23 ottobre 2019   Cannabis, marijuana, ganja…

Buongiorno.

Avevo circa diciassette anni, la prima volta che ho fumato una canna, e, da allora, praticamente non ho mai smesso, se non per brevi periodi: questo significa che sono cinquanta anni che fumo erba; tuttavia ciò non significa molto, se non il fatto che mezzo secolo di frequentazione mi concede di parlarne con una certa esperienza personale.

Fino ad ora, su questo blog, ho solo tangenzialmente parlato della cannabis, perchè il focus, in questa fase di vita, è stato sulle Medicine della Foresta, in particolare su ayahuasca e sapo, con le quali sto affrontando la mia situazione, ma siccome in queste pagine ho terminato di condividere questi ultimi due anni densi di avvenimenti di ogni colore, mi sembra il momento di iniziare ad approfondire l’argomento guarigione, e quindi di parlare della cannabis.

In alcune delle pagine precedenti ho scritto qualcosa a riguardo, qui e là, ma ora cercherò di essere più specifico.
Un paio di anni fa, forse qualcosa di più, ho incontrato il dottor Bertolotto, e il suo programma riguardante la cannabis terapeutica; andai ad una sua conferenza e poi mi feci ricevere a Pietra Ligure, per essere inserito nell’elenco pazienti.
A quei tempi la sclerosi avanzava, ed il tumore non si era ancora manifestato.

Perdurava, invece, l’eterno rifiuto a sottostare a teorie e pratiche mediche che mostravano la propria limitatezza, assogettate a logiche di mercato, che pretendevano la delega totale, escludevano il fattore umano nella relazione terapeutica, e se lo ammettevano, ne facevano bandiera di parte, se non di chiesa; soprattutto, che davano per scontato che ci fosse bisogno di qualcuno come mediatore fra sè e la propria salute: in qualche modo, non favorivano la ricerca personale.

Avendo avuto a disposizione, quindi, una certa quantità di cannabis, con titoli di THC e di CBD determinati, ho potuto fare esperimenti, testando nel tempo dosaggi e modalità di preparazione, nonchè dosando in varia proporzione THC e CBD, a seconda della situazione del momento.
Ho sperimentato diverse modalità di assunzione: fumandola, estraendone l’olio, facendone burro da usare per cucinare dolci e pietanze salate, in infusione, utilizzando i residui delle estrazioni per condire insalate, e via dicendo.
Normalmente ne utilizzo un paio di grammi al giorno, tranne nei periodi in cui vengo inopportunamente interrotto dalle resistenze e dai problemi di distribuzione che ci ritroviamo in Italia.

Sugli effetti benefici credo di poter dire più o meno le stesse cose che sento riportare da molti, senza parlare di guarigioni miracolose o di scomparsa totale dei sintomi: le mie patologie sono piuttosto severe, la mia testa altrettanto dura, e la struttura del mio corpo ha sclerotizzato modificazioni di ordine fisico, come ad esempio una necrosi al midollo nel tratto cervicale, che potevano prospettare soltanto un intervento molto più globale da parte mia, se avessi deciso, come ho fatto, di uscire dai protocolli.
Insomma, avrei dovuto far amicizia con le mie magagne e comprendere una via d’uscita, se mai ce ne fosse una, ma soprattutto collocare quanto mi stava succedendo, dargli un senso, entrarvi, cambiarne la prospettiva, allargare lo sguardo.

In questi quattro e passa anni, tre operazioni chirurgiche, l’avanzare della sclerosi e la comparsa del tumore sono stati fattori incalzanti e senza appello: ho dovuto considerare, per quanto mi era possibile, la globalità di me, e più vado avanti più si aprono orizzonti.

Operando una sintesi, posso dire che da un lato il THC, con il CBD correlato, e dall’altro la DMT sono le due sostanze che stanno costituendo i binari sui quali procedo in questo cammino; inoltre c’è il sapo, più comunemente definito kambo, di cui parlerò meglio e più estesamente in seguito, che ha la preziosa caratteristica di mettere in movimento funzioni fisiologiche.

