27 agosto 2019 Riflusso

Buongiorno. 

I miti sono destinati a cadere, altrimenti ostacolano la vista.

Non si finisce di scoprirseli addosso, magari nascosti sotto il mantello delle aspettative, o fra le pieghe di una delusione: nelle situazioni difficili il mito risalta sullo sfondo.

Dopo l’ayahuasca avviene, specialmente le prime volte, una sorta di variazione energetica, che è, in realtà, una continuazione del lavoro della liana stessa.

A volte è capitato, il giorno dopo, di avere un ritorno dell’onda, non diversamente da come fa l’LSD; altre volte si materializza uno stato sognante, o, al contrario, una sensazione di forza.

La toma è un incontro.

La relativa stabilizzazione del mio rapporto con l’ayahuasca, negli ultimi due anni, non ha nulla a che fare con l’assuefazione: ogni incontro è una scelta.

Piuttosto si è creato un luogo, durante le tome, che, sono certo, prima o poi si espanderà in un territorio che oggi non vedo.

Rileggo queste pagine che ho chiamato ‘riflusso’, di due anni fa, e vedo l’abisso verso il quale stavo facendo passi, e fra le righe leggo l’attrazione che l’abisso stesso esercitava.

‘L’ayahuasca no mata’, dice Carlos, e ride, ma una delle situazioni tipiche dell’ayahuasca è la profonda, caratteristica convinzione che si stia vivendo una realtà, e che in quel momento si stiano sperimentando, contemporaneamente, due consapevolezze altrettanto vere, presenti ed essenziali.

L’ayahuasca viene definita anche ‘la piccola morte’ perchè è questo che si sperimenta.

In questi anni per tre volte mi sono trovato lì, con la consapevolezza di star morendo, e non c’era paura, nè convinzione o rassegnazione, in questo. 

Lo scossone è forte, e ha un’onda lunga; rimbalza e crea echi che si dilatano nel tempo, e nello spazio: la morte non è più solo un pensato, o un visto in altri; il concetto stesso sfuma, sostituito dall’aver assistito al proprio morire.   

Tuttavia questa consapevolezza non scaccia la coscienza del fatto che tutto ciò non è stato reale, bensì un’allucinazione, e le due consapevolezze, antitetiche e indiscutibili, riescono a convivere, e credo che ciò abbia a che fare con l’essenza della magìa.

Ma i cavi d’onda in cui si sprofonda possono sembrare abissi.

Sconforto, paura, rabbia si alternano a momenti preziosi, e l’autocommiserazione è a volte un rifugio.

 

15 ottobre 2017.

Sono arrabbiato, impazente, frustrato, mi vedo imprigionato.

Sono in Ecuador da dieci giorni, e sento già la mancanza di tempo, non sto combinando nulla.

Vero, ho trovato l’ayahuasca, ma non sembra poi una grande impresa.

Vero, ho trovato uno sciamano, ma qui ce ne sono tanti, non è difficile.

Vero, ho avuto una notte speciale, ma è passata, non ha lasciato tracce se non nel corpo, e non sono particolarmente piacevoli.

Ho visto l’ayahuasca entrare nel mio corpo, diffondersi dallo stomaco attraverso fili che raggiungevano ogni fibra, e prendere possesso di sensi, nervi, volontà: la paura è arrivata il giorno dopo, perchè quella notte non c’era, anzi, una sorta di esaltazione mi faceva vivere quel che stava succedendo come una conquista, ma non lo era.

Sono arrivato ad avere una percezione che inseguivo da tempo, ed ora non ne sono fiero.

Se avessi un corpo che me lo permette, in questo momento sarei là fuori, nel buio di questa notte equatoriale, con i suoi assordanti grilli ed i serpenti, come quello con cui stanotte ho scoperto di aver dormito; sarei a giro, farei il bagno in questi fiumi, camminerei per questi sentieri, e invece mi ritrovo ad essere una specie di invalido, che ha bisogno di assistenza.

Eppure, in questo buio che mi circonda, ci sono luci, e la più luminosa è mia figlia.

Questa sera abbiamo pianto insieme; Bianca riesce a dirmi cose che nessuno osa, e lo fa con semplicità, pulizia ed amore.

Abbiamo parlato della mia morte, lei stessa ha tirato fuori questo, e la ringrazio, è stato il miglior modo di essermi vicino che potessi desiderare.

In questo angolo di mondo, circondato da una foresta immensa, lontano dalla realtà che è stata la mia vita negli ultimi trenta anni, non potrei essere altrove.

Il filtro attraverso cui vedo le cose intorno si è fatto più sottile, sento voci che mi sussurrano dentro, presenze silenziose di cui non ho la capacità di parlare, perchè il definirle andrebbe a sfumarle, come il raccontare un sogno fa.

Le lacrime scendono, in questi giorni, da sole, e non è tristezza, ma una sorta di commozione, un arrendersi che non mi rende più saggio, ma più bambino.

Ho imparato, poco prima di partire, una ninna nanna dakota, semplice, di poche parole, e se la canto piango, e c’è una sorta di felicità, in questo, ed un sentimento denso che annulla le importanze: ‘bimbo dal cuore buono, vai a dormire, la notte è buona anch’essa; così ti dico’.

La porto sempre con me, in questi giorni: mette sullo stesso piano il chiudere la giornata con il sonno e la vita con la morte.

Sono passati due anni, da queste righe.

Allora non sapevo ancora nulla del tumore.

Ricollegando, poi, quel che Carlos aveva detto sulla mia pancia e sul serpente rosso, con la notizia dell’avere un tumore, potrei certo dire che mi era stato diagnosticato, solo che allora non sapevo decifrare quel linguaggio.

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2019-10-14T13:18:59+00:00agosto 27th, 2019|Blog|0 Comments

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