminazione di tossine; ci dice che soffiare il nu-nu sia passare qualcosa di sè, ma lo fa in fretta, scomparendo in cucina subito dopo: in queste cose mi ricorda me, il mio eterno schermirmi, l’aver paura di risultare l’immagine di quel che gli altri desiderano che io sia.

E poi c’è il nu-nu, dopo il kambo, che mi piace molto, contrariamente a Bianca, che sembra temerlo più del sapo.
Oggi Peter mi ha chiesto quanto ne volessi, ed io ho risposto che, visto che c’erano stati due punti di sapo, mi sembrava giusto ci fossero due soffiate per narice, e così è stato.
Devo ancora capire cosa esattamente mi faccia il rapè, ma mi piace, mi mette in uno stato di quasi ebbrezza, certo qualcosa di vigile, anche di sognante, se le due cose non sembrassero in contraddizione.
Certamente i primi minuti li passi a sopravvivere, con il naso intasato da questa polvere verde che devi cercare di non inghiottire e di non lasciar uscire troppo presto: insomma, te la devi tenere dove ti è stata soffiata più a lungo che puoi, ma poi ad un certo punto non è più possibile e allora soffi il naso, e ti meravigli di cosa scende.
Dopodichè inizia la parte migliore, perchè c’è, finalmente, la possibilità di guardarsi attorno e di sedersi in pace da qualche parte, ad ascoltare cosa succede, e per un’oretta, almeno con le dosi che finora ho provato, succedono cose belle.
Domani, se sopravvivo ai tre punti di sapo in un modo decente, vorrei avere tre soffi di nu-nu per narice, e dopodomani quattro; dice Gorman che i cacciatori arrivano anche a una dozzina di soffi per narice, ma non credo che andrò a caccia, per i prossimi anni: mi basta acchiappare sogni, vedere le cose in una maniera nuova, sperimentare nuove antenne.

Ogni tanto ricordo a me stesso che sono qui perchè ho un tumore che si ripresenterà quasi certamente, e che lo farà in maniera aggressiva e subdola; mi dico anche che, rifiutando le cure propostemi, arriverà il momento in cui decidere di fare esami che mi renderanno radioattivo, per vedere se, e nel caso dove, si sia riaffacciato.
Ma da quando ho deciso di venire qui, e non so se c’entra Peter o il fatto che sono in viaggio, o la vicinanza di mia figlia, o tutte e tre le cose insieme, sta di fatto che non ci penso, non mi assillo.
Sono su di un mio percorso, ancora lo sto disegnando, e camminando in parte su sentieri altrui, per vedere quali aspetti posso incamerare, fare miei e quali invece creare a partire dagli stimoli che ricevo.
Mi rendo conto che, con Gorman, sto annusando, bevendo quel che riesco, e già vedo cose che mai riproporrò e altre che invece stanno stimolando la mia creatività: prego perchè possa portarle a compimento.

 

22 agosto 2018.

Notte.

Ho dormito un paio di ore, e ora sono sveglio, con il desiderio fisico di dormire, ma il sonno non mi è amico.
Temo questa situazione, perchè fra qualche ora avremo la terza giornata, con tre punti di sapo, e ho paura che la stanchezza mi possa fare scherzi.

La mente scivola, non riesce a fermarsi su nulla: che fare di quanto stiamo facendo, come organizzare il prossimo futuro, quando tornare in Ecuador, i problemi a casa, sembrano tutte cose lontane.
Perfino il mio fisico, che sta avendo un notevole peggioramento nelle parestesie, in questi giorni, sembra non preoccuparmi, non mi sta suscitando angoscie o paranoie, e questo potrebbe parere positivo se non fosse che, parallelamente, non c’è neppure un sano interesse per esso; potrei approfittare per fare esercizi, ad esempio, o per curare meglio l’alimentazione: sembra quasi che non mi riguardi, e non mi piace, non capisco se è una reazione a quanto mi circonda o un effetto del kambo, e potrebbe anche essere qualcosa che ha a che fare con Gorman.
Certamente non è persona facile a frequentare, ed il suo essere così affabile e un po’ spaccone, oltre che molto americano, è uno schermo dietro cui guarda le cose e si lascia guardare.

Pomeriggio.

E anche oggi è andata: tre punti di sapo, e stavolta devo dire che li ho sentiti arrivare vicino ad un limite.
Peter parla del kambo-style da un punto di visuale che mi è chiaro ma non del tutto: ad esempio, per quanto riguarda il vomitare, per lui coloro che lavorano, appunto, in kambo-style ti spingono a bere una certa quantità di acqua prima della somministrazione, per facilitare, ma con lo stomaco pieno di liquidi è praticamente certo, il rigetto e quindi mettere in moto una spremitura della cistifellea: afferma che questo è certamente un modo, ma che così si devia l’attenzione sullo stomaco, attenuando la consapevolezza dell’intervento del sapo su altre parti.
Credo che con questo, ora che un poco mi sembra di riconoscere i suoi schemi di ragionamento, stia a significare che il sapo lavora anche su altri livelli, non necessariamente fisici.
Tuttavia non manca mai di ripetere, ogni giorno, che i Matses lo usano essenzialmente per la caccia, per acuire la vista ma anche l’intento, ed è chiaro che, se l’estratto viene usato per mettersi d’accordo con gli animali che verrano uccisi, in un’immagine del futuro in cui la visione rivela quando e dove sarà l’incontro, la focalizzazione sta nel proiettarsi nell’intento della caccia stessa.
Spostandosi all’interno di una realtà in cui si sta andando a caccia di ciò che impedisce di affinare l’intento, cercando il focus necessario per incontrare le ombre, andando a guarire noi stessi, il sapo deve avere lo scopo di renderci cacciatori che respirano lo spirito della caccia stessa.

