26 novembre 2019   La guarigione è un distillato di ribellione

Buongiorno.

Il lavoro con le Piante Sacre, con l’ayahuasca, la marijuana, il kambo, il rapè, il san pedro, non sta nell’assunzione delle stesse: l’aspetto curativo nelle Medicine Sacre andrebbe considerato piuttosto come un innesco, una miccia che va ad accendere un fuoco: l’alimentarlo poi spetta a quella parte di ciascuno che comprende la guarigione come esente da deleghe e dipendenze.
Dal punto di vista dell’ego, delegare la propria guarigione ad una Pianta Sacra o ad un chemioterapico non fa molta differenza; l’assoluta distanza tuttavia inizia nella loro genesi: i farmaci di sintesi esistono per riparare qualcosa che la stessa società che li produce ha guastato; le Piante Sacre sono nate nell’ambiente in cui è apparso l’Uomo, sono compagne di viaggio, alleate, insegnanti.
Si può pensare che la collaborazione antica fra Uomo e Piante, fra Uomo e Natura, da sempre e ovunque forte e consolidata, sia rimasta tale fino a che l’umanità ha mantenuto un contatto con l’Astratto, qualunque cosa ci si configuri in questo termine.
La comunicazione con l’Intelligenza delle Piante Sacre mette in movimento meccanismi interiori che non si possono definire in altro modo che antichi: è camminare su questi percorsi che innesca un processo di guarigione.
La spinta interiore percepita nell’assunzione delle Piante Sacre è di fatto un contatto, ed è coltivando questo che si può risalire la corrente: tocca riversare nel quotidiano rivelazioni e intuizioni ricevute, e sostenere la battaglia che inevitabilmente si produrrà fra queste e le abitudini di una vita, che, di fatto, hanno portato alla disarmonia.

Se assumere ayahuasca significa immettere nel proprio corpo DMT, assieme all’inibitore della monoammina ossidasi, e quindi attivare la produzione di DMT endogena, questo sta a significare che non facciamo altro che indurre l’attività della ghiandola pineale, che il corpo di suo già conosce, ma significa anche che compiamo un atto magico, percorriamo un ponte posto fra la consapevolezza del quotidiano ed una conoscenza antica.
Le popolazioni amazzoniche chiamano ciò contattare lo Spirito dell’Ayahuasca.
Chiedono permesso, prima di varcare questo ponte, e tengono in grande considerazione quel che vedono.

Ma l’atto in sè non è salvifico, si potrebbe quasi dire che serve soltanto ad accedere a uno spazio rarefatto nel quale possono accadere cose che nutrono l’anima, e che avranno ripercussioni sul quotidiano.
È il nuotare in quello spazio, che conta: dialogare, entrare nella dimensione in cui il concreto si dissolve, in cui gli spazi fra le molecole lasciano scorrere il Soffio Vitale.

Poi c’è il ritorno all’ego, al quotidiano, alla malattia, alle abitudini: se la toma è una salita al divino, il ritorno è duro: qui si combatte la battaglia, si dimostra il proprio valore, si fanno scelte.
Se l’atteggiamento è rapace, se si sta sul bisogno, se non scatta l’andare alla cerca, l’assunzione di ayahuasca resta fine a se stessa, nulla più di un’esperienza, più o meno psichedelica.
Ognuno dovrebbe stabilire quali sono le dimensioni del proprio viaggio, certo sapendo che, strada facendo, cambieranno, ma partire senza mettere in conto che tutto potrebbe cambiare, e che forse si parte proprio perchè tutto cambi, rivela mancanza di intento: l’ayahuasca, dicono i nativi, non ti dà quel che stai cercando ma quel di cui hai bisogno.

L’umiltà di fronte al sacro va di pari passo con la fierezza del poter scegliere, dell’assumersi le proprie  responsabilità: antes pide permiso, y despues pregunta è saggezza ancestrale; non si arriva all’ayahuasca senza chiedere permesso, ed è inutile chiedere permesso se non si sa cosa domandare.
In questa piccola frase è racchiuso un consiglio prezioso: il chiedere permesso ha a che fare con la rapacità, il controllo, con la mente; il cosa chiedere ha a che fare con l’intento, il sentire, il seguire un filo, con il volersi bene.

In questo senso la guarigione è un distillato di ribellione, perchè quest’ultima non è solo rifiuto, ma è supportata da una visione di sè, del come si vuole essere; la ribellione non è violenta, ha chiaro un intento anche se le idee sono confuse, sperimenta, impara, allo stesso tempo insegna, e stabilisce limiti invalicabili; la ribellione desidera cambiare, e allo stesso tempo vuole pace.

Guarire è ribellarsi all’ego, ridimensionarlo, modificare le strutture che hanno portato alla malattia; spesso queste nascono dal non contatto con l’Astratto, e quindi è ribellione ai lacci del quotidiano, al viverlo in antagonismo al toccare lo spirito.
È ribellarsi ai luoghi comuni, al concetto stantìo e unilaterale di tempo, al rivolgersi solo alle alternative, timorosi delle possibilità.

 

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2019-11-29T14:38:41+00:00novembre 29th, 2019|Blog|0 Comments

About the Author:

Leave A Comment