L’AYAHUASCA SECONDO ME -3- Kambo, il passaggio del soffio vitale

Ancora una volta, esplorando le Medicine della Foresta Amazzonica, ci si imbatte nella Magìa della Natura e dell’essere umano ad essa connesso.

Ci si chiede come sia stato possibile che da millenni la saggezza dei nativi sia consapevole di sottili meccanismi biochimici che la scienza sta scoprendo solo ora, e che stupiscono per la capacità di interazione fra uomo ed elementi naturali: non si può non definirlo un aiuto, non si può non pensare ad una Intelligenza che abbia partecipato a questa Conoscenza.
Le Medicine della Foresta pongono direttamente di fronte al Mistero; i nativi parlano di relazione con lo Spirito delle Cose: un dialogo per noi dimenticato e da riconquistare.

Il Kambo, che più propriamente andrebbe definito Sapo, è una sostanza usata dai nativi della foresta Amazzonica principalmente con lo scopo di aumentare le capacità di cacciare e di ampliare la visione, la focalizzazione, la resistenza e la forza fisica; viene usato da sempre come stimolatore delle difese immunitarie, medicina magica e, ultimamente, come vaccino contro le malattie portate dai bianchi, per le quali gli indigeni, specialmente i bambini, non hanno difese. 

Il Sapo viene preparato raccogliendo la secrezione di una rana della foresta (Phyllomedusa Bicolor), solleticata e lasciata poi libera e indenne: i nativi l’avvicinano tramite un canto. 
La Phyllomedusa Bicolor si serve delle proprie secrezioni come difesa immunitaria contro agenti patogeni e come deterrente per i predatori.

L’interazione.

Nel corpo umano ogni cellula è ricoperta da recettori, che si aprono e chiudono, non diversamente da come fa un fiore con la luce, trasmettendo al nucleo della cellula stessa il messaggio ricevuto dal cervello tramite catene di amminoacidi definiti peptidi, e attivando così la produzione delle sostanze richieste.
Il Sapo contiene, fra le decine di peptidi attivi di cui è composto, sette peptidi bioattivi, cioè in grado di stabilire un legame con i recettori umani senza danneggiarli.
Le sostanze contenute nel Sapo hanno un potente effetto sulla muscolatura liscia di stomaco e intestino, sulle ghiandole salivari, sui dotti lacrimali; provocano un calo della pressione sanguigna, accompagnato da un aumento della potenza del battito; innescano una stimolazione della corteccia surrenale da parte della ghiandola pituitaria, tramite il rilascio di corticotropina; possiedono una forte azione vasodilatatrice e analgesica, antiinfiammatoria e regolatrice della pressione sanguigna.   
Due di questi peptidi, la deltorfina e la dermorfina, sono oppioidi, notevolmente più forti della morfina ma, data la loro affinità con le beta-endorfine prodotte dal corpo umano, molto meno problematici e più tollerabili. 
Le sue capacità antitumorali sono da anni oggetto di studi internazionali e di testimonianze.
Nessuna di queste sostanze provoca invece dipendenza, nè stati allucinatori o di visioni oniriche: non sono psicotrope.

La pratica.

Per la cerimonia, si effettua una piccola bruciatura con un bastoncino di tamishi, sorta di vite selvatica, su uno o più punti generalmente del braccio, e applicando poi il Sapo, precedentemente fatto rinvenire da chi serve la medicina, sulla pelle esposta. 

Ora, prescindendo dal fatto che ogni interazione, e quindi anche ogni cerimonia, è unica e irripetibile, vi sono sostanzialmene due modalità di somministrare l’Essenza della Rana: la prima, diffusa specialmente nell’amazzonia brasiliana, comporta che il ricevente beva, prima della somministrazione, notevoli quantità di acqua, o di infusi depurativi, che indurranno in questo modo il vomito; la secrezione secca viene inoltre diluita con alcune gocce d’acqua, e vengono praticate piccole e spesso numerose bruciature superficiali.
Nella seconda, invece, più antica e diffusa nella foresta profonda, che preferisco definire Sapo, così come fanno i nativi,  non c’è la pratica del bere per indurre il vomito, le bruciature sono inferiori di numero, al massimo quattro per volta, più estese e profonde, a scoprire i capillari, e soprattutto viene usata la saliva di chi somministra per sciogliere la sostanza secca.