È chiaro che detesta l’uso, diciamo così, ricreativo delle piante sacre, specialmente del rapè, dato che il kambo non si può certo definire, come del resto l’ayahuasca, una droga ricreativa, ed è per me altrettanto chiaro che cerca di far passare un messaggio in cui l’esibizione dell’assunzione delle piante debba essere seppellita dalla pragmaticità che contraddistingue le genti della foresta: il sapo serve perchè altrimenti non si mangia, e si viene sopraffatti dalle malattie; l’aspetto ludico viene dopo che la pancia sia piena ed il corpo sano.

C’è molto affetto, in lui, per le cose della foresta, e una sorta di rassegnazione a vedere come i gringos abbiano e stiano tuttora stravolgendo una saggezza che porta vita, in una rappresentazione grottesca per spiriti illuminati: è quel che io ho sempre definito il turismo spirituale.
Comprendo bene questo sentimento, perchè l’ho sempre vissuto fin da quando ho imboccato la strada della terapia: quando iniziai a fare shiatsu, nel 79, tutti noi lo consideravamo alla stregua di un’arte, che veniva passata da maestro ad allievo, con l’implicita consapevolezza che fosse una strada che avrebbe cambiato la vita di chi la scegliesse; non più tardi di una quindicina di anni dopo i diplomi di shiatsu venivano rilasciati dopo pochi mesi di corso, e lo spirito si andava perdendo.
Quando iniziai, sul mio biglietto da visita stava scritto Adriano Parmigiani – Shiatsu, e la gente mi chiedeva se avessi ascendenze giapponesi; all’epoca in cui lasciai l’istituzione che avevo contribuito a costruire, cioè nei primi anni novanta, ed era una Federazione Nazionale, solevo dire che a Milano, città in cui ero nato e in cui lavoravo, metà delle persone facevano shiatsu e l’altra metà se lo faceva fare.
Questo vale per ogni altro turismo spirituale incontrato in questi quaranta anni di lavoro, compreso il folklore attorno ai Nativi Americani, quindi capisco bene Gorman, ma meno afferro il suo modo di fronteggiare questa decadenza o, forse, mi sfugge il modo suo di attenuarne la tristezza.
La foresta è nei suoi modi più di quanto sembri, e inizio a leggere fra le righe: spero di specchiargli la mia vicinanza.

Oggi tre punti, e tre soffiate di nu-nu: anche in una situazione come quella odierna, sento più il dopo sapo che i quindici minuti dell’effetto.
Certamente quel quarto d’ora oggi è stato molto peggio che nei giorni scorsi, ed il cuore si è fatto sentire ben forte, così come i dolori al fegato e alla pancia, e la sensazione di malessere, nel momento in cui non sai se la liberazione possa avvenire verso l’alto o verso il basso, è continuata più a lungo del solito e anche a distanza di ore si fa sentire.
Ma oggi ho sentito anche l’euforia, il bisogno di muovermi, l’accumulo di energie che avevano bisogno di esprimersi, e non hanno trovato altra strada che le parole, e mi sono rivolto a Peter con il naso che colava nero, e gli parlavo della mia casa e della mia famiglia, della terra: tutta energia che non sapeva come altro uscire.
Ho visto in me quel che lui diceva dei Matses, che quando hanno la pancia piena e festeggiano la buona caccia avvenuta, si lasciano andare a fare i buffoni per divertire la famiglia: parte davvero questa energia frizzante e incosciente, ed è bello.
Ancora adesso mi sento ‘mareado’, e, nonostante abbia mangiato più volte e bevuto, sento il sapore del nu-nu salire a ricordarmi di quel che è stato.

Stiamo assumendo, mi sono reso conto oggi, dosi davvero massicce di kambo: abbiamo collezionato finora sei bruciature, che domani diventeranno dieci e, alla fine saranno una quarantina, che, se le paragono a quelle in kambo-style che avevo provato a Venezia, che erano due e non mi avevano spostato di un millimetro, sarebbe come se di quelle ne facessimo un centinaio; mi chiedo questi movimenti di tossine dove vadano a finire, quali livelli coinvolgano, che sovraccarichi agli organi mettano in moto, dove si veda lo smaltimento.
Certamente in questi giorni, e soprattutto oggi, dopo il sapo, ma soprattutto dopo il nu-nu, le mie gambe e la mia pancia hanno raggiunto livelli di parestesia mai provati, che tuttavia in altra situazione mi avrebbero mandato fuori di testa: lo spirito è diverso.
Gli ematomi che avevo alle caviglie si sono tuttavia ridotti, la pelle delle mani rimarginata e pare si sia fatta come una pellicola di protezione sulle dita; nonostante il cibo ben poco appropriato, data la situazione, non stanno saltando fuori strani disturbi, e anche Bianca, che ormai da giorni si è vista costretta ad abbandonare la dieta che tanto bene le aveva fatto, non sta lamentando peggioramento alcuno.

