9 ottobre 2019   Ciò che mi aiuta mi tiene ancorato

Buongiorno.

Vi lascio alle pagine del diario.

 

28 marzo 2018.

Non riesco a pensare con chiarezza, nè a leggere; queste sono le prime righe che scrivo da giorni, e non so neppure cosa metter giù, lo faccio solo nella speranza che aiuti a schiarire.

Le programmazioni svaniscono: la vita va avanti e io sono fermo e dipendente.

Ieri sera ho tomato, e l’ho fatto con il preciso pensiero che mi potesse attenuare i dolori: è stata la serata più strana che abbia vissuto con la liana.
Sembrava che una nebbia densa fosse presente e che non permettesse il contatto, il sentirsi reciproco di sempre; la mia percezione è stata di un lavoro in cui ognuno fosse al suo posto, non perchè tenesse lo spazio ma per impossibilità di fare altro: un nulla durato tre ore che mi ha lasciato spossato.
Volevo stare solo: sapevo che non avrei dormito e così è stato; verso mattina è iniziata una lunga e poderosa pulizia intestinale: una grande limpia.

Fuori c’è la luce particolare di quei giorni in cui è nuvolo ma ventoso, ed il sole non si vede ma il tramonto  non si potrebbe altro che definire splendore, più luminoso delle nuvole; il tono dorato si comunica alle cose vicine, agli alberi, alla casa, ed il bosco attorno è cupo, ombroso, umido.

Ho spasmi, le gambe in una morsa e linee di dolore bruciante alle braccia.
Ho la netta sensazione che il declino sia veloce.
Continuo a pensare sempre più spesso alla morte e inizio a figurarmi modi in cui possa accadere, e a vivermici dentro.   Vedo sempre più di frequente ogni cosa e persona come attraverso un vetro che amplifica ma me ne distacca al contempo, e mi sento il bambino che non vuole andare a dormire.

Davvero non ho detto e fatto tutto quel che dovevo, oppure è il mio ego che desidera qualche altra identificazione?

Ho rotto rapporti di anni come se non mi importasse, mentre un occhio interiore vedeva l’inutilità del portarli avanti, senza sofferenza nel farlo, come se una personalità venisse avanti e si comportasse così.
Continuo ad occuparmi, per quel che riesco, degli affari del quotidiano; l’occhio si allunga e vede cose buone per gli altri, e trascura cose cui potrei partecipare di persona.
Il morire è ora cosa possibile, e la paura si trasforma pericolosamente in accettazione: mi sembra non esser vero che ogni cosa scompaia.
Mi soffermo su linee di consequenzialità meno disturbate da emozioni e conflitti.

30 marzo.

Vedo da dove vengono i pensieri di morte, che sarebbe più adatto definire di fine vita; quando il dolore arriva al limite faccio scivolare la consapevolezza a sinistra, non diversamente da come si fa con gli occhi: in questo luogo si modifica la percezione del dolore.
Non se ne va, ma cambia, si allarga e comprende altro, gli conferisce tridimensionalità, forma e storia; appaiono immagini, fili logici e di consequenzialità nella percezione stessa, inizialmente sovrapponente.

Una delle più forti percezioni in questo stato dell’essere è la sua ineluttabilità: qualcosa è si esaurito; senza appigli, fluttuo nel fiume verso la cascata.
Convivo con questa presenza, che avvolge il fisico ma soprattutto lo spirito, rallenta la mente e si comporta con le emozioni come il maestrale con il mare: troppo forte per sollevare grandi onde, ne crea tante, piccole e dure, difficili da navigare, in un’acqua densa e nervosa che ha scordato la morbidezza.

Ciò che mi aiuta mi tiene ancorato, e quel che sta piegandomi induce al distacco, a rivolgere lo sguardo all’astratto: qualcosa cambia il proprio senso d’essere, e mette in dubbio anche ogni altra relazione.
Comincio a sentirmi estraneo in una realtà che era profondamente mia: l’interiorità non sarà mai una casa, piuttosto una barca, con la quale navigare riducendo all’essenziale il necessario.
Forse è questo il miglior concetto di fine vita che riesco ora a concepire: ne vedo i passaggi.

A volte c’è come uno sfasamento nel percepire quel che è e quel che potrebbe essere già ora e, a guardare la morte da questo verso, una vertigine mi avvolge, piena di profumi e suoni; uno di questi mi attira, e ha a che fare con l’entusiasmo: parte dalla pancia, ed è antico.

Da qui a pochi giorni avrei scoperto di avere un tumore: a un anno e mezzo di distanza, e dopo tutto quello che è successo, la dimensione mentale è cambiata.
Ci sto sopra, ne riparlerò.

Che Bellezza sia sempre accanto.

Adriano.

By |2019-10-25T00:48:35+00:00ottobre 24th, 2019|Blog|0 Comments

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