7 novembre 2019   Nè di destra nè di sinistra, ma con Pachamama

Buongiorno.

A volte non è semplice vivere realtà così diverse da quella cui siamo abituati: modalità per noi inconcepibili sono qui normali, e nostri atteggiamenti e abitudini suscitano reazioni che vanno dal riso all’esclusione.

Questo viaggio, come ogni altro, rivela se stesso sulla distanza, e sta affiorando qualcosa che ha a che fare con la guarigione ad un livello che mi sorprende.

Ieri, dopo la settimana passata a stretto contatto con la famiglia di don Vicente, a Urku Mayan, abbiamo trascorso una lunga mattinata con Medardo, Carlos, Giosuè e Christin a cercare di capire come, nella pratica, riuscire a far incontrare il nostro desiderio di condividere e rendere onore alla realtà vissuta in foresta, di dare una mano a realizzare un loro sogno, e al contempo di rendere possibile il nostro.
Giosuè e Christin sono coloro che stanno mettendo in modalità operativa un enorme progetto riguardante la salvaguardia dell’intera comunità kichwa, delle tradizioni, del territorio, della natura; Medardo, ex presidente del PKR, è uomo politico con una visione chiara a livello mondiale, una collocazione piuttosto in alto nella rete di associazioni delle comunità indigene, tante davvero, regionali, nazionali, panamericane, internazionali; Carlos è Carlos.

Le immagini uscite da questa conversazione sono state sconcertanti.
Al medesimo tempo abbiamo assistito alla rivelazione di realtà ignorate, alla proiezione di seicento anni di colonialismo, al tentativo di un popolo di riscattare la propria collocazione nella storia, in un mondo che è fermamente deciso ad annullare una visione del mondo ancestrale più che mai viva e operativa ma che è un ostacolo allo sfruttamento delle risorse in petrolio, oro, uranio, rame, nascoste sotto una coltre di verde che di per sè dispensa ricchezza per la vita stessa dell’uomo, sotto forma di nutrimento, medicina, contatto con lo spirito, a disposizione senza conflitti, in una reciprocità di rispetto, collaborazione, armonia.
Ma il confine fra buoni e cattivi non è chiaro, ed è altrettanto difficile comprendere gli ostacoli interni, superarli, uscire da un apparente vicolo cieco che sembra indurre ad una violenza che qui nessuno desidera.

Nonostante la disponibilità e la stima reciproci, derivanti anche dall’aver tomato insieme più volte, è stato difficile districarsi dalle pastoie culturali, legali, burocratiche, comportamentali che due culture radicate, due diversi e antichi condizionamenti, ponevano tra noi.
Spero che la comprensione che l’aver toccato con mano queste difficoltà mi ha dato sia corrispondente ad un arricchimento anche del loro punto di vista.

Ne traggo una prima sintesi: nè di destra nè di sinistra, ma con pachamama, sembra essere una silente parola d’ordine che serpeggia nella coscienza dei più, indipendentemente dall’attivismo, dal livello culturale, dalla consapevolezza politica.
L’ancestralità, intesa come modo di vita, di curarsi, di relazionarsi con ogni cosa, è un valore diffuso ovunque, e allo stesso tempo è qualcosa che semplicemente esclude quasi tutto ciò cui noi siamo abituati: per dirne alcune, l’industria farmaceutica, l’istituzione religiosa, lo sfruttamento delle risorse della terra, sopra e sotto la sua superficie, l’autonomia intesa in senso lato, il concetto stesso di esercito, di confini, di proprietà.
Le comunità native sudamericane, non diversamente dai nativi nordamericani nell’ottocento, sono oggi lo specchio dell’ombra che accompagna la civiltà industriale, il mondo del dio denaro: fanno paura, vanno eliminate.

Gentilezza e determinazione sono scolpiti nei volti degli indigeni della foresta, nei loro occhi brilla l’appartenenza a qualcosa di più vasto, e una parte del mio spirito viene umiliata a vedere quanto sia facile e immediato che tanta bellezza si sgretoli sotto il velo che l’alcool stende, di fronte al luccichìo dei gadgets posti davanti agli occhi di bimbo che anche gli adulti hanno, o ad opera dello zucchero, avanguardia che va a far danni che poi l’industria farmaceutica userà per trarne profitto, inserito dalla cocacola inc in quantità enormi nella alimentazione di un popolo che da sempre viveva benissimo senza, per non parlare poi di trivelle, miniere, sfruttamento, ruberie.
A starci dentro è impressionante vedere l’attacco multiforme che stanno subendo, così come fa impressione la capacità di resistere legata a una morale e a un’etica comportamentale che continua ad essere, nonostante tutto, mite.
Vien da pensare a Ghandi, non esteriormente o nelle forme di lotta, ma per il legame con una saggezza ed un senso del giusto che personalmente mi attira e scalda il cuore.