Peter e Devon continuano a dire che siamo tosti, e stamani avevano messo le mani avanti, dicendo che, a volte, il passaggio da due a tre punti induce ad un salto di qualità, ma, nel vederci entrambi a non vomitare, e a reggere come abbiamo fatto le tre bruciature, continuano a rimanere perplessi.
Domani sarà il giorno peggiore, con quattro punti in una volta, che sarà il massimo che sperimenteremo: se la botta iniziale dovesse essere esponenziale, come dice Peter, cioè che due sono più del doppio di uno e tre più del doppio di due, quattro dovrebbe essere più del doppio di oggi.
Come con l’ayahuasca, non serve sapere che finirà.

Bianca sembra reggere bene come me il sapo, ma non il nu-nu, che le toglie, ormai l’abbiamo visto due volte, il benessere che lascia il passaggio della rana.
Stiamo, naturalmente, confrontando le sensazioni, ma per ora sfugge il livello in cui il sapo lavora: Peter dice che sono solo tossine messe in circolazione, e che in realtà non si sente l’effetto del sapo ma dell’avvelenamento che provoca mettendo in circolo le nostre stesse tossine, quelle che ci fanno sentire male.
Non ne sono del tutto convinto, o almeno non è tutto qua, ma è ancora troppo presto perchè possa dire qualcosa di personale in merito.

Per quanto riguarda il nu-nu, invece, mi piace assai, e oggi, come dicevo, con il naso pieno di polvere verde sparatami tre volte per narice da un Gorman divertito e solenne al tempo stesso, non riuscivo a star fermo, nè con il corpo nè con lo spirito, e avevo voglia di contatto, di condividere, di scherzare; sentivo dolorosamente quanto il mio spirito fosse giovane ed il mio corpo non potesse seguirlo nei desideri: ad un certo punto avrei voluto fare capriole sul prato.

 

23 agosto 2018.

È ancora buio, ma hanno già spento i lampioni qua fuori, e iniziano i colori dell’aurora.
Ogni giorno è come una pulizia: stanotte una interminabile diarrea mi ha accompagnato dalle tre fino a poco fa; ieri notte ho spurgato dal naso quantità di muco che non riuscivo a credere potessero essere contenute nella fronte; il primo giorno, parimenti, l’intestino ha dato, in assoluto, il meglio di sè.

Sera.

È stata una lunga giornata, ed ora siamo in albergo, dopo una doccia e un the, a preparare cena e a rilassarci.
Abbiamo avuto quattro punti di sapo, il massimo che prenderemo tutto insieme, il massimo che Gorman dispensa: darne di più è agonia inutile, dice.
Non abbiamo chiesto pietà, come ci era stato pronosticato, nè ci siamo rotolati sul pavimento, nè siamo svenuti: Peter e Devon ci guardavano meravigliati, e forse davvero non se lo aspettavano; tuttavia è stata dura, non tanto fisicamente, perchè in realtà, almeno per quanto mi riguarda, ieri è stata la giornata in cui più sono stato male, quanto perchè, e ancora devo comprendere cosa sia successo, mi pareva che il coinvolgimento non fosse soltanto fisico, che ci fosse una sorta di espressione del mio malessere intorno.
E mi sono perso negli occhi di Boots, il vecchio cane saggio, sdraiato sul pavimento al mio fianco: mi sono proprio perso, perchè vedevo ogni piccolo particolare come ad una lente di ingrandimento, esploravo i peli attorno agli occhi, la cisposità delle vecchie pupille, il colore delle iridi, l’ho sentito, ho sentito la sua fatica di vivere, i suoi dolori, il suo interesse per le cose della magìa, la sua ricerca di pace.

E, a proposito di percezioni, quando è stato il momento del nu-nu, ho chiesto quattro soffi per narice, per onorare i quattro punti di kambo: al quarto è stata un’esplosione nella testa.
Dalla parte alta del naso, dentro, dietro agli occhi, è partita una colonna di scintille che si è diretta alla cima della testa: sembrava di avere una colonia di formiche che camminavano in quei pochi centimetri quadrati e mordevano, zampettavano, si spostavano in una danza frenetica; è stata una sensazione esilarante e mai avvertita prima, qualcosa che metteva in movimento.
Mi stordiva, ma ero lucido e cosciente, l’udito e la vista acuiti, e parlavo e dicevo cosa mi stava succedendo, ma evidentemente ero divertente perchè tutti ridevano, e anch’io; ad un certo punto ho avuto bisogno di uscire, e in quel momento mi sono accorto che stavo trattenendo senza alcuna fatica il rapè nelle narici, che non avevo starnutito, nè tossito, nè tantomeno mi stava colando la solita pasta verdastra: il mio corpo stava godendo la quantità esagerata di polvere senza che io intervenissi, non si ribellava, non reagiva.
Mi sono seduto sul dondolo di legno appeso al tetto della veranda e ho guardato le auto che sfrecciavano, al solito, frusciando, ed ero in pace con me stesso e con il mondo.
A poco a poco è tornata la realtà, il naso ha iniziato a colare, Peter è uscito per vedere se stavo bene, poi Bianca, infine Devon, e ogni cosa è pian piano tornata al suo posto.

