6 novembre 2019   Nella notte della foresta il silenzio non esiste

Buongiorno.

Per la prima volta dopo due anni di cure intensive con ayahuasca, sapo, marijuana e con tutto ciò che sto facendo posso dire di avere la sensazione che la sclerosi stia regredendo.
Quando parlo di cure intensive non mi riferisco tanto alla quantità o alla frequenza della somministrazione, quanto all’intensità emotiva e al coinvolgimento, che qualcuno definirebbe animico, necessario per trasformare la cura da qualcosa di esterno a qualcosa che divene parte integrante di una nuova fase di vita.
E quando parlo di regressione non mi riferisco tanto all’apparizione, benvenuta e sospirata, di momenti di sospensione del quotidiano tormento, quanto ad una tendenza che sembra invertirsi.
Per quanto riguarda il tumore ancora non mi pronuncio, anche se controlli ecografici a distanza di un anno e mezzo dall’operazione non hanno dato riscontri di recidiva.

Cosa è cambiato?
Sono ancora in una fase di investigazione, in verità, e posso solo condividere lampi di intuizione che ancora devono aggregarsi in modo organico.
Il tentativo di curarmi si è trasformato, e certamente l’impulso iniziale di andare contro qualcosa che non sentivo mio si è disperso rapidamente di fronte alla vastità di quel che ho scoperto.
Ogni tanto mi vengono in mente amici e conoscenti che, di fronte alla notizia di avere una grave situazione di salute, si infilano in tunnel che non contemplano il volersi bene.

Andare contro significa creare conflitto, e la sottile pergamena su cui sta scritta questa verità spesso si lacera, bagnata dalle lacrime di paura e autocommiserazione, che sono i principali ostacoli al volersi bene.
Non è possibile voler bene ad un sè malato, così come non è possibile prendersi cura di esso: tocca riuscire a prendersi cura e a imparare a nutrire la parte del sè che è stata dimenticata, trascurata, data per scontata, quella che è sana perchè non può ammalarsi ma solo scomparire, c’è o non c’è, si fa sentire o è silente: l’aspetto misterioso.
Verso un sè malato si può provare compassione, lo si può accudire, alleviargli le sofferenze, ma la guarigione è un’altra cosa: assomiglia a una crescita, ha a che fare con la scoperta, quasi sempre con il ricordare.

Eppure, come in questo momento, accadono peggioramenti senza motivo apparente.
Il morale si abbassa, occorre rifugiarsi in spiegazioni: nel caso di questi giorni, ad esempio, sta piovendo sempre, l’umidità è fredda e alta, sto vivendo in una tenda, dormo scomodo, continuo a sottoporre il corpo a fatiche, a camminare nel fango della foresta, infilarmi sotto cascate alte sette, otto metri che ti rovesciano sulla testa un fragore fatto di colpi duri, freddi, un martellamento che annulla il pensiero e lascia i muscoli tremanti; ce ne si può dare una ragione anche disegnandosi il procedere ondivago di ogni cosa, l’espulsione di tossine, e via dicendo, ma si sa bene che son motivi, ancorchè veri, nati nella mente.

Arrivo infine a figurarmi una resistenza alla guarigione, che a guardar bene fa parte di un processo ovvio: qualcosa di me si è identificato nella malattia, così come è accaduto con la forma costruita in tutta una vita.
Qualcuno lo chiama ego, altri, come gli sciamani con cui lavoro, lo vedono come manifestazione dell’ombra, della forza che noi definiamo oscura, che permea l’universo: in realtà è la stessa forza che pone le basi della vita per come la conosciamo, che crea il corpo, la sostanza, la permanenza, in contrasto con l’essenza delle cose, che è, appunto, impermanente.
È la manifestazione del movimento che permette il crescere, e che non può accettare il morire, tende ad aggiungere, aumentare, prendere spazio; si trasforma per consolidarsi, non per tornare all’origine, accetta di mutare la propria essenza pur di sopravvivere: la traccia di un tumore.

In contrasto c’è l’assenza della forma, il trasparente tessuto fra ogni cosa, il luogo in cui tutti ci siamo trovati, sperimentandolo in questa realtà non foss’altro al momento della nascita, conservandone quindi in qualche modo il ricordo, e potendone riconoscere echi ovunque: condizione in cui non c’è ego ma identificazione indifferenziata.
Usciamo da essa, ci si tornerà; permette nascita e crescita, sembra voler indietro ciò che ha dato.

Nel mezzo, fra la forma e la sua assenza, fra nascita e morte, una continua scelta.
La Scelta, dicevano gli Anziani nativi, è l’unico potere che abbiamo.

L’ayahuasca accompagna nella sperimentazione del passaggio fra le due realtà, o fra le due densità della stessa realtà; disinnesca l’attaccamento alla forma: l’ego non sopporta, reagisce.
Nel momento in cui si allentano i legami della percezione ordinaria, quando le coordinate abituali vengono meno, l’empatia inizia ad essere un riferimento: da qui parte il processo che permetterà di entrare nello spazio dove la forma abituale è assente, e da lì agire.
L’ayahuasca si lega ad un processo interiore, ad un sentiero di conoscenza, e ho bisogno di sentirmi attivo in quel che ho già definito come dialogo, dato che tale è stata, a volte, la mia esperienza: mi rendo conto che non si innesca questo tipo di relazione quando non sono centrato, quando dentro di me prevale il bimbo bisognoso, quando la concentrazione e l’intento sono deboli.
In questi casi l’ayahuasca agisce comunque, ma porta immagini, concatenazioni, anche visioni, che richiedono tempo, a volte mesi, per essere collocate.

Carlos pone l’accento su ciò che definisce l’apertura della corona.
È certamente un lavoro di rimessa in movimento della giandola pineale, cioè sulla messa in circolazione di DMT autogena: la molecola dello spirito.
L’ayahuasca viene definita la Piccola Morte, e certo parrebbe che questa definizione derivi da effetti che possono sembrare spiacevoli, come l’incapacità di muoversi, o la sensazione che non se ne possa uscire.
Piuttosto credo sia collegata a quanto detto prima, cioè che sotto ayahuasca si possa sperimentare lo sganciarsi dal mondo della forma, e per la percezione ordinaria questo equivale al morire.

Sotto ayahuasca fluttuo in un luogo che trasuda appartenenza, nonostante le modalità aliene: qualcosa è consapevole che uscire dalla forma non significa essere persi.
Lo sciamano arriva a muoversi, in questo mondo che è poi lo spazio della non forma, a muoversi e a operare, toccare, modificare, aiutare, a volte guarire, proprio perchè è un luogo condiviso.
Canta, fischia, suona strumenti suasivi, ipnotici, stridenti: sono vibrazioni, frequenze; i complessi e articolati icaros, ma anche le semplici melodie di poche note sono regali ricevuti durante le visioni, e costituiscono segnali posti su sentieri sconosciuti: seguirli è una scelta, a volte un piacere.

Nella notte della foresta il silenzio non esiste, e tuttavia nulla va a disturbare.

Che Bellezza sia sempre vicino.

Adriano.

By |2019-11-08T00:17:13+00:00novembre 8th, 2019|Blog|0 Comments

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