Per quanto riguarda la mia situazione, è risultato evidente che erano coinvolti il sistema immunitario, quello endocrino e quello neurologico: nonostante le otto ernie vertebrali, la maggior parte delle quali protruse, le mie vertebre e le articolazioni si muovono agevolmente: parestesie, insensibilità e dolori a parte, continuo ad essere snodato, e l’agilità, tutto sommato, conservata.
È il cervello antico, quello posto nel ventre, ad essere andato in tilt.

Dunque avrei dovuto trovare un nesso fra quanto mi stava succedendo e i sottili meccanismi sconosciuti che regolano nel corpo le funzioni di stimolazione e sedazione di ogni sostanza prodotta.
Concettualmente, la relazione fra sistema cannabinergico e sistema oppioide, il primo, semplificando, predisposto all’ampliamento della coscienza e con effetti antitumorali, ed il secondo con effetto soppressivo dell’immunità antitumorale e stimolatore della proliferazione cellulare, non era sufficiente a mostrarmi la complessità e l’essenza di quanto mi stava accadendo.
Non sono un medico: ho studiato questi meccanismi nella misura in cui risuonavano con le intuizioni derivate dallo sperimentare, dal sentire, dallo stare attento a tutto, da quanto accade nel fisico ai sogni, ai pensieri, agli stati d’animo, fino al mutamento delle reazioni a fattori esterni.

C’era qualcosa di troppo fisico, in tutto ciò: la continuità del dolore, dato che ho sempre rifiutato antidolorifici di sintesi, e l’incontrollato e veloce progredire delle disarmonie del corpo mi spingevano a considerare orizzonti più ampi.
Qualcosa era lì da scoprire, su di un sentiero con un’atmosfera più rarefatta; sentivo che lo spirito premeva e avevo desiderio di metter mano, al di là delle belle parole e dei concetti illuminanti che tanto oggi  inflazionano le coscienze, a questa parte così negletta e delegata nella nostra cultura.

Gli anni passati in oriente mi avevano mostrato un possibile stile di vita e di pensiero, oltre che di conoscenze mediche, che però non riuscivo a far diventare su me stesso pragmatici più di tanto, e la pratica della meditazione mi forniva supporto e basi, preziosi per gestire la situazione, ma non sufficienti a farmi spiccare il volo.
La ganja, lungamente sperimentata in India con santoni che l’avevano scelta come forma di vita, mi aveva condotto a livelli percettivi alti, ma le visioni si sovrapponevano ad una religiosità che non ho mai sentito genuinamente mia.

Infine ho incontrato quella che viene definita la molecola dello spirito, la DMT, e ho scoperto di avere una ghiandola pineale, e come funziona e perchè.
Senza dilungarmi sull’aspetto scientifico, anche solo l’aver visto le sette ghiandole endocrine sovrapporsi ai sette chakra, per anni maneggiati e masticati concettualmente, mi ha spalancato porte di comprensione e aperto sentieri da percorrere: avrei potuto agire.

L’ayahuasca, incontrata tangenzialmente un quarto di secolo fa, si è ripresentata sul mio cammino, ed è stato un vero e proprio incontro.
La foresta amazzonica, vissuta nelle profondità che sono fortunato ad aver incontrato e a frequentare, mi ha dato la misura di cosa significhi vivere con la natura.
La mai troppo stretta connessione con gli sciamani con cui lavoro mi ha mostrato in modo inconfutabile che non ero fatto solo di quel che pensavo.
Fede e religione non sono pertinenti, in questo ambito: la forza vitale si pone come entità, come intelligenza con cui dialogare.

L’espansione della coscienza, o, se si preferisce della consapevolezza, è presupposto per la guarigione: non è pensabile che quando si abbiano malattie di un certo livello sia possibile, tout court, il ritorno alla condizione di prima: non è reale neppure per un raffreddore, e certamente le malattie cosiddette esantematiche mostrano un salto nella crescita del bimbo, fisica o intellettuale che sia.
Chi si soffermi anche solo poco su questo si renderà conto che quella che chiamiamo malattia è un passaggio, obbligato per non averne visti altri in precedenza.
Chi, come me, si ritrova nella disarmonia, deve svincolarsi dai sensi di colpa che la malattia produce, dall’isolamento del sentirsi diverso e non più abile, dai gioghi vincolanti che la nostra società sembra imporre.
Uno di questi ha a che fare con la libertà di scegliersi la propria cura, e la possibilità di accedere a strumenti non solo medici ma anche di comprensione.