 

24 agosto 2018.

Il bastoncino di tamishi ha la punta rovente, e mi curo che lo sia per tutto il diametro; lo avvicino alla spalla, lo appoggio e premo: c’è il rumore della vescica che scoppia, un soffice poc, e la brace si spegne nella mia pelle.
È la prima bruciatura che mi faccio da solo, bella profonda, vicina alle altre che mi ha fatto Devon. Ora sono tredici, domani saranno ventidue, dopodomani ventotto. Non so negli ultimi giorni se ci sia in programma che ci si faccia ancora sapo, oltre a farlo a tutti coloro che verranno a casa di Peter.
Ho fatto una bruciatura a Peter, Bianca una a Devon, e tutti e quattro, ma io e Bianca ne abbiamo tre a testa, lasciamo salire il calore; Peter canta la sua canzone di medicina: ‘sapocito, sapocito, fuerte fuerte, limpia limpia…’, e si incespica un poco, Devon sembra vacillare.
A me, oggi, tre punti paiono più forti dei quattro di ieri: mi prende alla gola, le mucose della bocca e del palato si ispessiscono, lo stordimento mi piega un poco. Guardo Bianca, che mi guarda a sua volta, e ha gli occhi molto rossi, ma regge bene; anche oggi nessuno di noi due vomita: continuo a chiedermi come sia possibile.

Sera.

Siamo stati con Peter e Devon fino all’imbrunire.
Io e Bianca nel pomeriggio abbiamo avuto altri tre punti di sapo, Devon uno e Peter aveva già iniziato la sua celebrazione con un rosso e quindi nulla.
Ero stanco, il mio corpo non avrebbe chiesto un’ulteriore prova nella giornata, ma siamo qui e la danza continua; anche Bianca era stanca, ma abbiamo seguito il programma.
Devon è stato male, quasi da subito ha iniziato a sudare e a lasciarsi andare, poi ha vomitato.
Peter era già alticcio, e quando è così i canti gli riescono davvero bene.
È stato straniante lo star male di Devon, perchè ero concentrato su di me, come sempre cerco di fare in questi giorni, per passare la crisi, ma questa volta le carte erano mischiate, perchè io avevo servito Devon, e, anche se sotto l’effetto di tre punti, ero, in certa qual maniera, responsabile di quanto andava succedendo, o almeno Peter mi ha spostato l’attenzione su di lui: questo, mi sono reso conto, mi ha sottratto energia, e ho vacillato per la sensazione di essere impreparato a quanto stava succedendo.
Ragionavamo stasera con Bianca che, probabilmente, ci sono molte più persone che si comportano come Devon che come noi, e certo devo aggiustare la mira.

 

25 agosto 2018.

È notte, ancora.
Ieri la serata con Peter e Devon mi ha spostato.
Ho visto un Gorman spogliato dal suo essere un personaggio, l’ho visto sofferente, un leone ferito che ruggisce per mostrare al mondo che è ancora il re.
Mi sta specchiando tante cose, aspetti di me che ancora sono, altri che non sono più e altri ancora che potrebbero essere: siamo più simili di quanto mi sarei aspettato, e ci sono molte cose che appartengono ad entrambi, e che ciascuno ha sviluppato a modo suo.
È un grande uomo, indubbiamente, ma tutto un aspetto di lui è rimasto legato ad un passato che non gli permette serenità.
Mi piacerebbe fossimo amici, io che non ne ho, e mi rendo conto che la lingua è un ostacolo tanto quanto il suo essere guascone, ma ieri, appoggiati alla balaustra del suo ponte, dopo il sapo, il nu-nu e il vino, c’è stato un momento in cui sono riuscito ad essergli vicino, facendo lo slalom fra le sue parole, che uscivano a fiumi, e i suoi accessi di tosse, continui come le sigarette, e ho accolto parole che si dicono solo a chi si conosce bene, se non ad un amico.
La sua disperazione è pari alla sua umanità, la sua sofferenza alla generosità: lo vorrei vedere nella foresta, nell’ambiente che ama e che fisicamente lo ha portato ad essere com’è.

