23 agosto 2019 Terapista di me stesso

For ENGLISH version click here.

* * *

Buongiorno. 

L’aspetto della guarigione è centrale, in quel che sta girando intorno a questo progetto: sono partito per l’Amazzonia per guarire, ma non sapevo cosa ciò significasse.

Ci sono molte definizioni, per la parola ‘guarigione’, tuttavia un tempo, quando, quaranta anni fa, intrapresi la strada del diventare terapista, avventura che tuttora vivo, definivamo lo shiatsu un’arte.

Dire arte significa considerare l’artigiano, o l’artista, e l’unicità di ogni fare; questo ha conferito un imprinting, perchè sono cresciuto all’interno di quell’immagine: ne deriva che il concetto di guarigione per me è sempre stato relativo, e al contempo ha da subito avuto una accezione trascendente il sintomo. 

Andavo in Amazzonia a cercare qualcosa, e il tipo di energia che mi ha attraversato, una volta presa la decisione, si lasciava riconoscere facilmente, già molte volte provato all’inizio di una avventura che era con chiarezza un seme che avrebbe certo germogliato: insomma, mi sono sentito alla cerca.  

Ed il me che andava in quel giorni alla cerca lo sto descrivendo in queste pagine, esponendo fotografie composte da parole: questa, che oggi vi passo, è la terza e ultima, prima della partenza.

 

 

5 ottobre 2017.

Qualcosa avverte come un cambiamento di velocità in quanto accade, e questo cambiamento crea una sorta di distacco, uno spazio fra me e l’esterno, ogni cosa, ogni persona, senza eccezioni.

E’ tempo che mi renda conto che ho le stesse sintomatologie di coloro che mi raccontavano delle loro psicosi, gli stessi scivolamenti laterali, gli stessi cambiamenti repentini di paesaggio, di luminosità, di densità: l’unica differenza sta nel fatto che non solo mi accorgo, ma lo vedo, anzi, mi vedo, e bene, anche, mi sdoppio e quel che ho inseguito da tempo ora è presente, accade.

Quante volte ho detto o pensato che il Grande Spirito sia davvero un Grande Spiritoso, e che punisca esaudendo i desideri: sto incontrando persone che hanno a che fare, in vario modo, con la mia situazione: la neurologa, il medico antroposofo, il fisiatra che distribuisce l’ayahuasca, altri ancora, e tutti mi dicono la stessa cosa, e cioè che ho usato troppo il mio corpo.

Ma cosa vuol dire?

È un retaggio cattolico, forse, che impone il concetto di punizione?

Troppo per cosa?

Troppo per poter vivere fino a cento anni, o troppo per non creare disarmonie?

Ma senza disarmonie, senza creare contrasti, senza vedere contraddizioni, senza rendersi sinuosi per passare attraverso l’arcipelago di scogli che abbiamo tutti sempre a prua, dove si può andare?

L’annoiarsi sarebbe il meno: il senso che ne deriva è lo spreco della vita, e questo non riesco a sopportarlo.

Dunque troppo per cosa: forse perchè non esiste paracadute, non oltre un certo limite?

L’ho passato, allora: molti si sarebbero fermati a medici, ospedali, risonanze, esami, pareri, terapie, esperimenti, infine, perchè la verità di ciascuno non sta negli altri.

Tuttavia per decenni ho dato pareri, fatto terapie, guarito, risolto, spesso ammesso l’inadeguatezza; sono stato, e per alcuni versi continuo ad essere, un riferimento; insomma, a volte mi dico che vorrei incontrare un terapista come me.

So che l’amore particolare che mi ha spesso legato ai miei pazienti, la cura che di loro mi prendevo, nel portarli a casa, senza che lo sapessero, e guardarli, considerarli mentre recuperavo le sensazioni provate, le elaboravo nel sentire, le lasciavo crescere dentro, e nell’incontro successivo le mani correvano dove sapevano; questa sensazione, non quotidiana ma frequente, mi riempiva di gioia: sapevo che stavo modificando qualcosa, e ciò non dipendeva da ragionamenti o deduzioni sui sintomi, bensì da qualcosa che avevo lasciato scorrere e crescere.

Alcuni avrebbero definito questo una canalizzazione: non ho mai avvertito nessuna entità, nessuna presenza, tuttavia ho sentito sempre, quando ciò accadeva, uno sciogliersi dentro la pancia, e sapevo, con certezza e calma, che sarebbe successo, che avrei di nuovo risentito quel particolare battito del cuore.

E serviva a me, questo: sperimentavo cosa significasse una sensazione che andava in avanti, si proiettava e creava un futuro possibile.

So riconoscere il sentimento che ne deriva, ed è ormai  qualcosa di familiare, cui appartengo.

E’ come entrare in un flusso, ed il corpo saluta la sensazione.

Non ho mai avuto un medico nè un terapista che si comportasse con me come io mi comportavo con alcuni: qualcuno che guardasse nella mia direzione, per avere, quando di bisogno, uno sguardo lungo, una spinta.

Così la solitudine: condizione di morbidezza e calore, che tuttavia non permette lo stare.

Dovrei fare il terapista di me stesso, più di quanto abbia sempre fatto, sembrerebbe.

 

Ancora oggi, a distanza di due anni e dopo un anno dall’asportazione di un tumore, penso una cosa simile, e cioè che il significato della parola ‘guarigione’ viene individuato dalla consapevolezza del momento, che comporta sia il vedere che l’essere accecato dagli specchi, e che quindi cambia nel tempo.

Se questo cambiamento non si verifica, si sfasa qualcosa che ha a che fare con lo svolgersi della vita, qualcosa che vi si oppone, e la disarmonia affonda, e prende radici maligne: bisogna dunque pensare al terreno.

Proprio l’aggravarsi dei sintomi, che tanto attira l’attenzione, dovrebbe far drizzare la testa, alzare lo sguardo, che invece spesso sprofonda a contemplare il disastro.

A volte questo processo è talmente distante dall’essere riconosciuto che si affida la propria vita a mani estranee, a una tecnologia salvifica, al sapere supposto e sperato di una nebulosa indistinta che ha a che fare con la salute, e quindi con una guarigione, su cui peraltro non ci si fa la domanda giusta: guarigione da cosa?

Perchè l’essere malato significa, in fondo, l’essere assediato da una situazione che ci sfugge, che spesso viene vissuta come estranea, inconcepibile; e se la malattia si protrae per un tempo sufficientemente lungo, si sviluppano canali mentali che vanno a dipingere realtà difficilmente distinguibili dalle proiezioni: ci si sente malati, si interpretano i comportamenti degli altri, si creiano bisogni-cuscinetto di cui circondarsi per non affrontare direttamente lo spettro della morte.

Cosa che , prima o poi, accade.

Così, cosa può mai significare la parola guarigione, se non il seguire la Voce Interiore, quel profumo a volte inspirato con piacere e soddisfazione e senso di pace, se non l’alzare lo sguardo, l’abbracciare, il chiudere cerchi, l’affilarsi senza l’intenzione di ferire, l’alleggerirsi?

Su questo vi lascio, e la prossima volta andremo a vedere cosa succede una volta sbarcati in foresta.

Che Bellezza sia intorno.

Adriano. 

 

By |2019-10-14T13:18:07+00:00agosto 23rd, 2019|Blog|0 Comments

About the Author:

Leave A Comment