8 settembre 2019   Cosa è la malattia, se non un diverso stato dell’essere?

Buongiorno.

Rileggo le pagine del dicembre di due anni fa: trovo frammenti, pezzi di un puzzle che sembra non aver fine e li riporto, sparsi.
Ogni nuova esperienza porta la consapevolezza di non poter abbracciare altro che un vapore che si lascia percepire, e respirare, ma è senza sostanza fisica: penetra ovunque, e non bisogna cercarne la forma.
La trasformazione dei bisogni si rivela necessaria in una situazione in cui il loro stesso soddisfacimento mi avrebbe, fino a poco tempo fa, riempito: l’età e l’esperienza non servono nel momento in cui si rivelano territori inesplorati, se non nell’evitare pericoli che già si sono mostrati.
Vedo i timidi passi di quei giorni, li confronto con quelli di oggi, e nuove consistenze del sentiero mi avvertono che continuo ad avanzare: tuttavia la distanza dall’orizzonte sembra immutabile.
Ritrovo un filo solo se mi pongo nell’ottica del procedere nonostante.

 

10 dicembre 2017.

Ieri sera ho di nuovo preso ayahuasca, da solo perchè Bianca è a Lisbona: è la quarta volta, da quando siamo tornati dall’Ecuador: leggere allucinazioni e tante concatenazioni di immagini.
Da una sensazione fisica scaturiscono immagini che rinviano ad altre che a loro volta creano sensazioni: un processo simile a quello sperimentato in meditazione, specialmente nei ritiri di molti giorni, quando si ha il tempo di dissipare pian piano, per autodistruzione, il dialogo interiore, ed affiora il sapore della verità.
In foresta, durante la seconda cerimonia, ho sognato in questo modo, a scatole cinesi, e vedevo in sogno come e cosa avrei dovuto io stesso cambiare perchè i nodi attuali avessero uno scioglimento portatore di pace: era un inanellarsi di risposte che al momento apparivano già sapute, possibili e pragmatiche.
In seguito, nel quotidiano, una folla di avvenimenti metteranno in discussione la fattibilità di ogni sforzo in quel senso, ma non ha importanza: so che in alcuni luoghi dell’essere molte cose sono possibili, e si tratta solo di arrivarci.
Così ieri sera: semplicità e fluire dei gesti e nei contenuti,  leggerezza che era allo stesso tempo determinazione.
Si sono aggiunti tasselli alla mia storia con l’ayahuasca: piccoli, danno la sensazione di tenere al caldo le cose preziose finora ricevute.

Penso che le scaglie incrostate sulla mia anima e nel corpo siano da prendere in considerazione non più come zavorra di cui liberarsi, ma come opportunità di comprensione che infine bisogna riscattare.

In attesa che venga chiaro quando potrò tornare in Ecuador, dovrei raddoppiare la quantità, adeguandomi così a quel che Carlos stesso mi ha detto, ma si sa: i suggerimenti degli sciamani hanno come postino Coyote, che ne cambia la forma.

Devo imporre disciplina nell’alternanza di paura e fretta che mi ha portato dove sono ora.

Lascerò che i prossimi giorni mi regalino profumi.

L’azione del DMT è orientata alle scelte.

L’ayahuasca mi fa comunque paura, e cerco un dialogo; la liana, come dicono gli sciamani, ti dice che fare: la voce familiare sussurra, approfittando del silenzio interiore che si instaura.

11 dicembre 2017.

Oggi dal cielo l’acqua scende in ogni modo: ghiacciata, come neve, pioggia, nubi;  arriva in gocce, fiocchi, in forma di nebbia, e appena si posa al suolo, sugli alberi o sulla poca erba rimasta, ghiaccia e ricopre di cristallo ogni cosa: allo stesso tempo protegge dal gelo ancora più forte che certo questa notte arriverà.
Così le emozioni, penso.
Forse l’assunzione di responsabilità fa come oggi l’acqua: ricopre e protegge, porta magia e senso di preziosità; modifica, nella trasparenza, le forme e insieme fa da lente e da amplificatore della luce attorno a quel che racchiude: è il tornar bambini. 