Ma ancora non capisco il sapo.
Se penso, o mi figuro, lo spirito dell’ayahuasca, vedo un essere grande, in parte animale e in parte alieno, stabile e possente, disponibile; sento calore: la voce grande, circondata da spiriti e colori, avvolge ed è implacabile, nella sua impersonalità.
Se tento di figurarmi lo spirito del sapo, perchè non posso pensare solo a reazioni biochimiche, vedo proprio una rana, con la sua espressione da rettile, la sua disponibilità ad essere presa in mano ma anche la sua impermeabilità; sento che entra, ma non dà immagini, fruga, lavora, fa del bene, ma non si rivela: concede ma non si concede.
So che è presto, e ne ho parlato anche a Peter, che ha risposto in modo strano: ha detto che credeva di capire le mie parole, che forse nei prossimi due giorni avrei avuto una risposta, e che, se così non fosse stato, lui avrebbe chiesto: non ho indagato oltre.

 

26 agosto 2018.

Mattina.

Ieri pomeriggio cambio di programma: io ho servito il sapo a Bianca e lei a me. Tre punti ciascuno.
Più andiamo avanti e più il sapo scava: mi rendo conto pian piano del suo lavoro, e questi giorni così intensi rivelano chiaramente i meccanismi che si mettono in movimento, e devo dire che me ne meraviglio.
Sto entrando in un mondo nuovo, che sembra davvero complementare all’ayahuasca, non soltanto per via che il kambo non è psicoattivo e la liana sì, ma anche per una sorta di valenza morale, non so come altro descrivere, per ora, che le due sostanze possiedono.
Sono entrambe potenti: ciascuna ha il proprio modo di interagire, e lo stupore degli occhi della rana è pari alla comprensione che si sente all’ombra della liana.

Per la prima volta in questi giorni, ieri, dopo il sapo, ho avuto alcuni minuti di sospensione del pensiero, ed ho avvertito con chiarezza una presenza al mio fianco, o meglio, un mio essere accompagnato.
L’esplorazione fisica che c’è stata in questi giorni sta lasciando spazio ad un altro tipo di esplorazione, ed i primi avvisi di ciò sono stati l’altro giorno, quando ho avuto la sensazione che il malessere fosse attorno al corpo, anzichè dentro.
Sono molto contento di questi giorni, sono anche molto contento di Peter.
Ieri mattina ha espresso, dopo la serata un poco imbarazzante in cui si era aperto sotto l’influsso del vino, buoni propositi: oggi non berrò, e stamani ho fumato poco; voglio fare sapo con voi, mattina e sera.
Poi, nel pomeriggio, appunto, i programmi erano cambiati: la bottiglia sulla scrivania era già a metà, e non ci sarebbe più stato lo scambio incrociato del mattino, ma avremmo avuto la medicina solo io e Bianca.

Benedetto uomo, direbbe qualcuno; tuttavia dopo ha cambiato ancora i suoi programmi, che avrebbero dovuto portarlo ad una partita di rollerball femminile per farne un articolo per il suo giornale, ed ha preferito rilassarsi con noi, sul suo ponte rosso, a fare nu-nu e bere in pace. Come prevedibile, dopo la prima bottiglia ha iniziato ad aprirsi, e questa volta l’argomento è stata Chepa, la moglie peruviana, i soldi e la fucking America.
Alla fine l’ho salutato, andandocene, con un ‘good night, big heart Pedro’; gli si sono illuminati gli occhi, e mi ha abbracciato forte: è un uomo buono, ruggisce forte ed è pieno di scrupoli.
Ho scoperto che, nell’88, eravamo in India insieme, anche se in luoghi diversi: per lui era la prima volta, io c’ero già stato dieci anni prima; quella volta mi ammalai, in pericolo di vita per parecchio tempo.
Continuo a scoprire incroci, sovrapposizioni, coincidenze, vissuti simili: prima o poi risulterà chiaro questo incontro.

Tre punti di sapo con i nostri personali stick e la saliva che reciprocamente ci siamo scambiati hanno reso questa occasione con Bianca un evento unico: Bianca ha avuto il peggior momento di questi giorni, e anche io ne sono uscito barcollante.
Per la prima volta ho sentito la sostanza che scaldava la pancia, che si è riempita di un liquido caldo, che si intrufolava ovunque: in qualche modo ha stabilito una svolta, non so ancora se in quel che avviene o in quel che percepisco.
Il malessere ha raggiunto punti elevati, il confine fra il resistere ed il lasciar entrare varia di giorno in giorno, ma ieri pomeriggio ho avvertito un effetto simile alla liana: il salire, dalla schiena verso la sommità della capo, di un formicolìo noto.
Dice Peter che, più si procede, più il sapo scava, e più viene fuori spazzatura; io ho anche un’altra sensazione, che più si procede, più l’effetto della medicina si espande fuori dal fisico.
Dopo aver insistito per i primi giorni sul lavoro esclusivamente fisico del sapo, ieri ha usato il termine ‘spirito della rana’: lo aveva tirato fuori il primo giorno, per prendere in giro coloro che, in pieno kambo-style, parlano di spirito della rana che scende su chi la assume. Ieri era serio, e parlava di noi.