Naturalmente ho provato entrambe le pratiche, constatando che sono diverse, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche dell’intento e dei risultati.
Per quanto mi riguarda, il rapporto con il sapo dura ormai da anni, con una frequentazione assidua, almeno settimanale, spesso sperimentando periodi di svariati giorni di fila: la pratica insegna a dosarne le quantità, in accordo all’esigenza. 

Lo somministro a mia figlia, alla mia famiglia, agli amici che lo desiderano; sto seguendo un mio percorso di guarigione, altri nel Cerchio fanno lo stesso; i nativi parlano dello Spirito del Sapo: io non posso far altro che riconoscere l’esistenza di un’intelligenza che agisce al di là della consapevolezza ordinaria.

Tralasciando questioni puramente tecniche, quali le dimensioni delle bruciature,  riguardo alle quali grossomodo possiamo dire che un punto di sapo equivale a tre o quattro nel ‘kambo style’, mi soffermo sulla pratica del bere e sull’uso della saliva anzichè dell’acqua per sciogliere la sostanza secca.
Per quanto riguarda l’induzione al vomito tramite acqua, negli insegnamenti Matsès che mi sono stati passati non esiste: il sapo va dove vuole, e fa il suo lavoro.
Se c’è bisogno di vomitare così sia, ma non è nè indispensabile nè ovvio: può essere che lavori solo sulla circolazione, sulla testa, o nell’intestino, sulle mucose, oppure ovunque.

Dato che non introduciamo una sostanza con una propria specifica interazione, ma peptidi che attivano, tramite i recettori, processi comunque fisiologici, il senso di intossicazione presente non è dato dal sapo, ma dalle tossine presenti nel corpo, che si mettono in circolazione più velocemente del solito. 
Proseguendo la pratica, ci si rende presto conto di come diversamente si reagisca alla sostanza: spesso, dopo una decina di applicazioni, neppure compare più la nausea, ed il livello di intervento si fa più profondo, ad arrivare alle tossine mentali, psichiche, fino ad attivare sogni, ad esempio, o concatenazioni di pensieri insolite e particolarmente lucide.

Riguardo al fatto di sciogliere la sostanza con acqua o con saliva, invece, il discorso si alza: la saliva contiene elettroliti, tipo sodio, potassio, magnesio, inoltre composti antibatterici, enzimi, immunoglobuline e anche, in piccola parte, ormoni.
È ovvio che si andrà a formare una composizione ben diversa che usando acqua: è in qualche modo l’essenza della persona che entra in circolo direttamente, potremmo dire che è lo spirito di chi somministra che va a d incontrare chi riceve.

Lo spirito.

Nelle tradizioni native il passaggio dello spirito è un fondamento delle pratiche di guarigione: considerando la pratica del rapè, chi soffia nel tepi passa il suo spirito a chi riceve, non diversamente dal soplar humo de tabaco nelle cerimonie da parte di quasi tutti gli sciamani, o dalla pratica taoista, appunto, del soffiare sui punti di agopuntura, e via dicendo.
Come ovunque nel mondo, nelle popolazioni native, la relazione fra chi si prende cura e chi la riceve è speciale, unica, particolare del momento e va sempre oltre la manifestazione od il contatto fisici.
Utilizzando le Medicine della Foresta è necessario comprenderne lo spirito, entrarvi in contatto, rispettarle: antes pide permiso, y despuès pregunta.
Il sapo va là dove c’è bisogno.

Negli antichi testi di Medicina Tradizionale Cinese, si legge chiaramente la raccomandazione di pregare, prima di mettere gli aghi sui punti di Vaso Concezione fra ombelico e pube; nelle canzoni dei curanderos che somministrano sapo nella foresta, c’è una preghiera: sapocito, fuerte fuerte, cura a mis amigos.

È spesso più importante come si fanno le cose, rispetto al cosa si fa.

By |2019-10-18T10:50:27+00:00ottobre 18th, 2019|L'Ayahuasca secondo me|0 Comments

About the Author:

Leave A Comment