3 ottobre 2019   Nel cavo dell’onda

Buongiorno.

In questi giorni in Ecuador sta succedendo qualcosa di grosso.
Non me l’aspettavo: in questi viaggi avevo sempre avuto la percezione di un paese tranquillo e, per quanto possibile in zona petrolio, relativamente sicuro.
Quanto sta succedendo, e certo non è finita, mette in luce tre poli: il governo, con Lenin Moreno, l’opposizione, personificata dal latitante ex presidente Correa, e le popolazioni indigene.
Un comunicato di una delle associazioni di comunità dichiara un intento chiaro, quello di svincolarsi dai lacci del FMI, il Fondo Monetario Internazionale.

Per semplificare, dato quanto è successo negli ultimi venti anni, dietro Correa e Moreno ci sono Cina e Stati Uniti, con tutte le implicazioni che le grandi manipolazioni economiche si portano sempre dietro, e poi c’è un movimento di opinione indigeno, che cerca di mostrare quanto lo scenario sia ben più ampio di quanto sembri, e che la lotta non debba essere fratricida ma rivolta ai grandi poteri internazionali.
Sembra di assistere a quanto successo in Islanda, con la ribellione popolare al dominio FMI; tuttavia l’Ecuador ha petrolio, ed è al centro di una zona instabile, in questo momento, insieme a Venezuela e Perù.
E del sudamerica tutti conosciamo la storia.

In realtà, conoscendo un poco la realtà della foresta, appare anche un’altra contrapposizione, ancora più complessa e, per certi aspetti, devastante, e cioè il fronteggiarsi di due mondi.
Il primo, quello che tutti conosciamo perchè lo viviamo sulla pelle, è lo strapotere del soldo, zeppo di rumore, confusione, sofferenza, guerre, attività di ogni genere che costringono ad affrontare il quotidiano con difficoltà sempre crescenti, occultando così i grandi movimenti mondiali che si svolgono sempre al di sopra delle teste della gente.
Il secondo è il mondo in cui ci si interroga sul perchè siamo su questa terra, si apprezza il silenzio, si lavora su se stessi per lasciare un luogo migliore rispetto a quello che abbiamo trovato nascendo; un mondo che riconosce la piccolezza umana e allo stesso tempo l’indispensabile ruolo che abbiamo, in quanto esseri umani, nel cerchio della Creazione, al di là della religione.
In foresta questo mondo è composto da persone umili eppure fiere di sè e dei propri Antenati, dalla consapevolezza di poter dialogare con l’Infinito, dal prendersi cura dell’ambiente, di Pacha Mama, che è davvero, per la stragrande maggioranza di loro, la Madre.

Ritorno con il pensiero a come mi sono sempre sentito al sicuro e accolto dalla Foresta Primaria, alle notti piene di rumori sconosciuti e di meraviglia, ai contatti con il Sacro e a come, in questo rumoroso silenzio, mi sia sempre stato possibile trovare un contatto con un me stesso che aveva bisogno di tanta pulizia per ritrovare la propria, e da lì comprendere.

5 marzo 2018.

Ci sono momenti in cui non capisco il senso di tutto questo dolore: mi fa sentire un contenitore, senza anima, il cui senso è solo dare forma a questa sofferenza.
È una morsa che si stringe, un abbraccio freddo e silenzioso, una trasformazione in qualcosa di non umano, come un albero contorto, duro e dolente, che non può fuggire o ribellarsi.
Continuo a rifiutare antidolorifici, per non umiliare l’intelligenza che mi ha portato fin qui.
Aspetto un segno, uno spiraglio: non posso aver passato anni in queste condizioni per poi finire nel nulla.

Fuori c’è neve, è freddo e umido, e lo sento anche in casa, calda del fuoco di legna, ma il sole non si vede ormai da giorni, e la sua presenza è annunciata solo da uno schiarirsi della nebbia che circonda.
L’acqua è ovunque e assume ogni forma: ghiaccio, neve, pioggia, nebbia, stalattiti trasparenti che scendono dai tetti e dagli alberi, e il silenzio è quasi assoluto.

Giovedì abbiamo tomato io e Bianca, e lei ha avuto un momento in cui è scivolata, con i suoi problemi di respirazione e le parestesie: agitava una mano inerte e sorrideva di quel sorriso da ubriachi che mi mette in allarme perchè indice di dissociazione.
Fermo, la mano sulla sua spalla, guardando la liana che saliva in me e lei che chiedeva supporto, quello che tante volte mi ha dato, sono stato presente, senza nulla fare che non fosse l’esserci: ha funzionato, ma resta il dubbio dell’essere all’altezza.

Ora sono paziente di me stesso, e mi faccio fare cose che avrei consigliato ad altri, trovandoli nella stessa situazione, tuttavia il vedermi da fuori è limitato dall’angolo di visuale.
È quindi ragionevole che i momenti di sconforto siano pesanti, nonostante il fatto di essere circondato da atti amorevoli: non posso davvero più prendermela con nessuno, se non con me stesso, e questo impone lo scendere a patti con i valori e affinare l’impeccabilità.
Il cammino a volte si fa stretto e scosceso, l’aria più rarefatta.