Esistono diversi tipi di estasi, e a volte si celano in luoghi in cui mai andremmo a cercare.

Risparmiare energia potrebbe anche significare usarla in altro modo, nonostante possa sembrare un grande dispendio: solo la voce familiare potrebbe suggerire una cosa simile.

12 dicembre 2017.

Nel 1979 sono entrato nel mondo delle medicine cosiddette alternative, sono quindi diventato terapista, poi insegnante, e la mia vita, ormai da decenni, si è orientata in questo senso.
Mi sono occupato delle disarmonie altrui, e, naturalmente, anche delle mie; studiando i testi sacri della medicina cinese e dell’alchimia, addentrandomi nella pratica dello shiatsu, passando anni su tai chi, euritmia, yoga, passi magici, mantenendo saldo e presente il supporto della meditazione, e, infilandomi in tutto quello che riuscivo a trovare che avesse attinenza con una comprensione di cosa fosse la malattia, ho iniziato un cammino che mi ha portato qui.
Ai miei occhi gli organi a poco a poco sono diventati funzioni, poi espressione di energie che non vedevo ma che avvertivo, perfino toccavo; la percezione ha assunto nuove caratteristiche, ed ogni suo aspetto ha iniziato un costante, e a volte sfuggente, processo di trasformazione, che mi ha regalato intuizioni preziose.

Poi è arrivata la Ruota di Medicina, ed un’immagine forte: un uomo deve cercare la propria visione, vivere il proprio sogno, e da più di venticinque anni cammino su questa strada; contemporaneamente Edward Bach mi passava un concetto che si sovrapponeva: la malattia è il risultato dell’allontanarsi dal proprio sogno, dal motivo per cui siamo su questa terra.
Era terreno in cui andare alla cerca, ma l’intelletto è solo uno strumento, e toccava quindi sottoporre corpo e spirito a continue prove.
Tutto ciò non è mai giunto ad una conclusione, ad una definizione di cosa la malattia in realtà sia, perchè mi è sempre sembrato che una etichetta fosse troppo limitante di fronte alla vastità che intuivo.

Adesso sono malato io, di un qualcosa costantemente presente, sia nel corpo che nella consapevolezza, e che costringe a cambiare il quotidiano: vivo con la malattia, giorno e notte, mentre progetto, sondo le possibilità, mentre riposo, cerco spazi e silenzi, quando viaggio e nel godermi un tramonto.
Ho tutto il tempo per guardarla, e anche se distolgo lo sguardo la sento nei nervi, come una corrente che non cessa mai di fare rumore: a volte cascata, a volte ruscello.
Nei dormiveglia diviene un mormorio di fondo e si prende la libertà di colorare ogni sogno, di entrare in ogni comprensione; disattiva entusiasmi per cose che non posso più fare e tuttavia ben presenti nella memoria profonda del corpo; mi porta, più che a pensare, a sentire una conclusione di questo cammino che a volte appare così pieno di sofferenza. 

Eppure questa condizione sta agendo da acceleratore, spinge, per la evidente e ormai realizzata mancanza di tempo, che è poi espressione del senso di inadeguatezza, verso frontiere sfocate e lontane, ma ora a portata di mano; abbatte tabù, rende ovvie e possibili cose che non lo erano, modifica i valori, li riduce di numero, rendendoli vivi e preziosi; mi ha portato lontano, in un mondo attorno al quale ho sempre girato ma nel quale le immersioni erano sempre agite in relativa sicurezza.
Ora non ho più paracadute, e le cime non assicurano un ritorno.

Due volte, in vita mia, sono stato ad un passo dall’andarmene: forse sono state anche di più, ma solo due volte l’ho realizzato nel momento in cui accadeva.