Oggi sarà l’ultimo giorno in cui avremo tre punti al mattino e tre al pomeriggio, e ieri Peter ha detto che prenderà ben due punti, insieme a noi, e così Devon; ormai non sto a credere che sarà quel che vien detto, ma certo avere un Peter Gorman sotto sapo, in una sessione in cui tutti i presenti prendono la medicina, mette una certa apprensione, solo a pensare alla densità che ci sarà nella piccola stanza piena di ricordi della foresta: lui torna laggiù, sotto sapo, è evidente.

Sera.

Il tamishi brucia la pelle, tre volte, ed il sapo viene messo sulle bruciature che espongono i capillari, come tanti puntini rossi su di un fondo bianco.
Sale il calore, come ogni volta, il cuore si fa sentire, batte come un tamburo, forte e a lungo, e, contrariamente al solito, stavolta non smette, anzi, si espande.
Non ci sono quasi dolori, solo una sensazione di enorme calore tutto attorno al corpo, che inizia a perdere i confini.
Mi meraviglio, perchè in questi giorni non è mai successo: solo una volta ho avuto una distorta sensazione del tempo, e mi sembra di essere andato via per pochi secondi.
Devon si alza, e mi prova la temperatura, chiedendomi se desidero acqua sulla testa: rispondo di no, mi sembra di star bene, per quanto sia possibile.
Raggiungo uno stato in cui sembra che tutto si stabilizzi, senza punte variabili o onde che salgono; Devon mi toglie il sapo e mi aspetto che inizi la discesa, ma non avviene: sembra che il tutto si sia fermato.
Vedo gli altri che si muovono, Bianca esce dal suo stato; registro tutto ma non sono in grado di muovermi: sono seduto sul pavimento, le gambe incrociate, non vacillo e sono stabile.

Chiedo a Devon a che minuto siamo, e mi risponde diciotto, e mi pare ancora più strano che non scenda nulla, ma sto bene, mi sento come in una fotografia vivente.
Passa il ventesimo minuto ed inizia a vibrarmi il pettorale sinistro, ed una fitta leggera si fa sentire dentro, più o meno dove ci dovrebbe essere il cuore; non c’è coinvolgimento emotivo.
Osservo questa vibrazione aumentare, prende il braccio, si estende anche a destra, ed in pochi secondi mi ritrovo a vibrare tutto; continuo a non barcollare, mi sento solido, solo che vibro: mi guardo il petto e vedo la vibrazione, guardo Bianca, che mi chiede come va e le dico di guardarmi, che sto vibrando. Si avvicina, mi si mette di fronte; inizio a battere anche i denti, le mani in grembo sussultano forte, veloci ma senza grandi movimenti.
Peter si alza, mi viene dietro, mi poggia una mano alla base del collo e inizia una cantilena: la vibrazione si alza ancora e poi inizia a scendere, lentamente, fino a ridursi a sporadici sussulti.
La mente è stata vigile tutto il tempo, nessuno spavento, come se assistessi a qualcosa dal di fuori, o dal di sopra, non so: osservavo questa cosa che mi ha preso e non la capivo ma neppure la rifiutavo.
Ancora un quarto d’ora e tutto finisce, lasciandomi in uno stato di strana tranquillità, quasi di indifferenza, e sto bene.
Peter dice che si è spaventato: Bianca aggiunge che lei ha visto di peggio; io non so cosa pensare.

Poi mi vengono dette alcune cose, fra le quali che forse qualcosa nel mio cuore, o nelle valvole, o nelle arterie che dal cuore escono, si è staccato, e così si spiegherebbe il dolore iniziale, e che questo ha liberato una quantità di energia che si è espressa in quel modo.
Può essere, ma sta di fatto che ho sperimentato che non è poi così vero che dopo quindici minuti, massimo venti, tutto finisce, perchè abbiamo passato abbondantemente la mezz’ora.
Peter aveva detto che solo raramente aveva assistito ad una sessione che arrivava a venti, ed eccomi qui, a mostrare che si può anche oltre.
Ancora una volta il mio corpo reagisce violentemente: devo sempre mettere in conto un fattore di imprevedibilità, e mi sia di insegnamento quando sarò io ad officiare.

Tornato in hotel, continuo a sentire la vibrazione, più calma, diffusa in tutto il corpo, assommandosi alla parestesia di sempre, solo che la sento fino alla punta dei capelli.
Ho freddo, con il caldo che fa, e desidero una doccia calda; poi mi vesto, mi metto una camicia e mi butto a letto, coprendomi. Casco in un dormiveglia, totalmente intorpidito e percorso da brividi di freddo, e non riesco a muovermi per più di due ore, ma il mio spirito sta bene, non sono preoccupato nè infastidito, vedo il mio corpo, e decido, freddamente, che non posso prendere ancora una dose alta, nel pomeriggio, tanto più che dovremmo provare il kambo-style, cioè tanti punti piccoli, con il sapo diluito non con la saliva ma in acqua.
Si parla di sette-otto punti, e dirò a Peter che ne vorrei di meno; risponde, come poco prima Devon, che non è necessario, che va bene anche se non ne prendo, ma voglio andare avanti, provare se poco sapo mi rimette in sesto.
Così mi vengono fatti tre punti piccoli, mentre Bianca ne avrà otto.