11 marzo 2018.

Le diverse modalità che cannabis e ayahuasca hanno per arrivare allo stesso movimento stanno mostrando una complementarietà inaspettata: l’attivazione della ghiandola pineale è un aspetto che accomuna le due piante sacre.
Tuttavia ieri sera ho seguito i fosfeni, usandoli come ancoraggio al corpo durante l’high.
I fosfeni sono immagini, forme indistinte che appaiono ad occhi chiusi, come se le palpebre lasciassero trasparire frammenti di luce: ci ho giocato fin da piccolo.
Si vedono anche nel buio più totale, e la scienza dice che sono impulsi che arrivano al nervo ottico dal cervello; le terminazioni ottiche, e quindi anche i fosfeni, sembrano tuttavia attivate anche da altro, come ad esempio le radiazioni elettromagnetiche, ma per ora pochi li hanno studiati.
Stanotte, ignaro, li ho seguiti, partendo dal fatto già osservato che l’attivazione dell’occhio sinistro metteva in luce fosfeni diversi da quelli osservati con l’occhio destro, per me modalità della vista ordinaria.

Ebbene, i fosfeni osservati con la parte sinistra, e nel momento di transizione fra le modalità delle due erbe, hanno mostrato qualcosa di sorprendente.
L’aver rilevato un cambio di paesaggio è stata una svista dovuta a carenza di attenzione: in realtà non cambia il paesaggio, ma cambio io che guardo il paesaggio in modo diverso, più da vicino, più limpido, più dentro.
La zoomata che mi porta nei particolari, e che apre altri mondi peraltro evidentemente già esistenti, non è solo aumento della capacità visiva, ma modifica il me che guarda, spostando l’atto percettivo dall’occhio all’intero corpo, e dandomi così la prospettiva che io ‘sono’ all’interno di quell’altro mondo; ciò risulta peraltro corretto perchè in quell’altra dimensione sono energeticamente diverso.
Il fraintendimento sta nella antica convinzione che la realtà possa essere unicamente quella osservata nel quotidiano, e che le ‘altre’ siano, appunto, solo induzioni.
Usare i fosfeni come portale di accesso mi ha dato la piacevole sensazione di esplorare me stesso, e ciò è in linea con il movimento del ricordare invece che con quello del capire.

Per la prima volta ho compreso cosa implica il considerarsi ‘psiconauti’, termine che mi è sempre sembrato mentale e necessario per definirsi in quanto cerchio, ma che non avevo mai sentito risuonare dentro; ora, invece, sembra appropriato, perchè la sostanza in sè, che sia THC o DMT, appare in altra luce: non è più  strumento, anzi, gli strumenti sembrano essere già in mio possesso, e la sostanza appare invece più come un’atmosfera nella quale nuotare; l’assunzione in sè non è il portale di accesso, ma piuttosto la scelta di entrare in un ambiente nel quale usare i nuovi strumenti.

Così, il segnale che avevo chiesto prima di tomare è arrivato; la comunicazione è avviata: non so con chi o con cosa, e non oso dare un nome a quest’entità, ma è altrettanto reale di un Sogno Danzante, si insinua allo stesso modo nella consapevolezza del quotidiano.

 

13 marzo 2018.

È difficile raccontare di ieri notte: sono arrivato oltre, ed in totale sono stato in ballo sette ore.
E’ successo molto, e comprensioni si sono presentate, con la solita evidenza, semplicità, e potere, ma questa volta sentivo la liana operare sul corpo fisico, sulle zone sofferenti, con una costanza ed una progressione impressionanti.
Non ho vomitato, e forse questo ha partecipato: per dirne una, ad un certo punto ho sentito il collo avvolto da una mano guantata, spessa e morbida, che usava il formicolio che tanto mi tormenta portandolo, sul collo e dietro la testa, ad un parossismo che non avrei saputo giudicare se dolore o estremo piacere o impazzimento dei nervi.
Da dopo la terza ora il mio intestino ha cominciato ad espellere, a intervalli di un’ora, e si muoveva nella  pancia come un enorme lombrico che cammina facendo scorrere la gobba; non ero stremato: dopo ogni espulsione mi sentivo più forte.

Alternavo momenti in cui ero completamente nel sogno, mi staccavo dalla sensazione fisica ed entravo in un mondo in cui sapevo esserci presenze e forme con cui interagivo, con altre fasi in cui ero nel corpo, e seguivo il progredire della liana, dietro a sensazioni fisiche che mi rimandavano immagini, come se qualcuno stesse facendo qualcosa al mio corpo, e mostrasse anche quale direzione stava dando al suo fare.
Era come se stessi di fronte ad un filmato che riguardava il mio corpo come un oggetto cui stavano succedendo cose fuori da ogni logica ma perfettamente comprensibili, come se il vederle in sè ne  contenesse la spiegazione.
Le ho accettate come vere, ma mi manca di sapere chi stava agendo, se amico o nemico, se fosse il lavoro dell’ayahuasca o quello dell’energia perversa che mi sta divorando.