La prima volta nel 1988.   Ero in India, e una banale spina in un dito ha innescato una infezione interna che nessuno riusciva a fermare; quaranta giorni di febbre alta avevano consumato il mio corpo, ho vissuto intere settimane con la flebo costantemente attaccata al braccio a iniettarvi ogni sorta di veleni: crotalo, vipera, naja, anche antibiotici, e nulla cambiava.
Poi, all’improvviso, tutto è sparito, lasciando un corpo magro, un braccio sinistro senza più carne, e uno spirito affilato: ho dato svolte importanti alla mia vita.

La seconda in Ecuador, poche settimane fa, durante un’onda di ritorno da ayahuasca: il collasso era evidente, ed il freddo e l’insensibilità dai piedi erano saliti verso il cuore, e sentivo che il momento era giunto.   Ero solo, entravo e uscivo dal sogno, avevo paura; ho sognato un cane giallo che andava deciso verso la mia sinistra, e in effetti un cane giallo ha raggiunto Bianca e Oscar, che facevano spese in città, li ha accompagnati per le strade, attendendoli fuori dai negozi, fino a che Bianca ha compreso il messaggio: avrebbero dovuto tornare subito, e sono arrivati in tempo, Bianca è riuscita a portarmi indietro, con il suo  calore ed il pianto e i ricordi di quando era piccola e con l’aiuto del cerchio della famiglia.
Sono arrivato sulla soglia, il respiro quasi non c’era più, ed il cuore batteva debole e sempre meno e non riuscivo più a muovere nulla, tuttavia infine ero in una sorta di serenità, tutto appariva giusto, al suo posto: non stavo opponendo resistenza.
Poi un sentimento ha prevalso, e ho sentito una svolta nel corpo, uno spostamento.

Che cosa è la malattia, dunque? O, infine, esiste?

Forse è solo un errore nella prospettiva: qualcosa sempre esistito si mostra come estraneo, ma è parte del dialogo con l’infinito.

In quella stanza in Ecuador, circondato da miglia di foresta, e da un cerchio di candele accese che attraversava l’oceano e arrivava fino a casa, la mente non funzionava, ed aveva lasciato il campo ad una sorta di consapevolezza leggera che occupava tutto l’orizzonte: il sentimento era l’arrendersi, e c’era una sorta di fiera serenità, per essere nel posto giusto al momento giusto, e nessuna recriminazione, nessun sapore amaro, nulla da cui distogliere gli occhi, solo pace.

Cosa è, dunque, la malattia, se non un diverso stato dell’essere?

 

Ci sono momenti in cui vivo ogni cosa come fosse una vibrazione: le persone perdono i loro soliti connotati, gli avvenimenti appaiono conseguenze di azioni passate o emanazioni dal futuro, segnali e intuizioni hanno la stessa concretezza di una stretta di mano.
In questi frangenti la sensazione dell’essere presente è forte e proporzionale all’assenza degli abituali riferimenti, e quando questi ultimi si ristabiliscono, non riesco a collocarmi.
Forse davvero la parola malattia, e la sua estensione, la morte, sta unicamente all’interno dei riferimenti conosciuti, e quando questi svaniscono, mi sento diverso e più centrato: l’alternanza di stati dell’essere in cui mi considero malato e altri in cui, come per magia, il concetto stesso non esiste, mi sorprende, ed esorta lo sguardo ad andare oltre.

Ringrazio di vivere le mie giornate in mezzo ai boschi, circondato da alberi, con il cielo sopra la testa e l’erba sotto i piedi quando esco di casa: le orecchie esplorano il silenzio, gli occhi arrivano lontano, il naso sente l’odore della pioggia il giorno prima che arrivi.
E, prima che tutto ciò divenga consapevolezza, avverto la presenza degli alberi, del sole che scotta, del vento che porta notizie, come onda che avvolge e sostiene.
Prima godevo della bellezza della natura, ora il confine fra dentro e fuori, per alcuni meravigliosi momenti, non esiste.

Che Bellezza sia sempre intorno.

Adriano.

By |2019-11-29T15:08:14+00:00settembre 8th, 2019|Blog|0 Comments

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