Tuttavia i bagni di realtà che sto vivendo in questo viaggio hanno ricollocato quel confuso perchè io sia qui in questa fetta di vita, hanno ridimensionato la vena romantica, la ricerca del paradiso, ridefinito l’assunzione di responsabilità.
L’eterna domanda ‘che fare?’ sempre più scivola lontano da risposte materiali, avvicinandosi ad un luogo in cui dovrò entrare con tutta la mia interezza.

Cosa c’entra tutto ciò con la guarigione?
Due anni fa, la prima volta che andammo alla Laguna Sagrada, Carlos, nella cura, a fianco alla toma che avremmo fatto, al periodo di dieta composto non solo da come ci saremmo alimentati ma anche da una serie di norme comportamentali, alle piante medicinali che sarei andato ad assumere, mise anche l’aria che avremmo respirato: ne fui sorpreso, al momento.
Capii, tornando, quanto fosse vero.
L’aria, in foresta, è diversa, come avesse una composizione particolare.
Non è solo questione del non inquinamento, ma è come se le particelle di umidità portassero con sè tracce dell’infinità di piante medicinali che respirano le une accanto alle altre, con una loro presenza che si riflette nello stato d’animo che avvolge man mano che ci si addentra.
La presenza delle piante, intesa non solo come esserci ma anche come coscienza, diviene evidente nella  progressiva sproporzione di dimensioni e di livelli in cui si sviluppa la vita: intorno alla Laguna Sagrada, nel folto della foresta primaria, là dove sembra di essere Alice nel Paese delle Meraviglie, dal fitto della vegetazione a terra si alzano tronchi enormi, su cui crescono altre piante, che a loro volta si innalzano, ospitando a volte una terza piattaforma da cui crescono altri tipi di vegetazione ancora.
Il sole filtra attraverso questi strati, il calore crea una sorta di cupola sotto la quale si cammina, contenuti e protetti in un plasma che regala sensazioni tattili; i rumori sono distorti, la direzione di provenienza è confusa, viene da parlare sottovoce, da star zitti.
I sensi sono attirati da troppe cose perchè si possano registrare tutte, e ne consegue una attenzione globale, l’accettazione di un rumore di sottofondo composto, su cui spiccano trilli, fruscii, rami che si rompono; lampi di farfalle attraversano il campo visivo, e si confondono con le foglie che continuano a cadere.
Il vento entra raramente, e molto spesso, a fermarsi, una totale immobilità sommerge la percezione.

Tutto ciò è un valore, una ricchezza, certo, ma dal punto di vista di chi la vive non è solo una cosa esterna da conservare o proteggere, perchè diviene anche il riconoscimento di un qualcosa di interiore, di effettivamente esistente dentro, di antico, qualcosa che la memoria non può raggiungere.
L’accoglienza della foresta sembra appartenere alla sfera della tolleranza, piccoli e circondati come si è da una quantità di vita e di morte che si replica per centinaia di chilometri attorno.

È un santuario, è il sacro che non trova ostacoli ad esprimersi, generoso di sè, che sconfina nella materia, la permea; questi indigeni l’hanno nel sangue, sono cresciuti qui, è parte del loro modo di vivere, di pensare, di comunicare, di relazionarsi.
Tutto ciò è una Medicina in sè, basta esserci dentro, risuona nel modo di affrontare la vita e le sue  difficoltà, di evitare i dispendi di energia, inventarsi la capacità di protezione, godere della bellezza.

Per una testa dura come la mia ci voleva forse questo immenso spettacolo per far entrare una piccola immagine, ma ciò che è entrato è tutto meno che parole.
Ha a che fare con la tolleranza, la non passività, il farsi strada convivendo, la coesistenza, il nutrimento reciproco, la simbiosi, la conservazione della propria identità.
Ha a che fare con l’accogliere, il permettere, con la presenza, il rappresentare, con l’ordine del caos.

Non mi sono mai sentito in pericolo, eppure mi rendevo conto di quanto la mia attenzione fosse inadeguata.
Non mi sono sentito sperduto, anche se so bene che non potrei sopravviverci.
Ciò che intendo non riguardava il corpo fisico: era qualcosa di antico che si sentiva a casa, che stava ritrovando una sensazione che la forma non può sentire.

Forse è questo che ho avvertito nei nativi con cui ho tentato di comunicare, forse questo è l’elemento salvifico che son venuto a cercare.

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2019-11-13T19:51:42+00:00novembre 13th, 2019|Blog|0 Comments

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