Devo imparare a interagire di più, a chiedere, a far sentire la mia presenza all’entità che è presente, chiunque essa sia: Gorman ha passato un paio di buoni trucchi, ma è arduo, in quelle condizioni, rammentarsi dei consigli.

Quando ero nel corpo, vista e udito erano finissimi e potenti, quando ne ero fuori avvertivo presenze ma non le vedevo, mi mancava un passo, un click, e la mia consapevolezza, sempre lucida, non era capace di cogliere  che ondeggiamenti dell’aria intorno, addensamenti di luce o di ombra, movimenti sfuggenti.
Nel passare dal sognare al corpo il respiro cambiava drasticamente, e una fame d’aria mi faceva prendere una violenta boccata, mentre nel passaggio contrario pian piano il respiro si affievoliva fino a ridursi piccolo e rapido, ritmico; poi di nuovo il bisogno di quantità d’aria mi portava al corpo e alle sensazioni della liana.
Lo sdoppiamento è stato consapevole sempre, c’erano due realtà contemporanee, e il pensiero vedeva e prendeva nota, ma nulla poteva fare: l’impossibilità a muoversi è stata costante, tranne quando  ero spinto a compiere gesti con le mani, su me stesso e nell’aria intorno.
Vedevo le mani diverse, più grandi e lunghe, artigliate o con unghie, e non erano attaccate al braccio eppure lo erano: una separazione che non conosco le univa, non ho altro modo di dirlo.
Una specie di luce ne illuminava il palmo: l’iguana stava prendendo possesso del mio corpo a partire dalle mani, ma non è andato oltre.
Sembrava, come altre volte, che non ne sarei più uscito.

Bianca è stata bravissima, ne apprezzavo i movimenti e gli interventi, così come i silenzi ed il suo stare sopra a quanto stava succedendo senza intervenire: la guardavo, in qualche modo la vedevo, così come ho visto il suo viso diventare una maschera, per me segno di essere nella visione.
La sua limpia mi ha cambiato lo stato dell’essere, mi ha riportato dal sogno al corpo, ed è lì che è iniziata l’alternanza; ha avuto il coraggio di fare cose che non aveva mai fatto, intervenire nel modo giusto e al giusto tempo, con delicatezza e fermezza.
In qualche modo mi ha guidato, e avvertivo in tutto questo una timidezza che non ha mai indebolito la forza.
Rendo onore a questa figlia.

La cosa più meravigliosa, dal punto di vista visivo, era il film che si presentava a spezzoni e che riguardava il corpo e quel che qualcuno gli stava facendo.
Cerco di recuperare le parole adatte a descrivere la visione, sento che ho resistenze a farlo, e in questo momento mi sfugge il perchè.
A volte so che scrivo per non dimenticare, ora sento che non ne posso scrivere: forse devo ancora recuperare il sentimento che vi era legato.

5 ottobre 2019.

Continuo oggi: dopo tanti mesi è ancora tutto vivo.

La scena era duplice: un essere nero, di cui si distinguevano gli occhi gialli, una specie di pantera umana, era china sulla mia gamba sinistra e la stava mangiando, mentre sullo sfondo una sorta di proiezione gigante del mio corpo mostrava esseri che si muovevano con delle lunghe lame, tagliando parti interne di me, come ad affettare via un tessuto verde spugnoso, lasciando scoperto, man mano che sollevavano quanto tagliato, un tessuto invece rosso, sanguinante, vivo.
Ogni cosa si svolgeva in un ambiente dai colori accesi, cupi, e con zone di luce forte, rosso-gialla.
Gli esseri si muovevano in sincronia, con calma e determinazione, e intanto la pantera umana mi guardava, quando alzava la bocca; non c’era dolore: quello era il mio corpo, ma il fisico stava da un’altra parte.
Vedevo quest’essere solo se guardavo con l’occhio sinistro; non lo avevo mai incontrato, e alla fine sono riuscito a chiedergli chi fosse: non ha risposto, ma si è fermata per un poco: avevo interagito.
Non volevo sapere chi o cosa fosse, accettavo questa cosa come sto accettando ogni giorno il dolore, ma era ciò di cui avevo sempre avuto paura.

Ogni volta che scivolavo nel sogno la scena riprendeva; non ero spaventato, ma già oltre.
Soltanto alcune cose entravano nel campo della comprensione; non stavo interpetando, ma assistendo a qualcosa che sapevo mia, che tuttavia forniva immagini estranee a quanto conoscessi di me: ad esempio allora non sapevo di avere un tumore, che in effetti, all’indagine, si sarebbe presentato come una formazione algosa di colore verdastro.

Per lungo tempo non sono riuscito anche solo a pensarvi, a ripercorrere quanto visto.
Di lì a poco sarebbe iniziata la tempesta che durerà alcuni mesi, portando scompiglio e necessità di cambiamento, sarebbe arrivato il tumore, e quindi il sapo, e l’inizio della condivisione di questo percorso; infine la possibilità di una nuova strada, finora celata, per continuare, con altri strumenti.

 

Che Bellezza sia sempre accanto.

Adriano.

By |2019-10-21T03:25:10+00:00ottobre 18th, 2019|Blog|0 Comments

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