La cannabis è sempre stata considerata, in ogni cultura, pianta sacra, accesso al divino, e, se togliamo il connotato religioso in questa affermazione, resta il concetto dell’accesso al proprio, personale e specifico settore trascendente, a quell’aspetto del sè che esula dai cinque sensi cui siamo abituati solo per la evidente limitatezza culturale di questi ultimi, ma che ci appartiene di fatto e di diritto.
Nella Ruota di Medicina dei Nativi Nordamericani la marijuana è nel cerchio delle erbe sacre con una sua specifica funzione; nelle chiese brasiliane del Santo Daime, che utilizzano l’ayahuasca come tramite di guarigione, è complementare, e usata per bilanciare le energie che si mettono in movimento; nel subcontinente indiano è da sempre considerata ponte per accedere alla comunicazione con le divinità.
L’aspetto ricreativo è opera dell’occidente industrializzato, che ha progressivamente perso il contatto con l’Astratto in ogni aspetto del quotidiano, e che perciò ha così tanto bisogno di spiritualità, concetto inesistente nelle culture native, dove lo spirito è ovunque e quindi non contrapposto al materiale.

Sono convinto che la funzione terapeutica della cannabis vada oltre il semplice meccanismo biochimico, il rilassamento muscolare e psicologico: cose auspicabili, utili, spesso decisive e di cui non si capisce perchè dovremmo privarci; tuttavia l’ampliamento della coscienza, il veder le cose da un’altra prospettiva, l’inserimento di altre catene di collegamenti interiori sono parimenti momenti di guarigione, e sotto alcuni aspetti determinanti.

Per quanto mi riguarda utilizzo la cannabis certamente per alleviare dolori e tensioni, ristabilire un umore che renda possibile il contatto sociale, per ritrovare momenti di creatività spesso oscurati, per collocare sullo sfondo una situazione interiore che tende ad essere alla ribalta.
Oltre, la marijuana mi permette intuizioni e comprensioni preziose, e momenti di pace, laddove si riesca a riconoscere che la riattivazione del naturale meccanismo della ghiandola pineale, che potremmo collocare nel Luogo del Sognare, vada verso una comprensione più rotonda di sè, all’interno della quale può esserci il vedere, e non il capire con il ragionamento o perchè qualcuno l’abbia scritto, l’essenza stessa della malattia, il personale modo in cui il corpo avverte che abbiamo, da qualche parte, passato un limite, senza definirlo, etichettarlo, costringerlo in luoghi comuni di causa-effetto; la connessione con il proprio aspetto trascendente, con la propria parte di divino, con l’Astratto, insomma, è parte integrante della cura.

Stimolare la propria creatività è importante, specialmente in situazioni in cui ci si ritrova fuori dalla propria zona di comfort: significa uscire dalle definizioni cui spesso siamo ridotti dalla società, e a volte  dagli amici stessi, riscoprire la propria specificità, il senso del proprio esistere, malattia inclusa; significa allargare gli orizzonti, che la sofferenza riduce, ritrovare scintille di vitalità, spesso affievolita da farmaci che tendono ad eliminare i sintomi, e con essi opportunità di comprensione.

In queste pagine vorrei infine rendere onore, e ringraziare, coloro che, in questa società che tende a limitare le libertà personali, si stanno adoperando per rendere possibile uno spazio mentale, oltre che istituzionale, in cui la libertà di scelta terapeutica possa diventare realtà fruibile, spazio comune di esperienza, di auto educazione, di solidarietà.

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2019-10-26T22:21:30+00:00ottobre 26th, 2019|Blog|1 Comment

About the Author:

One Comment

  1. Teresa ottobre 27, 2019 at 11:21 am - Reply

    La disarmonia con ciò che ci circonda ci toglie quei guizzi che la cannabis un po ci dà.
    Dosarla a secondo delle nostre necessità e scegliere con chi condiverne il risultato

Leave A Comment