E succede una cosa bellissima: sento il sapo entrare, diffondersi il calore, ed entro in uno stato di benessere inaspettato, da subito e senza scosse.
Tre piccoli punti sono l’equivalente di uno di quelli fatti in questi giorni, ed è piacevolissimo: osservo tutto ciò che mi circonda, sono calmo ed in pace, mi godo questo momento finale di un periodo irripetibile.
Bianca invece accusa il colpo, la vedo davanti a me, gonfia in viso, grigia, temo che finisca con il vomitare, ma non succede neppure questa volta.
Al decimo minuto Peter mi chiede come va, e mi rendo conto che sono assolutamente presente, ma come sollevato da terra: sorrido e gli dico che va tutto bene.
Potrei anche alzarmi, e lo faccio, per porgere a Bianca un fazzoletto, poi mi risiedo tranquillo, e tengo lo spazio per lei che soffre, ancora per un po’.
Poi, nei tempi previsti, tutto per lei finisce, e io resto ancora in questo stato di beatitudine, e non vorrei uscirne.
Ma tutto si muove, e si esce in giardino, mi si chiede se voglio nu-nu: certo che sì.

Gli alberi attorno sono particolarmente chiari e nitidi, e così gli uccelli che volano attorno, e le macchine che passano, frusciando sull’asfalto.
Sto bene, sono contento di essere venuto qui, non mi importa di domani, nè dei giorni a venire: adesso sono nel momento, come raramente mi è capitato, e non per particolari sensazioni piacevoli, ma solo e semplicemente perchè ci sono.

Domani e dopodomani non prenderemo la medicina, ma la somministreremo, e io e Bianca faremo tutto.
Sarà interessante assistere a reazioni diverse, e ho un po’ di paura di non essere all’altezza, perchè ho avuto davvero poco tempo per osservare quel che succedeva da un punto di vista che non fosse quello di chi prende il sapo, ma sembrano tutti convinti che ogni cosa andrà per il meglio.

 

28 agosto.

Mattina.

Ultimo giorno di pratica: ho davvero voglia che ci sia molta gente.
Ieri mattina abbiamo avuto dieci persone, poi nel pomeriggio, invece, non si è presentato nessuno, solo Michael, che sta girando un film su Gorman.
É stata una bella mattinata. Sono venuti un gruppo di ragazzi che abitano insieme, in una specie di comune, tipo peaceandlove: simpatici.
Avevo un poco di timore, all’inizio, ma poi mi sono trovato a mio agio con quel che succedeva, e ad un certo punto la rana ha parlato: si sono in un istante sciolti i dubbi su che fare in Italia, al nostro ritorno, per il seminario di settembre, e ho avuto chiaro il da farsi.

In diversi momenti mi è sembrato di aver preso anche io la medicina, sentivo il calore salire e anche alcuni istanti di malessere: è certo un terreno che voglio esplorare.
Nel pomeriggio siamo poi stati con Peter, Michael e Devon, a fumare e prendere nu-nu sul ponte: Peter alternava discorsi futili a messaggi importanti sul sapo, senza soluzione di continuità.
È certo persona di grandi contraddizioni.

 

30 agosto.

Finito, con ieri sera abbiamo finito il lavoro con Peter: ieri, per circa sei ore, simo stati impegnati nel test finale, scritto, e le sue 26 domande.
Lo abbiamo passato, e abbiamo scoperto dopo che non era per nulla un proforma: per molti è stato un ostacolo che non sono riusciti a superare.
La serata con Peter e Devon ha rivelato aspetti di Gorman che si indovinavano ma che erano celati: davvero ci ha preso in simpatia, ha cucinato per noi quasi ogni giorno, e non lo aveva mai fatto per nessun allievo; si preoccupava di cosa mangiavamo, e una sera si è addormentato, sulla poltrona, davanti alla tv, solo dopo che si era assicurato che avessimo mangiato a sufficienza.
È davvero ‘big heart Pedro’.

Da una situzione ad un’altra all’opposto: sto scrivendo seduto in un poltrona all’ombra di una quercia, nel cortile di una comunità hippie, nel bel mezzo del Texas.
Siamo finiti qui perchè non se ne poteva più di quell’assurdo motel ai bordi della statale con le finestre sigillate: Peter non poteva ospitarci e mi è venuto in mente che, nella prima giornata di sapo gratis, era venuto un gruppo che viveva, appunto, in una comune: abbiamo chiesto, ed eccoci qui.
A dieci metri da me sta cuocendo un pentolone di ayahuasca, ordinata via internet in Olanda: le proporzioni delle cose si sfalsano, scorrono immagini di diversi modi di vivere; valori e fatiche, tentativi di costruirsi una vita, attese nel nulla esteriore di queste distese texane e nel nulla interiore di alcuni di questi sguardi, la sfasatura che provo dopo due settimane passate a raschiare le tossine del mio corpo, il futuro che ancora non si rivela, le ipotesi di nuovi viaggi nella foresta, la vita a casa, il bisogno di soldi, tutto si mischia e viene spinto qua e là da questo vento caldo che soffia da sud e che quando si ferma se ne sente la mancanza.

Quante possibilità ci sono, nella vita di ognuno, quante variabili si possono inventare, cose che invece non si potranno fare, quante occasioni passano ogni giorno a fianco e non si vedono?
Questi ragazzi giocano a fare gli spirituali: tutta la casa è cosparsa di biglietti con frasi del tipo: l’amore sia con te, stai orgoglioso nella tua pelle, noi ti amiamo, e via dicendo; il boss, che sta cucinando ayahuasca, distribuisce rapè con un rituale di un paio di minuti, tutto ispirato e via di inchini e ringraziamenti; inoffensivi ma noiosi, girano intorno e fanno cose, vogliono sapere e chiedono: le esperienze si accavallano con la stessa velocità con cui internet mette a disposizione tutto ciò che si desidera, e la scala dei valori non diviene personale, tutti pescano in un calderone pieno di troppe offerte.
È difficile trovare se stessi se ci si cerca nelle cose che vengono proposte, ma chi ha insegnato a questi ragazzi a cercarsi?
Qui, in America, più che da noi, conoscono poco il valore del silenzio.

Mi sento strano, vorrei essere a casa e allo stesso tempo ho la sensazione che anche se una magia mi portasse in pochi istanti nel mio letto, non sarei in pace: qualcosa continua a muoversi, ogni cosa è più distante di quanto sia; non sono concentrato su nulla.
Questi giorni stanno lavorando, o forse la rana lo sta facendo, ma è qualcosa di sotterraneo, che non si palesa. Cammino a volte in un modo diverso, anche mangio più lentamente, perchè la fame va via subito, e il sonno, che non è mai stato un rifugio, sembra rendersi disponibile non solo di notte: sogno, e ricordo i sogni, ma pare anche qui una sorta di purificazione continua, perchè sono pieni di sensazioni spiacevoli, di rabbia, paura, vergogna; ambientati in luoghi oscuri, o, se familiari, in rovina.
L’aver vissuto una continua alternanza di sensazioni fisiche sembra aver innestato nel mio essere qualcosa che non riesco ad afferrare.
Mi dicono che in Italia le cose si stanno muovendo: già due incontri sono programmati, e ci sono persone confermate; ne sono contento, ma sto prendendo la notizia per quel che è, come ne fossi staccato.

 

31 agosto.

Stasera non ne posso più dell’America: è un paese difficile da sopportare.
Il disprezzo per il resto del mondo, che ha portato ai disastri che hanno fatto qui e poi ovunque si siano messi in testa di fare soldi, è talmente radicato che si rivela anche nelle persone che criticano l’establishment e se ne chiamano fuori.
Non hanno umiltà anche se fanno gli spirituali, e i soldi sono sempre e comunque nella loro testa.
Spero davvero che domani tutto fili liscio, con l’aereoporto e tutto il resto, perchè potrei non sopportare qualcosa di diverso dal trovarmi a diecimila metri di quota verso casa.
Eppure, nonostante questo, non sento la bramosia di essere a Lodisio: lo vuole il mio corpo, e anche la mia mente, ma le mie emozioni e anche lo spirito vorrebbero altro.

In questi giorni mi sono sentito libero di lavorare sul mio corpo, e sentivo che il togliere croste era un lavoro spirituale come mai avrei potuto immaginare: neppure una parola o un pensiero che riguardasse lo spirito, solo lo sguardo rivolto al corpo, e sentire quanto esso fosse sacro, con il suo immagazzinare ogni offesa dalla nascita in poi, che fosse un cibo insano, un’emozione sbagliata, una ferita d’amore o un’operazione chirurgica; quanto fosse paziente, dolce, spietato ed astuto, a trasformare tutto quel che ha provato, subito, goduto, a seconda di quanto fosse assonante con il mistero per cui era venuto al mondo.
Il corpo ha conservato la memoria, l’ha custodita, ha racchiuso i dettami e la missione che gli è stata affidata nonostante l’ignoranza, la superbia e l’ottusità che gli ho dimostrato per sessantacinque anni.

Ed ora era grato che me ne prendessi cura in modo così continuativo, giorno dopo giorno, livello dopo livello, senza forzare in espedienti mentali, assaporando il malessere come rilascio di tossine, malumori e sogni venuti a galla come bolle di grasso in una zuppa.
Ringrazio Peter per aver tenuto il livello basso, così che non si potesse mentalizzare: vedo ora questo con chiarezza, guardando questi ragazzi dirigere e maneggiare cose come l’ayahuasca, il sapo, il bufo ed il rapè con una disinvoltura che mette i brividi.
Qual è il mio compito, capitato in questa situazione?
Forse metterli in guardia, o lasciare che picchino il naso: forse stasera, se riuscirò a raccontare la favola di Coyote, qualche seme riesco a piantare.

 

Con questo resoconto concludo la condivisione del diario: d’ora in avanti sarà una diretta.

Che Bellezza sia sempre attorno.

Adriano.

By |2020-01-19T11:50:35+00:00gennaio 19th, 2020|Blog|0 Comments

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